Salviamo le foreste. Da Greenpeace

– Questa volta gli Indonesiani hanno sbarrato l’accesso nelle proprie acque alla Rainbow Warrior, l’ “epico” vascello battente bandiera Greenpeace che da anni scorazza per il mondo cattivo in quanto capitalista (o capitalista in quanto cattivo, fate voi) con in poppa il vento divino della redenzione. Il ministro degli esteri del paese asiatico, vedendolo arrivare, ha deciso che “da qui non si passa!”, si è inginocchiato verso La Mecca e ha recitato l’equivalente indo-islamico dell’amen.

Scelta saggia, perché quello scafo trasportava un carico di ipocrisia, protezionismo commerciale, oscurantismo scientifico e revanscismo antiprogressista travestiti con l’abito buono delle scemenze verdi tanto di moda nel mondo contemporaneo.

Meno saggia, invero, è apparsa la scelta del governo indonesiano di assecondare il disegno norvegese, che la propaganda verdeggiante di Greenpeace non ha esitato a insufflare in Occidente, di una moratoria di due anni dell’attività di conversione delle proprie foreste e torbiere in campi agricoli, che costerà a quel paese tra i 280000 e i 700000 disoccupati, senza contare l’indotto che occupa fino a dieci milioni di lavoratori.

In realtà, all’ombra dei lussureggianti bambù del Borneo, i Governi dei paesi occidentali, lobbati e pompati dalla propaganda dalla compagnia di anime belle go green, sta giocando una partita protezionista che rischia di ammazzare le prospettive di sviluppo dei paesi emergenti. In nome dell’ambiente, s’intende.

Nel 1990 i paesi emergenti producevano il 10 per cento del totale di cellulosa nel mercato globale. Nel 2015 la quota è destinata a triplicare, diminuendo, per converso, quella dell’industria dei paesi occidentali: dall’80 al 50 per cento. La sporca ma vera verità è che l’industria occidentale dei derivati dalla cellulosa, nonostante l’impennata della domanda cinese, triplicata negli ultimi vent’anni, perde colpi a favore di quella dei paesi emergenti. Per restare all’Indonesia, il suo volume di produzione di carta e derivati, negli ultimi cinque anni è cresciuto del 24,4 per cento su base annua.

L’Europa (ma anche gli Usa, e l’Australia), manco a dirlo, è corsa ai ripari. Per garantire ancora qualche anno di vita alla propria industria decotta, ha innalzato una serie di barriere di rara pregevolezza “liberista”. In base al programma FLEGT, ha intrapreso una serie di collaborazioni coi paesi emergenti, al fine di svilupparne la compliance alle regole ambientali sull’estrazione del legname decise a Brussels. In sostanza, li stiamo ricattando. O producono rispettando criteri imposti arbitrariamente da paesi già ricchi, che hanno già consumato, e che hanno tutto da perdere da una vera competizione nel mercato internazionale dei derivati dal legno, oppure li boicottiamo. L’industria europea ringrazia, e Greenpeace intona l’alleluja. Lo stesso fanno Stati Uniti e Australia: niente di nuovo sul fronte occidentale.

Ma è curioso però che quei paladini dell’ambiente e del terzomondismo sciatto di Greenpeace, i quali di solito gironzolano a braccetto con il circolo pickwick no-global antioccidentale, ispiri e realizzi nelle estreme propaggini dell’Asia povera (in Indonesia 40 milioni di persone vive sotto la soglia di povertà) una politica commerciale disumana, proteggendo dalla competizione proprio quelle multinazionali occidentali che declama di aborrire, e mostrando di preferire gli alberi e la torba alle persone.

Eppure oggi basta seguire il mainstream ambientalista, che tutto si aggiusta. E’ la foglia di fico (non Ogm) con cui si copre ogni idiozia dirigista a tutte le latitudini.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

9 Responses to “Salviamo le foreste. Da Greenpeace”

  1. Luca C. scrive:

    Permettetemi un paio di considerazioni ecologiche ed economiche sulle foreste, che non rispondono esattamente alle riflessioni di LS ma che da esse sono state stimolate (grazie dell’opportunità)!

