Categorized | Capitale umano

Se pensate che la cultura costi troppo, provate con l’ignoranza

– Iniziamo con una precisazione, che alcuni dimenticheranno subito: so perfettamente che nel nostro paese vi sono da risolvere problemi strutturali e sociali ben più gravi di ciò di cui andremo a parlare, ma la relazione tra i problemi drammatici e quelli meno drammatici è spesso molto più stretta di quanto possa apparire.

E’ ormai da mesi che sentiamo discutere delle questioni relative all’economia culturale italiana.

Qualche giorno fa il ministro dei beni culturali, Bondi, ha affermato di non voler chiedere “elemosine” a Tremonti, ma di volere, comunque,  il mantenimento di livelli adeguati per il fondo unico per lo spettacolo (FUS) fino a quando non andranno a regime le riforme e il rinnovo di tax credit e tax shelter, ovvero gli strumenti di defiscalizzazione per il cinema “che erano stati assicurati”.

Il ministro Tremonti si sarebbe espresso, a tal proposito, con una frase che ha fatto il giro delle le agenzie: “la cultura non si mangia” – con essa ha ottenuto sia apprezzamenti, sia critiche. In seguito, il ministro, ha rettificato, ha negato la frase e ha detto “Ho una limitata dimestichezza con la cultura, ma non l’ho mai considerata commestibile, e’ una frase che non appartiene alla mia semantica”.

Se fossimo in un corso di Lingua Italiana potremmo tranquillamente affermare che la seconda frase di Tremonti confermi la prima, ma qui invece parliamo di questioni economiche.

Stiamo parlando di cinema, ma anche di anche di teatro, danza, musica. E’ un discorso che riguarda, nel suo complesso, una gran parte del sistema culturale italiano nella sua organicità
Stiamo parlando di un sistema economico (che produce gravi buchi ma anche grandi attivi) e della sua co-gestione statale in forma d’aiuti. Per mesi e mesi le proteste contro i tagli al fondo unico dello spettacolo hanno movimentato il mondo dei lavoratori dello spettacolo. In molti han fatto presente che senza lo Stato il cinema ed il teatro italiano (ad esempio)  saranno destinati ad  una deriva in cui solo lo spettacolo “commerciale” potrà sopravvivere, perché non ha bisogno d’aiuti, il pubblico lo troverà sempre, ed i produttori ci si arricchiranno, mentre saranno destinate alla semi-scomparsa i generi di nicchia, il cinema ed il teatro d’autore e sperimentali, quei generi che hanno un pubblico rado e scelto, quelli che non fan cassetta.

Altri intellettuali e operatori hanno espresso un pensiero che su per giù suona così: “visto che i soldi statali vanno sempre agli stessi, o a chi non li merita ma è ben appoggiato politicamente, allora … che ne si faccia a meno”. Poi ci sono coloro che  considerano ozioso, vano e fuori dalle logiche liberistiche il fatto che in Italia vi sia un comparto della produzione ancora in mano alle vecchie e logore logiche della compartecipazione e dell’ assistenzialismo pubblico.

Non entro nel merito delle posizioni.

Ma entro nel merito dell’impellenza della risoluzione del problema. In Italia i lavoratori dello spettacolo, per lo più precari, sono duecentocinquantamila. La maggior parte di loro non è composta da “star”, veline, e “fighetti” che passano da un’ intervista ad un’altra, bensì da gente (professionisti) che si fa, come si suol dire, un mazzo quadro, che spesso guadagna pochissimo, che  ad ogni fine produzione vive nell’incertezza del presente e del domani, che ha una tutela sindacale pressochè  assente, e che vive in tale instabilità emotiva (non per la cocaina, ma per l’incertezza) che un quarto dello stipendio, sovente, se lo gioca in palliativi psicologici.

Per tutti questi signori la cultura si mangia. Sono una fetta/fettina del paese, d’accordo, ma  sono duecentocinquantamila – è una categoria infinitamente più grande (ad esempio) di quella dei giornalisti o di molte altre categorie che “fanno” questo paese e che si sentono rappresentate e tutelate.

E’ vero. Alcuni esponenti di questa categoria sono insopportabili. Molti ne conosco di registi e sceneggiatori che sono solo in grado di criticare e respingere la buona parte dei film e degli spettacoli che vedono, che non sono in grado di scrivere una sola storia che sia “universale” perché sterilmente ripiegati sulla propria autoreferenzialità generazionale, politica e provinciale – sono i “falsi autori” che in nome delle proprie velleità e della propria presunzione hanno ucciso il cinema e la letteratura italiana, e che continuano a farlo, continuando a spandere spazzatura su ogni tentativo di far sì che uno spettacolo possa essere “popolare” (nel senso proprio e alto del termine, ovviamente) o lontano dalla loro “snoberie”, della quale si travestono, per mancanza di talento.

