La Rai va privatizzata bene. Rischio bad company? Sì. Ma si può evitare

– La proposta di legge elaborata da Libertiamo in materia di riassetto del servizio pubblico radiotelevisivo segna un evidente passo in avanti nell’affermazione del pluralismo informativo contenuto nell’articolo 21 della Costituzione. Al tempo stesso offre l’opportunità di avviare una nuova stagione programmatica della maggioranza, in cui le risse, i dossier e l’evocazione continua delle elezioni politiche anticipate possono (forse) cedere il passo al cosiddetto “governo del fare”.

Nell’ultimo quarantennio il tubo catodico è stato terreno di scontro politico per antonomasia, uno scontro così acceso che alcuni hanno paragonato la televisione alla religione nell’Europa del ‘600. Uno strumento di lotta dove la posta in gioco è stata quasi sempre il potere, l’occupazione partitica sfrenata della Rai, l’imposizione di questa o quella linea editoriale, di questo o quel direttore, fino alle epurazioni della storia più recente.

Se il libero mercato ha avuto sempre la peggio nell’aspra competizione politica, perché mai oggi dovrebbe uscirne vincente? Una Rai privatizzata è sinonimo di miglioramento della qualità dei programmi e di un nuovo ciclo di investimenti? L’adempimento degli oneri minimi di servizio pubblico avrà un impatto negativo sugli ascolti e, conseguentemente, sui ricavi commerciali di un ipotetico operatore privato?

L’iniziativa legislativa offre una risposta concreta ai dubbi degli osservatori più disincantati. In questa sede proviamo a ragionare su un particolare aspetto dell’iniziativa, quello relativo al collocamento sul mercato del capitale azionario della Rai. Parlare di sostanziale privatizzazione ha un senso se – e solo se – il o i compratori non sono soggetti a vincoli troppo stretti, che rendono di fatto impraticabile un investimento non simbolico su di un azienda dal valore non inferiore ai 4 miliardi di euro.

Diversamente si seguirebbe il modello applicato con Eni ed Enel, dove il Ministero dell’Economia e la Cassa Deposti e Prestiti hanno conservato la maggioranza relativa del capitale e il Governo la gestione di conglomerati dall’alto valore strategico, nell’ambito di un vasto programma di collocamento in borsa che ha procurato entrate significative nel bilancio statale.  E’ lo stesso schema proposto da Antonio Pilati, grande esperto di media, considerato tra gli ispiratori della Legge Gasparri, che all’art. 21 ha impostato il processo di privatizzazione della Rai secondo il modello della public company, prevedendo due limiti significativi: il limite massimo del possesso dell’1% del capitale avente diritto di voto e il divieto di patti di sindacato che superino il 2%.

Ebbene, l’articolo 1 della proposta di Libertiamo rimuove proprio questi vincoli, del tutto privi di senso sia rispetto alla funzione del servizio pubblico televisivo che al processo di sostanziale privatizzazione della concessionaria pubblica. Ma è sufficiente rimuovere i vincoli giuridici perchè gli investitori abbiano un interesse, non solo a entrare nel capitale, ma a compiere un investimento significativo? Si tenga presente che alla Rai non sarebbe più garantito l’introito del canone e quindi dovrebbe giocarsela a suon di spot.  A quel punto potrebbe inoltre riproporsi la “pregiudiziale italiana” e il tema della difesa del capitalismo nazionale (si pensi al caso Alitalia), poiché non è remota la possibilità che compratori più forti e con le maggiori sinergie industriali abbiamo una “targa staniera”.

Inoltre, si profilerebbe il rischio di “svuotamento” o di smembramento degli asset Rai, perché Murdoch o chi per lui potrebbe fare un ragionamento lineare quanto crudo: accettare di caricarsi “in pancia” il costo dell’esercito di dipendenti Rai (circa il doppio di quelli di Mediaset), purché siano purché siano ceduti a Sky gli asset patrimoniali più appetibili. L’esempio di Murdoch non è casuale perché di recente la Commissione europea ha anticipato il via libera al Gran Mogol australiano nel mercato del digitale terrestre.

