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Senza la scienza, il clima diventa un affare per Guelfi e Ghibellini

– Avevo accennato già la settimana scorsa alla dura lettera di dimissioni dell’anziano fisico Harold Lewis dall’American Physical Society, così schietta nella sua severità. Io non ho ovviamente le carte in regola per dire se Harold Lewis abbia ragione o meno, ovvero se l’ipotesi dell’AGW (Anthropic Global Warming) sia effettivamente una truffa e se effettivamente si fondi su presupposti pseudoscientifici, e penso che nella mia stessa situazione versino la maggior parte di coloro i quali tentano di trovare un filo nel dibattito scientifico sui cambiamenti climatici, e soprattutto nelle politiche che (spesso in maniera arruffata e grossolana) ne conseguono, per ricavarne informazioni utili per comportamenti consapevoli.

Per questo motivo cercherò di evitare i facili trionfalismi che la lettura di questa lettera può aver suscitato in chi, come me, ha spesso manifestato simpatie per le posizioni comunemente dette “scettiche”. Si può avere simpatia per alcuni più che per altri, ma non bisogna perdere l’onestà intellettuale di ammettere che, se non si è scienziati, non si dovrebbe pontificare di scienza.

E bisognerebbe essere in grado di distinguere ciò che “è” da ciò che “piacerebbe che fosse”, ovvero che le posizioni degli “scettici” nel dibattito sul clima offrono argomentazioni funzionali all’abbandono di policy che magari non piacciono, come quella dei sussidi all’energia rinnovabile, esattamente come le tesi “catastrofiste” sono funzionali alle stesse politiche, ma se i sussidi non piacciono “a prescindere”, allora si può argomentare contro di essi senza necessariamente diventare partigiani di un’ipotesi scientifica piuttosto che di un’altra, o, ancora meglio, pretendere di dividere il mondo accademico in due sole correnti di pensiero, bianco o nero, buoni o cattivi, secondo categorie prese in prestito dalla politica e dall’attivismo.

Ma è proprio questa “partigianeria” della scienza sul tema dei cambiamenti climatici che oggi ne mette così gravemente in crisi la credibilità. E che la scienza si sia lasciata mettere più o meno consapevolmente nel sacco dalla politica è cosa evidente già dalle parole di Rajendra Pachauri a proposito delle finalità costitutive dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) in un’intervista rilasciata all’inizio di settembre, di cui aveva parlato anche Carlo Stagnaro su Chicago Blog:

we are an intergovernmental body and our strength and acceptability of what we produce is largely because we are owned by governments. If that was not the case, then we would be like any other scientific body that maybe producing first-rate reports but don’t see the light of the day because they don’t matter in policy-making. Now clearly, if it’s an inter-governmental body and we want governments’ ownership of what we produce, obviously they will give us guidance of what direction to follow, what are the questions they want answered.

Che in soldoni significa: “Signori, c’è stato un equivoco. Voi pensavate che noi fossimo un organismo scientifico nato per dare risposte scientifiche alle vostre domande, e noi, per non perdere lo straordinario consenso di cui godiamo, ve lo abbiamo lasciato credere. Ma in realtà dipendiamo dai governi, a loro dobbiamo delle risposte, prima che a voi, e le daremo sulla base delle indicazioni di metodo e di strategia che loro ci forniscono. Altrimenti saremmo solo uno dei tanti organismi scientifici in grado di fare lavori di prim’ordine ma che nessuno si filerebbe neanche di striscio”. E la politica non ha mai chiesto agli scienziati di fornire ulteriori prove all’ipotesi dell’AGW. Quello che ha loro chiesto, provvedendo a finanziare lautamente gli studi e le ricerche coerenti con questa impostazione, è di fornire indicazioni e strategie per invertire la tendenza, in modo da contenere i rischi per la “salute” del pianeta, percepiti come molto seri dall’opinione pubblica anche in assenza di evidenze sulla loro reale portata e sulla loro origine antropica.