Risolvere i problemi dello spettacolo italiano non significa risolvere i problemi di questa gente, a cui basta scrivere il solito romanzetto di formazione per sentirsi un “grande” americano e spararsi in pose. Che questi lavorino o meno, al  paese, giustamente, non frega nulla. Ma poi, ci sono tutti gli altri. La gente seria, che per lavorare ha bisogno di un chiaro, serio, quadro normativo e di tutela di riferimento.
In un futuro prossimo la questione dello spettacolo italiano va risolta. Il sistema di relazione tra pubblico e privato va rifondato dalla testa ai piedi. Il clientelarismo di lobby e combriccole, quelli che prendono i soldi sempre e comunque, va spazzato via. Si deve, finalmente, trovare sistema esperto e virtuoso per tutelare sia la fisiologia delle logiche di mercato, sia la sperimentazione culturale, sia le possibilità di “esistenza” di una categoria di lavoratori che smuove pochi interessi politici – perché a differenza d’ altre categorie professionali non pùò ricattare il paese – ma che comunque si impegna, produce, e cosa che in un paese sano non deve mancare … pensa.

Questo incarico qualcuno lo dovrà prendere. Ovviamente sarà la politica, che però dovrà evitare di cedere alle solite minoranze ben organizzate, garantendo rendite a pochi e instabilità a molti.  Il lobbismo nel senso deteriore del termine, nell’economia culturale ha sempre prodotto sfasci. Non bisogna far leggi per questo o per quel genere di produttori, ma bisogna far leggi in nome e per conto di una idea “sana” di mercato unitamente alla considerazione per la quale alcune “aree” dell’espressione culturale vanno tutelate, pena scomparsa. Ma tutelare non vuol dire assistere. E’ qui il rebus, la scommessa. Se si riesce a risolvere questo nodo si farà del bene all’industria culturale italiana e con essa agli italiani, che, coi tempi che corrono, più pensano e meglio è.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

3 Responses to “Se pensate che la cultura costi troppo, provate con l’ignoranza”

  1. questo articolo non dice nulla.

  2. ale scrive:

    Il problema è che se ammettiamo che ci sia una cultura buona, meritoria di fondi pubblici, ed una indegna, poi qualcuno dovrà farsi carico della classificazione e motivarla a dovere.
    Non capisco perchè non si finanziano i gruppi musicali indipendenti e si finanziano invece spettacoli teatrali o di danza in grado di mettere insieme gli stessi numeri di pubblico. Forse che un balletto o una commedia sono culturalmente più elevati di un gruppo rock o di un giovane dj? C’è chi, tra mille difficoltà, va avanti solo in virtù della passione e del riscontro del pubblico, come è giusto che sia. Altri parassitano fondi pubblici in virtù di chissà quale diritto. La cultura non va finanziata dallo Stato, la cultura è un prodotto come un altro: faccio un buon prodotto ergo la gente mi paga; oppure faccio cose che non interessano a nessuno, e giustamente fallisco. W i cinepanettoni.

  3. Paolo scrive:

    >bisogna far leggi in nome e per conto di una
    >idea “sana” di mercato unitamente alla considerazione
    >per la quale alcune “aree” dell’espressione culturale
    >vanno tutelate, pena scomparsa. Ma tutelare non vuol
    >dire assistere.

    Bah. Quindi, il Legislatore:

    1) in via preliminare, deve individuare le “aree dell’espressione culturale” a rischio scomparsa; è semplicissimo, si fa come con le bestie in via di estinzione: ogni anno si contano e si guarda se sono in diminuzione

    – Quanti aruspici ci sono quest’anno? solo due? Ahi ahi ahi…
    – E con la tradizione trobadorica come stiamo?

    2) poi, fatto un bell’elenco, individuare quelle meritevoli di tutela, “in nome e per conto” del mercato: facilissimo, no?

    – La lettura di poesia epica in esametro dattilico la tuteliamo?
    – No, quella è in crisi per motivi di mercato: non c’è domanda…
    – E il contorsionismo circense?
    – Beh, questa sì, oggi lo fanno in pochi, ma la colpa è sociale, sai, gli stili di vita sbagliati, l’obesità infantile, la pleistèscion…

    3) infine, individuare i pericoli dai quali “tutelare senza assistere” quelle benedette aree di espressione culturale…

    Sempice, chiaro e soprattutto molto liberale.

Trackbacks/Pingbacks