Milano si scopre omertosa. E impaurita

di MASSIMILIANO MELLEY – Omertà a Milano, di cui le cronache ci dispensano due casi periferici nel giro di una settimana.
Primo episodio: alle case popolari di Niguarda (quartiere a nord della città) c’era un avviato racket degli alloggi sfitti. Una signora, soprannominata “Lady Gabetti”, gestiva il suddetto racket come fosse un’agente immobiliare. Aveva chiara notizia degli alloggi vuoti e del loro stato conservativo (meglio del Comune e dell’Aler, a cui un sistema informatizzato del genere ancora mancherebbe) e faceva incontrare la domanda con “l’offerta”. Coinvolti anche figlia e genero.
Alla figlia furono comminati i domiciliari. Vive nel medesimo quartiere in cui operava: facile conseguenza, i denuncianti vennero minacciati. Il genero la scorsa settimana è stato assolto per insufficienza di prove. Motivo? I denuncianti, assaliti dalla paura, avevano ritrattato in sede processuale.

Secondo episodio: un tassista viene selvaggiamente aggredito a Morivione (quartiere a sud della città) dopo avere investito per sbaglio un cane. Il responsabile dell’aggressione è un 31enne pregiudicato per lesioni lievi ed è stato catturato. Decine i testimoni, ma sembra che non parlino. Il primo che l’ha fatto, gli hanno bruciato la macchina la notte dopo. E un fotografo che scattava fotografie alla macchina bruciata è stato preso a bastonate.

Omertà, si diceva. Richiamata dai titoli dei giornali come fosse una sorpresa di cui stupirsi.
Due casi diversi, due zone che non hanno nulla in comune, ma due casi così simili nel loro risvolto più drammatico, quello della paura che porta al silenzio. Segno di una città in declino? Non oserei dire tanto. Un sistema sociale complesso come una metropoli non può essere facilmente schedata né come “capitale morale” (nel suo insieme) né nel suo contrario.
Ma la politica ha ora il dovere di intervenire.

Sull’assoluzione del genero di Lady Gabetti a parlare è stato il vicesindaco De Corato, che ha esclamato: “il Comune fa il suo dovere, denuncia. Abbiamo presentato 828 querele dal 2008 al 2009. E’ grazie ai tribunali e ai giudici se tutto si risolve in niente”. Ma De Corato commette due errori: primo, le politiche pubbliche non si valutano snocciolando numeri come le denunce, ma considerando i risultati. Secondo, il tribunale è costretto ad assolvere perché chi denuncia viene lasciato solo. Dal Comune. E molla.

Il racket degli alloggi sfitti di proprietà comunale è a livelli di guardia. Anche se non sempre “notiziabili”,  le denunce riguardano ogni quartiere di case popolari, tanto da far dire alla consigliera comunale Carmela Rozza (Pd, ex Sunia) che “in ogni stabile Aler c’è una potenziale Lady Gabetti”. Nei quartieri in questione, sono in molti a “sapere”. Sanno del racket. Sanno dello spaccio di droga nei cortili (si badi, nei cortili, cioè in proprietà private). Sanno anche se la criminalità organizzata è coinvolta nel racket degli alloggi in quel determinato stabile oppure no. Sanno quali sono i bar dove s’incontrano gli spacciatori coi clienti (per poi fare la transazione in luoghi più sicuri). Sanno tutto.

Il secondo episodio, quello del povero tassista, è una manifestazione di violenza gratuita (con rispetto per il cocker) di gruppo: l’aggressore, la sua compagna e il compagno della proprietaria del cane. Già si parla di “bulli del quartiere”, una frase con cui si riesce facilmente ad assolvere il quartiere (di buoni) additando i bulli (cattivi), ma non si affronta il cuore del problema se poi i buoni sono soli. Anche qui la politica è intervenuta in maniera scomposta. Il leghista Matteo Salvini ha chiesto che i tassisti siano dotati di spray urticante e porto d’armi.
E poi le richieste di maggiori pattugliamenti, di più forze dell’ordine, come ha detto il consigliere Raffaele Grassi (Idv). Cinquecento vigili andati in pensione e non più sostituiti. E la famosa richiesta di altrettanti poliziotti in più, avanzata dalla Moratti nel 2007 e rimasta lettera morta.

