Università, la riforma che s’ha da fare

– Il disegno di legge Gelmini sulla riforma della Università ha subìto, alla Camera, una battuta d’arresto per la mancanza di copertura della norma riguardante i ricercatori universitari. Così, se non si troveranno adeguate soluzioni nel giro di poche ore, l’esame del progetto slitterà a dopo la sessione di bilancio. Con tutti i rischi insiti nel quadro politico di cui non è sicura la stabilità nel prossimo anno.
Va detto subito che, se non vi erano garanzie sufficienti sulla copertura, sarebbe stato più saggio ed opportuno approvare il ddl nel medesimo testo varato dal Senato, senza avventurarsi in cambiamenti destinati a durare neppure lo spazio di un mattino.

Restiamo perplessi, al solito, nei confronti delle reazioni che tali eventi hanno determinato: si è acceso il consueto falò alla precarietà. Anche il problema della Università italiana va a sbattere sulla vicenda dei ricercatori. La retorica nazionale li descrive tutti come dei candidati al Premio Nobel, sottovalutati e vilipesi da noi, mentre all’estero sono disposti ad aprire loro tutte le porte, a coprirli di denaro e di considerazione, ad avvalersi della loro attività per realizzare ogni possibile successo scientifico. E alcuni di loro scrivono ai giornali vantando chiamate dall’estero che esistono solo nella loro fantasia.

Lungi da noi l’idea di fare della crudele ironia quando si tratta del posto di lavoro di giovani (e di persone non più tali) che hanno dedicato anni di vita agli studi. Ma non ci convince un dato di fatto: ogni volta che si affrontano i problemi di una branca della pubblica amministrazione la priorità diventa quella di sistemare i c.d. precari. Si pone quindi una domanda, alla sinistra, ma anche al centro destra: perché un artigiano può fallire nel portare avanti la sua iniziativa economica, mentre chi si siede dietro una scrivania di un palazzo pubblico acquisterebbe un diritto a restare lì tutta la vita?

Il sistema universitario italiano ha bisogno di semplificazione, di razionalizzazione e di concentrazione. Da queste misure possono venire dei risparmi tali da consentire un migliore utilizzo delle risorse in un periodo in cui esse sono piuttosto scarse. In Italia ci sono 89 atenei contro gli 88 della Germania (che pure ha alcune decine di milioni di abitanti in più). Nelle valutazioni internazionali il miglior ateneo italiano (quello di Bologna) è al 176° posto nel mondo (secondo altre classificazioni al 250°). Esistono quasi 5mila corsi di laurea spesso ripetitivi perché intervengono su diversi livelli formativi. Il corpo docente, distribuito nelle tre fasce, è pari a 62mila unità per 1,8 milioni di studenti iscritti (che sono notoriamente meno di quelli frequentanti).

Quanto ai ricercatori il ddl Gelmini fornisce una soluzione di carattere strutturale, individuando un percorso di alcuni anni durante i quali il ricercatore ce la fa o esce, riesce a diventare professore associato o deve cercarsi un nuovo mestiere. Nel frattempo, si dovrebbero aprire i concorsi per selezionare i ricercatori attualmente in forza e garantire loro la prospettiva della seconda fascia, anche favorendo l’esodo dei docenti di ruolo che abbiano raggiunto l’età pensionabile. Ma è su questo punto che il provvedimento è inciampato sul problema della copertura.

Vi sono poi nel ddl altri aspetti interessanti: le norme sulla mobilità tra atenei, il fondo per la premialità, il fondo per il merito rivolto agli studenti meritevoli, il fondo perequativo per gli atenei sotto-finanziati. Per finire, ricordiamo che la Conferenza dei Rettori, sul testo approvato dal Senato, non aveva espresso un giudizio negativo, benché fosse abbastanza articolato.


Autore: Giuliano Cazzola

Nato a Bologna nel 1941. Laureato in Giurisprudenza, esperto di questioni relative a diritto del lavoro, welfare e previdenza, è stato dirigente generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Insegna Diritto della Sicurezza Sociale presso l’Università di Bologna. Ha scritto, tra l’altro, per Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Quotidiano Nazionale e Avvenire e collaborato con le riviste Economy, Il Mulino e Liberal. È stato deputato per il Pdl nella XVI Legislatura. Per le elezioni 2013, ha aderito alla piattaforma di Scelta Civica - Con Monti per l'Italia.

18 Responses to “Università, la riforma che s’ha da fare”

  1. LARCO scrive:

    Vorrei scrivere tutto ciò che penso sull’articolo, ma uscirebbero solo pareri in forte contrasto a quanto scritto, privo di una costruzione aprioristica ed aperta. Credo sia offensivo nei confronti di chi lavora leggere quanto è stato scritto. Tuttavia rammento al Prof.Gazzola che da quest’anno dovrà dedicare più tempo alle lezioni, perchè farle fare ai ricercatori non sarà facile.

  2. Giulio Becattini scrive:

    Concordo pienamente!