    Secondo criteri di mercato, la conservazione delle foreste nei PVS costa meno (costo del lavoro più basso), consente economie di scala (aree forestali ampie, ma soprattutto omogenee e reciprocamente confinanti) e permette di finalizzare gli investimenti diretti esteri (FDI) su tecniche, tecnologie e processi di apprendimento locale in grado di generare know-how ed eventualmente “capabilities” à la Sen (con possibili soluzioni win-win per chi investe e chi riceve, trascurando pero’ qui, per brevità, i rischi di corruzione, sperpero di denaro e varie limitazioni legate ai governi nei PVS).
    Questo rende economicamente preferibile sfruttare le foreste e i loro prodotti in questi paesi, dove i costi sono più bassi e i benefici più alti.

    Inoltre, nel caso di una politica globale (o aiuti mirati, per quanto perversi uno possa considerarli, il punto è che spesso esistono) di valorizzazione delle risorse forestali come pozzi di carbonio le foreste possono generare un reddito in sé (benché legato a sussidi in qualche modo pianificati, che potrebbero generare effetti perversi).
    L’uso delle foreste come fonti di materie prime (in primis: legname), specie se in base a un tasso adeguato ai ritmi di riproducibilità della risorsa, è peraltro compatibile con lo svolgimento di importanti funzioni ecologiche e non danneggia lo stock, ma raccoglie solo i flussi.

    Naturalmente esiste un discorso di benefici marginali d’uso di una risorsa che tendono a decrescere all’aumentare della disponibilità della risorsa, e la constatazione per cui l’opzione di assoluto non-uso di una risorsa per cui esista un mercato è inefficiente: pertanto un certo livello di uso è desiderabile in termini economici e anche, soprattutto nel caso di risorse in grado di rigenerarsi, ecologici (in particolare sembra che foreste giovani e curate “funzionino” meglio, anche in termini di assorbimento di carbonio)

    Il problema insomma è quello della scelta del mix di politiche ambientali, economiche e di sviluppo in un contesto complesso, in cui risposte assolutamente giuste non esistono (inefficienza dei mercati, fallimenti istituzionali, condizioni di incertezza nella conoscenza scientifica-ecologica, etc.) e il mercato rappresenta uno strumento irrinunciabile per i pvs desiderosi di diventare ex pvs.

    Ben vengano quindi soluzioni di mercato per i prodotti forestali indonesiani e del sud del mondo (qui non dirò nulla sui servizi ecosistemici e sul valore economico dei beni ambientali)!

    Penso tuttavia che dovremmo meditare sul bilanciamento tra politiche e usi del territorio (compreso quello agricolo), partendo da una riflessione circa il valore derivante da un certo uso di una foresta in diverse zone del mondo, per individuare elementi negoziali dotati di peso economico da portare sui tavoli politici internazionali.

  2. Marco scrive:

    Quello che mi sorprende grandemente è il tono “antiforestale” dell’ articolo. Viene da pensare che l’autore abbia sofferto un trauma causato da un qualche vegetale in tenera età, forse una testata contro un ramo basso?

    Ora è vero che noi occidentali, dopo aver distrutto e raso al suolo le nostre foreste secoli fa, non abbiamo proprio la coscenza a posto per dare consigli ai paesi emergenti.
    Ma continuo a pensare che tutto sommato una foresta pluviale sia più bella (e utile) di una piantagione di palme da olio (usato per la nostra “buona” nutella). Siamo sicuri che sia meglio radere a al suolo tutte le foreste del pianeta e convertirle in carta igenica, fazzolettini, pannolini e opuscoli pubblicitari?

  3. Lucio Scudiero scrive:

    @Marco: il mio trauma non deriva dall’aver battuto la testa contro un ramo basso, sono solo caduto dalla spalliera di un divano all’età di cinque anni.
    E comunque non sono affatto contro le foreste, e sono sicuro che non sia desiderabile farne carta igienica. Ma, vedi, tu ragioni dalla tua prospettiva di consumatore ricco, in un paese ricco che fa parte dell’area del mondo più ricca. Non è imponendo agli indonesiani le nostre regole che otterremo l’equilibrio ambientale nel pianeta (ammesso che manchi), ma solo consentendogli di sperimentare diverse forme di sfruttamento economico delle proprie risorse, come avvenuto per noi, e addivenire a un livello di sviluppo tecnologico tale da minimizzare l’impatto delle attività umane sull’ambiente. Il progresso salverà il pianeta, non Greenpeace.

