Quanto è finto un Tea Party all’italiana

– da Il Secolo d’Italia del 20 ottobre 2010 – Berlusconi – dicono le indiscrezioni – avrebbe in serbo una sorpresa: un nuovo “predellino”, per lanciare un movimento politico e d’opinione ritagliato sul modello dei Tea Party statunitensi e per allargare così il perimetro della maggioranza in una direzione diversa da quella presidiata, con alterne fortune, dal PdL. Vale a dire da un partito che non ha il passo, né la struttura per intercettare la protesta antipolitica, e che semmai rischia di subirla, trascinando il fondatore sotto la soglia psicologica del 30 per cento dei voti. Di cosa distingua e accomuni l’originale USA e la copia berlusconiana ha già scritto, sul Secolo, Annalisa Terranova lo scorso 15 ottobre. Vale la pena di approfondire il significato che un Tea Party made in Berlusconi avrebbe nel teatrino della politica italiana rispetto alla questione fiscale.

Avendo da tempo collaudato, con Bossi, la formula del “governo di opposizione”, il premier può certo permettersi di lanciare i Tea Party all’italiana e le parole d’ordine della ribellione fiscale, come se a Palazzo Chigi abitasse un altro o come se al governo – da che il legame tra taxation e representation fonda la legittimità delle “pretese” degli esecutivi – non spettasse in primo luogo decidere della tassazione e della spesa, cioè dell’uso pubblico delle risorse private.

In realtà, se Berlusconi non avesse governato il Paese per i tre quarti dell’ultimo decennio, la rivendicazione della libertà fiscale dei cittadini sarebbe classicamente berlusconiana. Alla predicazione eversiva che fece del Cav., oltre quindici anni fa, l’artefice di una rottura culturalmente profonda si deve lo sdoganamento del diritto di proprietà non solo sui beni posseduti, ma anche sui redditi prodotti, come fondamentale diritto civile.  A lui si deve il coraggio un po’ temerario di proclamare il diritto alla “disobbedienza fiscale”, quando, come accade da decenni in Italia, non è il ciclo economico ma la struttura dell’imposizione a produrre povertà – non a provvedervi secondo equità – e a pesare come un macigno sulle speranze di crescita del Paese.

Nel suo piccolo, animato da minoranze liberal-liberiste meritorie e inascoltate, il Tea Party Italia (www.teapartyitalia.it ) ha precorso le ambizioni del Cav. e si è da tempo costituito su di una piattaforma e con una compagine niente affatto “sinistra”, che rimanda a sigle e personalità tutte più o meno riconducibili allo schieramento liberal-conservatore. Eppure, neppure gli animatori del Tea Party Italia più “organici” al mondo berlusconiano perdonano al premier il tradimento sulla questione fiscale e si accontentano del fiat iustitia et pereat mundus tremontiano, cioè di una “dottrina” che misura sull’entità dell’avanzo primario e sugli spread del debito pubblico e non sui tassi di crescita dell’economia l’efficacia dell’azione di governo. Una rigorismo da centro-sinistra, insomma, risciacquato nella retorica del centro-destra.

Eppure, c’è ben poco di autenticamente berlusconiano (se l’autenticità è nelle origini: il che è da discutere) in un centro-destra che si limiti a non alzare le tasse e ad incassare, senza sporcarsi le mani, il gettito garantito dagli aumenti altrui e i “vantaggi” di un sistema regressivo, in cui – quando si mette male – la pressione fiscale scende meno del gettito e lo Stato si fa meno povero dei suoi cittadini. C’è inoltre, a ben guardare, anche poco di storicamente tremontiano nell’idea che la struttura della spesa sia una variabile indipendente del bilancio pubblico, per cui, quando serve, si sforbicia “dritto per dritto” – li chiamano: tagli lineari – come se un euro speso per “non abolire” le province valesse quanto un euro sottratto ai fondi per l’università.

Eppure il thatcherismo “compassionevole” del Cav., alla metà degli anni ’90, è stata una vera novità politica. Tardiva (la Thatcher aveva lasciato da quasi un lustro Downing Street), come molte rotture che in Italia si consumano quando altrove sono già state riassorbite. Ma non provinciale e perfino liberatoria, in un Paese che per oltre un decennio aveva drogato la crescita con il doping del debito pubblico ed era arrivato ad un passo dalla bancarotta. Delle promesse sul fronte fiscale non è però rimasto nulla. Anzi, sono rimaste le promesse, che a distanza di quindici anni sono maledettamente poco.

Nel 1994, quando il Cavaliere scese in campo, la pressione fiscale superava il 40 per cento del Pil. Nel 2009, mentre Berlusconi si accingeva a riaprire il dossier della protesta, la pressione fiscale ha sfondato il tetto del 43,2 per cento. Nello stesso periodo tutti i maggiori paesi dell’Ue hanno invertito (la Germania e la Polonia), o ridotto il trend di crescita (il Regno Unito e la Francia). In questi paesi, d’altra parte, rimasti comunque lontani dalle spericolatezze fiscali irlandesi o baltiche, se cresce meno la pressione fiscale, cresce di più l’economia. Intanto l’Italia nel 2009 ha conquistato – verrebbe da dire: meritatamente – il quinto posto tra i paesi dell’Ue con la più alta pressione fiscale, dopo Danimarca, Svezia, Belgio e Austria (Istat 2010). Siamo ai piedi del podio, e non è detto che non si riesca salirci sopra, visto il poco invidiabile primato che l’Italia può vantare nella tassazione del lavoro: il più alto d’Europa – certifica Eurostat (2010) – al 42,8 per cento.

