Il patto di stabilità europeo si è fatto furbo. Forse troppo

– Con ventisette ministri economici e finanziari riuniti a Lussemburgo,  le grandi decisioni di governance economica europea sono state prese nella ben più amena Deauville, in Normandia, dal presidente francese Nicolas Sarkozy e dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, per di più a margine di un incontro internazionale importante come quello con il russo Dimitri Medvedev: le sanzioni per i paesi che sforano il tetto del 3% del deficit verranno applicate in modo molto meno automatico di quanto previsto dalla Commissione europea, andando incontro alle richieste di Parigi, mentre si inizierà subito a discutere di una riforma del Trattato di Lisbona per consentire di creare un meccanismo di risoluzione permanente delle crisi e per poter sospendere, come da sempre chiesto da Berlino, i diritti di voto in sede europea dei paesi lassisti.
L’annuncio è giunto a metà del pomeriggio di lunedì ed è servito immediatamente a mettere in chiaro che, dopo quasi tre settimane di discussioni tecniche sulla riforma del Patto di stabilità e di crescita ispirate alle severissime proposte dell’esecutivo comunitario del 29 settembre scorso, la questione è politica e come ogni questione politica europea da qualche anno a questa parte, viene decisa da Francia e Germania.
Loro nel 2005 avevano portato alla prima riforma del Patto e loro nel 2010, dopo la catastrofe sfiorata nel maggio scorso con la crisi della Grecia, hanno deciso che le regole torneranno ad essere più severe, ma a modo loro. Sollevando le proteste dei piccoli Stati membri più rigoristi, che contavano sulla Germania per portare avanti la loro linea e hanno invece visto le tanto attesa automaticità delle sanzioni rallentata da una serie di passaggi intermedi.

Per Anders Borg, ministro delle Finanze della Svezia, paese ligio al dovere e fuori dalla zona euro, Berlino si sarebbe piegata alle richieste di Sarkozy per avere “un tornaconto quando si tratterà di future modifiche del Trattato che appaiono altamente improbabili da realizzare”. Il ministro scandinavo ha aggiunto: “L’esperienza europea dimostra che quando la Germania abbandona la sua posizione e molla la presa sulla disciplina di bilancio, questo crea moltissimi problemi”.
Sulla stessa linea il ministro estone e quello finlandese, secondo cui Berlino faceva parte “inizialmente” di una cordata pro-austerità formata da Helsinki, Stoccolma e L’Aia. Il viceministro tedesco, Joerg Asmussen, si è difeso dicendo che senza compromesso non sarebbe stato meglio e che “non ci sarebbe stato alcun rafforzamento delle sanzioni”. Ma Parigi era stata chiara fin dall’inizio. “Il destino di un paese non può essere unicamente nelle mani di esperti”, aveva prontamente dichiarato la ministra francese Christine Lagarde al termine di una delle riunioni della task force guidata dal presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, aggiungendo: “Non si può escludere il potere politico da queste decisioni”.

Il britannico Financial Times aveva inaugurato le due giornate di discussioni a Lussemburgo lunedì scorso titolando a gran voce su un tentativo di Francia e Italia di “limitare le riforme europee” in materia di governance economica. Preparando il terreno al fatto che, come di consueto, lo stop più deciso è giunto proprio da Londra, che pure nel testo finale della task force viene menzionata più di una volta in quanto esonerata da una serie di misure.
“Guarderemo attentamente alle proposte fatte, ma come il primo ministro ha già detto chiaramente, non sosterremo nulla che implichi un trasferimento di poteri da Westminster a Bruxelles”, ha spiegato martedì un portavoce del governo britannico, alludendo con ogni evidenza alla possibilità di una modifica dei Trattati, mossa politicamente pericolosissima per un paese euroscettico come la Gran Bretagna.
A differenza di quanto ipotizzato dal quotidiano salmone, la Francia ha agito come meglio sa fare per ottenere i suoi interessi nell’Ue, ossia formando un asse con la Germania, mentre l’Italia, verso cui tutti volgono inevitabilmente lo sguardo quando si parla di debito troppo elevato, ha ottenuto un testo che il ministro del Tesoro Giulio Tremonti non sbaglia a definire “flessibile” e “gestibile”.

Nella bozza finale di conclusioni della task force di Van Rompuy – organizzazione totalmente fallimentare, come dimostra la disinvoltura con cui Merkel e Sarkozy l’hanno aggirata lunedì pomeriggio – si legge che gli Stati membri con una quota di debito in eccesso rispetto al 60% del pil e con un pil al di sotto del 3% diventeranno soggetti ad una procedura per deficit eccessivo a meno che il calo del debito in un periodo dato venga considerato soddisfacente”. Tuttavia l’ipotesi di imporre un calo annuo pari ad un ventesimo del debito in eccesso, suggerita dalla Commissione Ue, non è stata accolta e “il criterio quantitativo preciso, la metodologia e le misure di riduzione graduale per valutare se il debito stia calando ad un ritmo soddisfacente verranno definite”.
Solo che il testo è chiaro nel ribadire che “tenendo presente che la dinamica del debito pubblico non è solo guidata dal deficit di bilancio, servirà una valutazione prima di lanciare una procedura per deficit eccessivo sulla base del criterio del debito”. Ossia un altro passaggio politico, e non automatico come inizialmente auspicato dalla Commissione.
Infine “tutti i fattori rilevanti” – ossia, a detta del commissario economico Olli Rehn, anche il debito privato – verranno tenuti in considerazione nel valutare se il ritmo di riduzione del debito sia soddisfacente. Si tratta di formule con un certo margine di ambiguità, che consentono da una parte a Tremonti di dire che il deficit resta il criterio fondamentale e dall’altra ai leader dei Ventisette, ma soprattutto a quelli dell’Eurozona, a cui le misure sono rivolte in via prioritaria, di interpretarle come più conviene loro.

Curiosamente, il passaggio più delicato e quello in cui l’intrusione di Bruxelles negli affari economici delle capitali è più tangibile, ossia quello del semestre europeo in cui verranno valutate in via preventiva le grandi linee delle manovre di bilancio degli Stati membri: è stato il primo e per ora l’unico ad essere approvato a pieno titolo, tanto che sarà operativo già nel gennaio del 2011.


Autore: Cristina Marconi

Nata a Roma nel 1979, laureata in filosofia alla Normale di Pisa, bilingue francese, giornalista professionista dal 2005. Vive a Bruxelles, da dove scrive regolarmente, tra le altre cose, su Il Messaggero e Il Mattino. Per l'agenzia di stampa Apcom, dove ha lavorato per 8 anni, si occupava soprattutto di economia e finanza.

One Response to “Il patto di stabilità europeo si è fatto furbo. Forse troppo”

  1. Non tutto quello che Frau Merkel (insieme agli olandesi e ai finlandesi) pretende, è realizzabile senza riscrivere il Trattato di Lisbona. E infatti la Merkel chiede un Nuovo Trattato da ratificare entro il 2013. Difficile se non impossibile.
    Un compromesso alto (e accettabile a mio avviso): rafforzamento del sistema di gestione delle crisi dal lato preventivo. Il Semestre europeo per il coordinamento delle politiche economiche e di bilancio va in questa direzione, come fai notare nell’articolo.
    La Ue farà il salto di qualità quando si doterà di istituzioni più forti. L’idea di rafforzarle attraverso il meccanismo delle sanzioni automatiche non mi convince del tutto. La mia idea è: più coordinamento delle politiche di bilancio (vedi: entrate) e meno governo “di polizia” dell’economia europea.

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