Privatizzare qualche frequenza tv è bene, privatizzarle tutte è meglio…

– In questi giorni, a fronte della necessità cruciale di fare cassa, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha indicato, tra i possibili introiti per lo Stato, la vendita di alcune frequenze televisive che sarebbero trasferite agli operatori delle telecomunicazioni. Si tratta del cosiddetto “dividendo digitale”, cioè del surplus di frequenze reso possibile dalla transizione al digitale terrestre, sia attraverso una razionalizzazione dell’utilizzo dello spettro, sia in virtù del possibile accorpamento in uno stesso “multiplexer” di canali che in analogici occupano slot dedicati.

Come del resto previsto in prospettiva anche da normative UE, gli operatori TLC potranno accedere ad una porzione delle attuali frequenze televisive con l’obiettivo – tra l’altro – di aprire alla strada a nuovi servizi di banda larga ed in particolare alla tecnologia 4G. Le frequenze destinate alla privatizzazione sono una parte di quelle attualmente allocate alle televisioni locali e secondo alcuni studi la loro vendita potrebbe fruttare allo Stato ben due miliardi di Euro, di cui circa un quarto andrebbe ad indennizzare le piccole televisioni.

La linea intrapresa dal ministro dell’Economia appare più che sensata – fare di una risorsa scarsa, ma spesso sottoutilizzata – un valore economico reale. Carlo Cambini, Antonio Sassano e Tommaso Valletti spiegano bene i termini della questione nel loro paper “Ricchezza per aria” .

Un recente studio di Thomas Hazlett e Roberto Munoz mostra che l’allocazione dello spettro ai servizi mobili in Gran Bretagna ha generato un beneficio sociale pari a circa 40 miliardi di euro, che si aggiungono ai 34 miliardi ottenuti dalla vendita dei diritti su 140 Mhz di spettro. Negli Stati Uniti gli autori mostrano che l’allocazione alla telefonia mobile di circa 60 MHz di spettro porta a un aumento del benessere collettivo quantificabile in 8,8 miliardi di euro annui, grazie alla riduzione dei prezzi dei servizi mobili di circa l’8 per cento all’anno. Insomma, quando si riesce a fare pervenire lo spettro nelle mani di operatori che sanno come utilizzarlo, si ottengono benefici collettivi per i cittadini, risparmi per le tasche dei consumatori e in diversi casi incassi per lo Stato.

Nel nostro paese invece

le frequenze televisive sono state progressivamente occupate dalle emittenti nazionali e locali in modo caotico e incontrollato. Alcune sono state prese abusivamente, altre sono state vendute e comperate senza che il venditore le avesse mai acquistate dallo Stato e in assenza di un Catasto delle frequenze (realizzato solo nel 2007). Il canone d’uso, per chi lo paga, è pari all’1 per cento del fatturato. Molti però non pagano nulla, anzi ricevono finanziamenti per il solo fatto di trasmettere qualcosa su frequenze pubbliche.

Nei fatti, tante tv locali tengono occupata una grande quantità di banda per ritrasmettere in digitale più copie dello stesso programma o eterne televendite. Il loro obiettivo è solo quello di presidiare le frequenze per rivendicarne l’assegnazione e poi rivenderle successivamente a peso d’oro agli operatori delle telecomunicazioni.
 Se le frequenze rappresentano davvero un “tesoretto” che farebbe molto comodo alle finanze pubbliche, c’è da chiedersi se l’approccio proposto non possa essere applicato più in generale, gettando le basi di una vera privatizzazione dell’intero spettro televisivo e superando contestualmente l’attuale regime concessorio. Per quanto riguarda le frequenze già detenute dagli attuali operatori nazionali, lo Stato potrebbe ad esempio operare un’effettiva privatizzazione, chiedendo agli operatori di pagare un conguaglio che li trasformi da assegnatari della frequenza a proprietari a tutti gli effetti.