Sono risposte banali a problemi complessi. A Morivione, stando alle cronache , ce l’hanno con le guardie e non coi ladri. I ragazzini gridano “poliziotti bastardi” e si fanno inquadrare dalle telecamere, come a Scampia. I due fermati (per resistenza a pubblico ufficiale) dopo l’aggressione al fotografo, in quartiere corre voce che siano stati malmenati dagli sbirri. Non è vero, ma la madre di uno di loro promette che porterà il figlio a fare un check-up: della serie, se gli trovo un graffio denuncio la polizia. E magari mi prendo un bel risarcimento.
La preparazione dell’omertà si consuma in famiglia quando i genitori non hanno il coraggio di prendere in disparte il figlio e dirgli che ai poliziotti non si oppone resistenza. O meglio ancora, quando la famiglia (se c’è, s’intende) rinuncia a indirizzare il figlio verso buone frequentazioni e lo lascia in balìa della strada. Fabbricando, in questo modo, falsi eroi di rione e veri epigoni degli eroi.
L’omertà prende poi il sopravvento con la paura che attanaglia la gente dopo il tramonto, quando i giornalisti e i poliziotti se ne vanno e il quartiere resta schiacciato dalla solitudine.

La metropoli è un labirinto di cento e più micro-cosmi da comprendere e da riempire. Certo cambia qualcosa se le forze dell’ordine ci sono o non ci sono. Cambia poco, però, se si usano gli uomini dell’esercito senza dar loro compiti di polizia. Cambia poco se i vigili e i poliziotti sono autorizzati a entrare nei cortili Aler da apposita delibera comunale (proposta dal Pd e approvata da tutti), ma non lo fanno.
Occorre riappropriarsi del territorio. Il crimine a Milano è sempre più visibile. Le donne al mercato, le anziane nelle case popolari e i pensionati nei bar vedono tutto. Ma l’assenza delle istituzioni è lampante. Il Comune ad esempio si sta concentrando molto sulle illuminazioni serali. In pochi anni ha “ridato vita”, con luci più potenti, a molte piazze e parchetti, ma intanto le tapparelle si abbassano per non vedere.

La Consulta delle Periferie ha censito più di 500 associazioni culturali, di commercianti e di volontariato nelle periferie di Milano. Un numero enorme, segno di una parte di città che vuole vivere il proprio territorio. Ma senza promozione né coordinamento.

E ancora: il Comune si preoccupa di censire, ristrutturare e assegnare i 5mila alloggi popolari vuoti (a fronte di 18.500 nuclei in lista d’attesa) per evitare che siano preda delle “Lady Gabetti” di turno? No, si limita a mille assegnazioni all’anno. Il Comune ha introdotto la figura del mediatore culturale da affiancare ai poliziotti nelle zone ad alta densità etnica (delibera, anche questa, approvata da tutti)? No.
I luoghi che sono diventati condensati storici del crimine (organizzato e non) sono sotto la lente d’ingrandimento del Comune? Se possibile, vengono smantellati? No. In compenso le volanti corrono quando accadono i “fattacci”, ma come nel caso di Morivione e del povero tassista, ci si stupisce dell’omertà. Conseguenza diretta dell’assenza quotidiana di un progetto in grado di dare un’alternativa all’anti-Stato, e in qualche caso della rinuncia ad ammettere che la criminalità organizzata esiste e prospera.

L’impressione è che vi sia uno scarto dalla realtà da parte di tutti. I giornalisti, che potrebbero setacciare la città alla ricerca dei “buchi neri”, non lo fanno. I politici eletti, che vengono informati quotidianamente dai cittadini sullo stato dei quartieri, approvano delibere e (se di loro competenza) sporgono denuncia, magari si costituiscono parte civile, ma poi “la mafia non esiste” (come dicevano in Sicilia negli anni ’80). I vigili e i poliziotti, come si è detto, non entrano nei cortili Aler (ad esempio per tutelare i custodi) nonostante una delibera li autorizzi a farlo.

L’ovvia conseguenza di questo “non fare” è che i cittadini vengono lasciati da soli, e la paura è qualcosa di molto difficile da superare se ti bruciano l’auto, ti aggrediscono mentre fotografi, se senti il peso quotidiano del vicino di casa che potrebbe farti del male.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

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