– Vendere, vendere, vendere. Ma vendere allegramente, orgogliosamente, per finanziare cultura, sapere, ricerca, crescita. Per ridurre il debito pubblico, che è largamente inferiore al valore del patrimonio immobiliare dello stato italiano. Vendere per allargare il settore privato e ridimensionare l’abnorme spazio del pubblico. Uno spazio che sa del secolo scorso e di quello che lo precede, un anacronismo, uno spreco inutile nella forma dell’immobilizzo. Vendere e liberalizzare, autorizzare, creare condizioni di business, far circolare i capitali privati (che sono ingenti e paralizzati dalla paura), agganciarli a una strategia della ripresa. Qualche caserma in meno, qualche grattacielo in più.

Con un editoriale magistrale sul Foglio di lunedì, Giuliano Ferrara è riuscito a spiegare, meglio di quanto avrebbe potuto fare chiunque altro, qual è il legame profondo che c’è tra la vendita del patrimonio immobiliare pubblico e la crescita economica, tra l’alienazione della ricchezza immobilizzata ed una diversa e moderna concezione del ruolo del pubblico nella società (“per finanziare cultura, sapere, ricerca”). Un governo che finalmente aprisse i suoi forzieri impolverati per vendere edifici e terreni, caserme e stadi, sarebbe un governo consapevole di un fatto incontrovertibile: perché l’economia riprenda a crescere, perché l’Italia torni ad essere un posto dove è profittevole investire, vivere, lavorare e studiare, c’è davvero bisogno di un alleggerimento dello Stato e di un arretramento del settore pubblico dalle libere dinamiche sociali.

Deo gratias: se il sostegno di Ferrara ad una nostra ‘fissa’ (è da inizio legislatura che Della Vedova suggerisce, chiede e invoca la dismissione del patrimonio pubblico) potrà aprire davvero la discussione, ci butteremo a capo fitto, consapevoli come siamo che l’amministrazione dell’esistente – la tenuta dei conti pubblici – non può bastare. Ad un paese che rischia il declino, o che forse è già in declino, serve di più. Tremonti queste cose le sa, più e meglio degli altri suoi colleghi di governo. Di riforme a costo zero o a somma positiva per la finanza pubblica ce ne sarebbero a iosa, essendo la vendita del patrimonio immobiliare (ma anche quello mobiliare, aggiungiamo noi) la prima di una lunga possibile serie, che va da una ripresa del dossier liberalizzazioni (langue nei cassetti dell’esecutivo il disegno di legge annuale sulla concorrenza) ad una riforma del mercato del lavoro.

Rifletta il ministro dell’Economia sulla sfida – tremontiana, come da tremontianissimo programma elettorale del centrodestra –  che Ferrara gli ha lanciato. Chi, nel governo e nella maggioranza, potrebbe mai opporsi ad una battaglia liberale di tal fattura?