Di qui forse il diluvio di denaro che ha minato la fiducia di Harold Harris nell’istituzione scientifica di cui era diventato membro 67 anni fa, ma di qui forse anche la necessità di uno scatto di orgoglio da parte della scienza per riportare i termini della discussione nel giusto ambito: la scienza agli scienziati e la politica ai policy maker. La contaminazione tra i due ambiti tentata nell’esperimento dell’IPCC ha fallito clamorosamente, e chi oggi rischia di più è proprio la scienza e la sua credibilità.

Chiunque in questi anni ha ritenuto giusto e doveroso fare qualcosa per ridurre le emissioni di CO2, modificando poco o tanto, ma sempre a sue spese, il proprio stile di vita, lo ha fatto per consegnare un mondo migliore alle generazioni future, ma lo ha fatto in base alle informazioni che sono state divulgate dalla politica, più che dalla scienza, sempre però in nome della scienza, e senza che il mondo scientifico avesse avuto nulla da eccepire, anzi tendendo a isolare le voci che uscivano dal coro. Ma va comunque ricordato che, mentre le email dei ricercatori del Centro di Ricerca Climatica dell’Università del West Anglia alla base dello scandalo del Climategate hanno provocato un terremoto nel mondo accademico, l’episodio è stato accuratamente ignorato dalla politica, la quale anzi è spesso corsa in soccorso della credibilità dell’IPCC con argomentazioni ai limiti del grottesco.

E che il problema cominci a essere percepito seriamente anche dal pubblico e dagli organi di informazione lo dimostra il fatto che alcuni discussi editors di Wikipedia per il clima, come Kim Petersen e William Connolley (quest’ultimo si era anche prodigato per rimuovere dalla voce dedicata a Harold Lewis ogni riferimento proprio alla sua lettera di dimissioni) siano stati “topic banned”, ovvero non potranno più scrivere di cambiamenti climatici per l’enciclopedia online. Di giardinaggio e bricolage invece si.

Judith Curry, del Georgia Institute of Technology, ha proposto un metodo (lo ha chiamato “Italian Flag”) per riconoscere il proprio personale livello di convinzione nei confronti di un’ipotesi. Si può attribuire, ad ogni domanda, una percentuale sul verde (evidenza a favore), sul rosso (evidenza contro) o sul bianco (incertezza). Lei, per esempio, a proposito dell’ipotesi dell’AGW attribuisce il 30% rispettivamente al verde e al rosso, e il 40% al bianco. Sarebbe interessante provare questo piccolo test tra gli scienziati impegnati nello studio del clima e tra i politici attivi nella lotta ai cambiamenti climatici, per verificare chi siano oggi i veri spacciatori di certezze.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

2 Responses to “Senza la scienza, il clima diventa un affare per Guelfi e Ghibellini”

  1. Franco Puglia scrive:

    Per condividere oppure negare le ipotesi scientifiche sul riscaldamento globale del pianeta a seguito delle emissioni umane di CO2 sarebbe necessario un esame tecnico approfondito dei dati raccolti e sui quali si basano alcune opinioni. Sulla base dei medesimi dati penso che si possa probabilmente giungere, come spesso accade, a conclusioni diametralmente opposte.
    Alcuni fatti invece mi paiono di tutta evidenza, perchè si riferiscono a situazioni macroscopiche e non richiedono una analisi complessa di dati matematici :
    1) La temperatura media dell’acqua del mare è salita su tutto il pianeta
    2) I ghiacci sono in progressivo scioglimento tanto ai poli quanto sulle catene montuose maggiori
    Quindi il surriscaldamento del pianeta è un fatto oggettivo .
    L’effetto serra per aumento della CO2 è una ipotesi verosimile, ma non sappiamo con certezza da dove provenga tutto questo aumento di CO2. le attività umane contribuiscono, certo, ma anche i normali fenomeni vulcanici terrestri. C’è qualcuno in grado di misurare sceintificamente la quantità di CO2 sparsa in atmosfera dal vulcano islandese in tempi recenti, per non parlare degli altri vulcani sulla terra, per non parlare poi delle foreste che bruciano ?
    Il punto è che, secondo me, non siamo tecnicamente in grado di misurare la percentuale di impatto della CO2 prodotta dall’uomo rispetto a quella globalmente prodotta.

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