Questi ragionamenti raccolgono solo alcuni degli interrogativi relativi al destino di una Rai privatizzata o “privatizzanda”  in un contesto concorrenziale. Tenendo presente che questa privatizzazione riesce, anzichè fallire, se rafforza la società, favorisce gli investimenti in tecnologia, amplia il mercato e le produzioni e accresce la concorrenza.  E’ possibile farlo,  salvando la Rai privatizzata da un destino da bad company. Soprattutto perché il destino della Rai di Stato è sicuramente peggiore. Anche su questo argomento si comprende come la la rivoluzione liberale non sia solo un tema futuristico da ballo in costume, nel quale i partecipanti indossano maschere di cartapesta. E’ qualcosa di maledettamente attuale, senza trucchi e senza inganni.


Autore: Pierpaolo Renella

Nasce a Chieti, 18 anni dopo Sergio Marchionne. In seguito si trasferisce a Milano e, dopo la laurea in Giurisprudenza, entra nell’industria bancaria, senza più uscirne: prima negli Stati Uniti, poi in Italia, con esperienza in varie attività del mercato dei capitali, dal securities lending ai prodotti strutturati derivati dall’azionario. Liberale sui generis (non è attaccato al denaro), Crociano e Boneschiano in gioventù. Formula politica preferita: non unione di forze laiche, ma unione laica di forze. Massima filosofica: la verità ti rende libero, quando avrà finito con te!

3 Responses to “La Rai va privatizzata bene. Rischio bad company? Sì. Ma si può evitare”

  1. Postilla

    Il pezzo esce oggi in concomitanza con la breakin’ news della maxi perdita Rai (rosso di 120 mln nel 2010 e capitale sociale completamente “fumato” dalle perdite entro il 2012.
    Sui conti Rai il cinismo non aiuta, perchè bisognerebbe tener conto di numerosi fattori, finanziari e non.

    Agli esperti di valutazione aziendale:

    tra discounted cash flow e multipli del patrimonio, quale delle due metodologie trovate più corretta per la Rai?

    Mi sono posto il problema in sede di elaborazione di una bozza di piano di ristrutturazione, che non è un bailout perchè la Rai è già pubblica, ma parallelamente alla privatizz. urge la ristrutturazione.

    Ripeto: senza cinismo, perchè parliamo di un’azienda con tanti asset di pregio, materiali e immateriali. Per non parlare delle licenze e di tutte le esternalità positive che non emergono nel bilancio, ma hanno e posso creare valore.

  2. Massimiliano Tanc scrive:

    Tra discounted cash flow e multipli del patrimonio non sceglierei nessuno dei due. La particolarissima forma giuridica dell’azienda e della sua governance unita alla altrettanto particolarità del contratto di servizio pubblico radiotelevisivo farebbe propendere più per un meno attuale, ma più affidabile metodo misto patrimoniale reddituale.

  3. Grazie Massimiliano. Se ho ben compreso, il metodo misto passa in ogni caso attraverso la definizione del valore del capitale economico. Che diviene cruciale. E mi riferisco alla stima della componente goodwill (ma anche del badwill) e di tutti gli intangible che danno all’azienda la capacità di generare profitti. E’ proprio qui che volevo arrivare.

    Torno un attimo sul piano industriale, presentato ieri da Masi al Cda. L’obiettivo è quello di fare efficienza. 2 linee strategiche sembrano evidenti: outsourcing (compreso quello di parte della produzione) e cessione di asset non core. Non mi è chiaro se si è parlato di altri costi operativi: quanto spende la Rai in consulenza? Qual è il valore strategico di questa consulenza?
    Lo chiedo senza ironia. Se qualcuno ha delle risposte si faccia avanti. Thks

Trackbacks/Pingbacks