Il peso della tassazione non condiziona solo la vita economica, ma libertà e le scelte individuali. Introduce un sistema di incentivi distorti all’evasione fiscale e contributiva, comprime in modo abnorme l’offerta di lavoro, riduce la propensione all’investimento. Non incide solo sul reddito, ma sulla vita delle persone. Che la tassazione sia un problema morale, prima che fiscale, abbiamo ricominciato ad impararlo, svegliandoci dal sonno dogmatico, grazie ai paradossali elogi dell’evasione con cui Berlusconi si divertiva a épater le bourgeois.

Non è però la stessa cosa che oggi, dopo quasi un quindicennio, il premier voglia – come sembrerebbe, a sentire le malelingue – travestire la Santanchè da Sarah Palin, incurante della diffidenza che, in Italia, molti tifosi della riscossa repubblicana nutrono verso una leader che, a prima vista, somiglia troppo alla Santanchè. Come ha scritto Piercamillo Falasca su Libertiamo.it, più che Reagan, questo Berlusconi ricorda Masaniello, mentre il suo “doppio” di palazzo interpreta il ruolo del Vicerè spagnolo, contro le cui gabelle il tribuno napoletano aizzava la piazza. Anche sdoppiandosi Berlusconi non può però giungere a dissociarsi – politicamente e psicologicamente – fino ad urlare, come Masaniello: “Viva il Re di Spagna, muoia il malgoverno”.

Non è escluso che, come qualcuno sospetta, Berlusconi dei Tea Party americani voglia usare gli argomenti più etico-politici, che affondano nel retroterra puritano del conservatorismo americano e della destra religiosa e nel diffidente identitarismo di un paese che, proprio con un Presidente nero, ha ricominciato ad usare, perfino in maniera orgogliosa, categorie politiche etnico-razziali. Se Berlusconi ripescasse dell’esperienza dei Tea Party solo l’estremismo anti-abortista e anti-immigrazionista, a cui in Italia ben pochi teapartisti si sono finora appassionati, renderebbe ancora più patetica la rappresentazione di questa rivoluzione di Palazzo, con il capo del governo che organizza le rivolte finte, anziché varare le riforme vere.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

6 Responses to “Quanto è finto un Tea Party all’italiana”

  1. Marco scrive:

    Probabilmente Berlusconi riuscirà e creare un movimento simile al Tea Party americano. Lo condirà di buffoni para-cattolici e simil Sarah Palin e si divertirà a raccontare barzellette condite di “porco d..” ad un parterre di bifochi acclamanti.
    PS. A me pare che il Tea Party Italia, non abbia nulla a che vedere con il vero Tea Party americano. Ne usurpa solo il nome. Per fortuna.

  2. luigi scrive:

    Vedo che l’ignoranza su quello che sono i Tea party si estende fino a questo consesso.
    In Italia è disponibile il libro End the Fed di Ron Paul, edito da Liberilibri , che potrebbe aiutare a capire.

  3. vittorio scrive:

    Di fronte alle proposte di Fini per innalzare le tasse sul risparmio delle persone fisiche, io direi “quanto è finta la farsa liberista del FLI”. Non ci è voluto molto perchè Fini gettasse la maschera. No? Da una parte abbiamo Berlusconi che cerca in ogni modo di non alzare le tasse. Dall’altra abbiamo D’alema e Fini. Non è che uno che abbia in simpatia i tea party possa avere molti dubbi.

  4. GIANCARLO scrive:

    Bene vedo che i Tea Party non godono di grandissima considerazione da Carmelo Palma, se ne faranno una ragione, come me ne farò una ragione io, quello che mi stupisce sono le persone che a parole si definiscono liberisti e poi vanno a braccetto con D’Alema e Fini, quelli proprio non li capisco, o meglio li capirei anche ma spero sempre nella loro buona fede.

  5. A me non convince FLI, ma almeno lì se ne parla e si agisce di conseguenza (almeno a giudicare il ruolo che ha Della Vedova assieme ad altri).

    Speriamo che si riesca almeno a giocare di sponda con i liberali rimasti nel PdL per limitare i danni dei vari statalisti, perchè alla fine è la conta dei voti che vince.

  6. Tax&spend scrive:

    Il movimento Tea Party negli USA punta soprattutto sulla drastica riduzione delle tasse, sull’abolizione della banca centrale, protezione del diritto di possedere armi (sancito dal secondo emendamento) e la fine dei salvataggi con i soldi pubblici.
    In pratica vuole che il governo la smetta di interferire nella vita sociale ed economica dei cittadini.
    Un Tea Party in Italia sarebbe molto utile, anche perchè qui la gente scende in piazza solo per chiedere allo Stato di fare di più (quindi -in teoria- scende in piazza per chiedere più tasse, più regole e più burocrazia…)

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