  4. Luca C. scrive:

    Ecco qui un interessante esercizio di apertura al mercato che potrebbe essere efficiente. Naturalmente ai posteri l’ardua sentenza e a noi l’onere di fare qualche considerazione sull’affidabilità delle istituzioni e sul tema dei controlli. Sarebbe interessante approfondire, per ora mi limito a condividere un link: http://www.salvaleforeste.it/201010151278/il-brasile-cede-lamazzonia-alle-compagnie-del-legno.html

  5. Emanuele Brunelli scrive:

    @ Lucio Scudiero
    Non credo che il pianeta abbia bisogno del progresso per salvarsi….si salverà da solo, dovremmo entrare nell’ottica di quanto insignificanti siamo al cospetto della vita complessiva, francamente questo antropocentrismo ambientale ha stufato! In un certo senso concordo con Marco nell’affermare che certi valori andrebbero diffusi, ma per il semplice fatto che il mondo è un uno, pertanto quello che riguarda l’Indonesia, da un punto di vita ecologico, riguarda anche noi ed è il momento di cambiare strada prima che sia troppo tardi.

  6. Valerio scrive:

    il progresso salverà il mondo, su questo sono daccordissimo, soprattutto i paesi poveri come l’indonesia, senza il progresso diventeranno sempre più poveri, ma se non si salvaguardia l’ambiente, il progresso ci distruggerà,

    provo a fare un esempio
    grazie al progresso sono state inventate tanti tipi diversi di macchinari che ci hanno fornito tanta ricchezza e tanta comodità per vivere meglio, ma tutti i tipi di macchine e macchinari vanno a petrolio o a carbone, continuando a sfruttare queste risorse, prima o poi finiranno, e quindi noi non potremo più usare tutte quelle invenzioni che ci ha dato il progresso, solo che ormai non siamo più capaci di vivere senza queste macchine e quindi torneremo a vivere in condizioni peggiori di come si vive adesso nel terzo mondo, perchè la gente del terzo mondo è abituata a vivere senza auto, senza computer, mentre noi non siamo più capaci nemmeno di fare un frullato senza il frullatore elettrico, quindi non saremo più abituati a vivere in quel modo, ecco come il progresso, se non si cura dell’ambiente può distruggerci, altro che salvarci

    il progresso deve andare di pari passo con l’ambiente, si può (anzi si deve) avere progresso anche senza tagliare le foreste, perchè se in brasile tagliano tutta la foresta per progredire, poi lo fanno pure in indonesia, poi pure in congo, alla fine restiamo senza alberi e il progresso ce lo possiamo mettere nel …., senza alberi la terra diventa come marte, e con il progresso che abbiamo raggiunto oggi, ancora non sappiamo vivere su marte

    che poi greenpeace spesso sfrutta la sua immagine solo per guadagnare, su questo puoi benissimo avere ragione, anzi, come darti torto, ma tu, in questo post, più che contro greenpeace sembri essere contro le foreste, ma un conto è essere contro greenpeace, un altro è essere a favore della distruzione delle foreste solo per il progresso. il progresso è veramente progresso solo quando va di pari passo con l’ambiente

  7. Paolo scrive:

    Non riesco a capire come tu possa dire che greenpeace “sta giocando una partita protezionista che rischia di ammazzare le prospettive di sviluppo dei paesi emergenti”. Stai dando al colpa del problema a chi sta proponendo una soluzione. Le responsabilità è degli stati sovrani, non di un gruppo di volontari che vogliono soltanto salvaguardare l’ambiente e iterritori, che appartegono a tutti e non a chi ci è nato sopra. E’ aberrante che tu possa dire che noi, paesi ricchi avendo fruttato tutto, in maniera insensata, con quale diritto e da quale pulpito facciamo la predica ai paesi in via di svilupo di non commettere gli stessi errori!
    I governi devono attivarsi perchè quei paesi possano mettersi al pari del “primo e secondo” mondo, ma che lo facciano in maniera più sensata di come abbiamo fatto noi. Svilire e deridere saracasticamente chi fa qualcosa per informare, accusandolo di blastare la crescita dei paesi del terzo mondo, è di una superficialità e qualunquismo che onestamente mi lasciano basito.

    Grazie comunque per gli spunti di rifllessione e la possibilità di confronto.

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  2. […] suoi occupati, l’economia di paesi che dipendono dalla sua produzione. In particolare, significa condannare alla povertà paesi ricchi di risorse ambientali, come quelli orientali, che cercano di ritagliarsi un posto nel mercato globale attraverso il loro […]