Per quanto riguarda le nuove frequenze da assegnare all’uso televisivo in virtù dello switch-over verso il digitale, un’asta al miglior offerente sarebbe, poi, più remunerativa per lo Stato ed al tempo stesso senz’altro meno discutibile negli esiti rispetto al cosiddetto “beauty contest” – cioè alla gara basata procedura comparativa che assegnerà cinque “mux” nel 2011.  Per gli operatori televisivi – al di là dell’esborso richiesto dalla privatizzazione – il vantaggio sarebbe quello di acquisire veri diritti di proprietà sulle frequenze televisive e pertanto un diritto a trasmettere non più soggetto a decisioni arbitrarie e spesso politicamente motivate di Governi, Parlamenti, Corti ed Authority. Nessuna emittente televisiva avrebbe più bisogno di essere “autorizzata” ad avviare le proprie attività, né più dovrebbe temere di vedersi sospesa la possibilità di diffondere i propri programmi.

Sono, del resto, circostanze a cui nel corso del tempo abbiamo assistito più volte. Dall’oscuramento delle reti Fininvest nel 1985, alla lunga contesa tra Rete 4 ed Europa 7, fino ai recenti “impedimenti” che hanno ritardato la messa in onda di Cielo, tutta la storia dell’etere italiano è stata segnata dall’incertezza del diritto e della mutua interferenza tra interessi politici ed interessi imprenditoriali. Lo stesso centro-destra, che a lungo ha giocato in difesa di fronte al dirigismo d’assalto delle sinistre, nei recenti anni di governo ha ceduto anch’esso ad un discutibile interventismo. In questo contesto, solo la transizione ad un assetto proprietaristico può consentire finalmente di depoliticizzare la questione dell’emittenza televisiva e di far sì che essa sia regolata sulla base di dinamiche contrattuali e di mercato.

Ma oltre alle frequenze c’è un altro “bene” che meriterebbe di essere “privatizzato”. E’ il Logical Channel Number, cioè l’identificativo attribuito ai canali televisivi digitali e che ad oggi è stato decretato dall’alto dal Consiglio dell’Autorità per le Garanzie nelle Telecomunicazioni (AGCOM), sulla base di alcuni criteri in parte comprensibili ma che cristallizzano un innegabile vantaggio competitivo per le tv di alcuni operatori.
Tra le centinaia di canali del digitale terrestre è chiaramente il posizionamento di un certo canale nella numerazione automatica che può fare la differenza: allora perché non far pagare alle varie emittenti gli indicativi più privilegiati?

Una simile strategia potrebbe essere implementata in due diversi modi. Il più radicale sarebbe attraverso un’asta competitiva per l’assegnazione di ogni singolo numero di canale, dal numero “uno” in poi. Accettando quindi in “pole position” non finisca Rai 1, ma magari Italia 1 oppure, perché no, Cielo. Un metodo più conservativo sarebbe quello di offrire ad ogni canale un diritto di prelazione secondo la numerazione de facto che si è consolidata negli anni nelle abitudini dei telespettatori. Quindi dare alla RAI la possibilità di acquistare l’”uno”, il “due” ed il “tre”, a Mediaset il “quattro”, il “cinque” ed il “sei” ed a La7 il “sette” – lasciando magari la gara aperta per le posizioni dall’”otto” in poi.

Naturalmente l’acquisito con prelazione dovrebbe avvenire ad un prezzo ragionevolmente alto considerando la strategicità dell’indicativo. In ogni caso, assegnati in proprietà tutti gli LCN, nascerebbe successivamente un mercato privato della numerazione, con la possibilità per i vari operatori di trasferirsi gli indicativi di canale.  In definitiva, attraverso un’effettiva privatizzazione di frequenze e Logical Channel Numbers si conseguirebbe l’esito win-win di portare soldi nella casse dello Stato e  di promuovere efficienza e trasparenza nel mercato televisivo. Sono obiettivi che ci auguriamo il governo possa fare propri.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

Comments are closed.