  3. Patrizia Tosini scrive:

    Il tono dell’articolo mi sembra sbrigativo e liquidatorio, per non dire superficiale, la qual cosa mi sorprende ancor di più, essendo a firma di un accademico.
    In primo luogo, non capisco che c’entra il problema del “precariato”, visto gli attuali ricercatori non sono dei “precari”, ma personale di ruolo, esattamente come ordinari e associati, che non chiedono “ope legis”, ma solo pari opportunità per tutti coloro che lavorano seriamente nelle università italiane e che per anni si sono prestati ad insegnare – esattamente come i professori – con stipendi non adeguati.
    Non mi sembra che i ricercatori italiani si atteggino a “premi nobel” incompresi: mi pare invece che a fronte di molta buona volontà e disponibilità dei ricercatori di assumersi obblighi non propri e prestarsi a fare didattica “a costo zero”, il Ministero stia rispondendo in maniera non adeguata.
    La riforma ha molte buone cose, che sarebbero piaciute a moltissimi ricercatori, tra cui la famosa idoneità nazionale, che si spera costituisca un correttivo al tremendo sistema dei concorsi locali; ma questa riforma non si può fare a costo zero, lasciando agli attuali ricercatori l’onere di fare i “finti professori” con stipendi da borsisti o poco più.
    Inoltre, aggiungo che all’elenco del professor Cazzola, delle necessità dell’università italiana (“semplificazione, razionalizzazione e concentrazione”), mancano due paroline indispensabili, a mio avviso: “trasparenza” e “equità”, primi requisiti per fare largo alla tanto sbandierata gelminiana “meritocrazia” (e questa sì che è retorica nazionale!).

  4. io avrei una proposta: una parte dello stipendio di ordinari, associati e ricercatori a tempo indeterminato (crescente con il crescere del ruolo) che svolgono didattiva sia variabile con la valutazione che i neolaureati assegnano a due-tre anni dal conseguimento del titolo.

    due.tre anni dalla laurea perchè i laureati abbiamo modo di sperimentare quanto è stata utile la preparazione universitaria ed il singolo corso del singolo docente nel mondo del lavoro (ed abbiamo sbollito la rabbia, spesso presente negli studenti).

    lo stipendio perso dai docenti con valutazione negativa vada a rimpinguare le casse dell’università o vada in aggiunta ai docenti meritevoli .

  5. lucio scrive:

    Condivido l’ articolo, e la proposta di maschile individuale.
    Mi piace tantissimo il fatto che uno studente possa valutare dopo 3 anni dal conseguimento della laurea l’ utilità delle materie studiate singolarmente, con parte del compenso percepito dai professori variabile in funzione dei voti ottenuti, anche la progressione in carriera e il mantenimento o meno della cattedra.

  6. Luca scrive:

    Sarebbe difficile rispondere punto per punto a quello che considero un articolo qualunquistico, privo di contenuti, dati e fatti.

    Ma qualcosa va punire detto.
    Gli atenei sono troppi. Giusto riduciamoli. Ma ricordiamoci che lo studio è un diritto di tutti, cosa intendiamo fare per garantirlo? O pensiamo che un cassaintegrato che prende si e no 800 € al mese possa mantere un filgio all’università, magari a Firenze dove per un posto letto ci voglio almeno 300 €.

    Qualcuno riesce a spiegarmi perchè c’è un blocco dei turn over su i professori al 20% (cioè per ogni 5 che vanno in pensione se ne può assumere 1) e analoga cosa non c’è sul personale tecnico?

    Se l’idea sui contratti a termini dei ricercatori può assere accettata( ripeto accettata, non condivisa) qualcuno mi sa spiegare che probabilità ha un ex ricercatore di trovare lavoro a 32 33 anni?

    Fini ha detto a Mirabello che i contratti a termini devono essere retribuiti di più, vale anche per i ricercatori?

  7. andrea bertocchi scrive:

    Sono d’accordo su molti punti, ma c’è un aspetto che non viene toccato: perchè in Italia il 100% dei professori devono avere un contratto a tempo indeterminato? Generalmente, negli altri paesi, solo una piccola quota di professori godono di questo privilegio. Troppo comodo beccarsi la cattedra e campare di rendita a vita. Perchè devono essere sempre le nuove generazioni a pagare il prezzo più alto?

    Un commento a parte meritano gli argomenti di Luca, secondo il quale ci dovrebbe essere Università in ogni città in modo da permettere al figlio del cassintegrato di studiare.
    Caro Luca, il figlio del povero non può permettersi di andare in Università perchè il padre paga tasse altissime. Con quelle tasse lo Stato anzichè finanziare borse di studio paga l’Università ai figli dei ricchi. I quali, a loro volta, pagano rette universitarie bassissime, meno di un terzo di quanto costi effettivamente uno studente allo Stato.
    Tutto questo viene fatto per difendere la Scuola Pubblica ed il fantomatico Diritto allo Studio. Davvero un bel risultato, continuiamo così!
    Altro argomento piuttosto discutibile è che l’università debba assumere qualcuno solo perchè costui ha scarsa probabilità di trovare un qualunque altro lavoro. Ti pare bello trasformare l’Università in un ufficio di collocamento, pagato per giunta sempre con le tasse del suddetto operaio in cassintegrazione? Quando la finiremo in questo paese di fare i campioni di solidarietà coi soldi degli altri?
    Inoltre assumere gente del genere è ciò che serve davvero per migliorare le nostre già modeste Università?

  8. Achille Buonfigli scrive:

    Non è pensabile una riforma del nostro sistema universitario in grado di innalzarne in modo significativo la qualità senza l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Solo allora la domanda di formazione si indirizzerà sugli atenei che sono in grado di offrire una formazione di alta qualità, costringendo le università a mettersi realmente in competizione l’una con l’altra. Certamente rimarranno in piedi alcuni diplomifici (ma ci sono anche adesso). Vogliamo mettere in discussione questo tabù ?

  9. Lucio scrive:

    Io invece di dare borse di studio, darei la retta gratuita allo studente avente diritto e utilizzerei le risorse rimanenti per costruire alloggi, in modo da contenere tutti gli studenti.Guardate che gli studenti spendono tantissimo per gli affitti.E se le Università sono in località turistiche, nei periodi estivi, li farei diventare villaggi per vacanze.
    L’ affitto dell’ alloggio lo darei gratuito agli aventi diritto e farei pagare un prezzo studentesco agli altri. Solo con i soldi derivanti dagli affitti uscirebbero un sacco di risorse per le Università tali da potersi quasi se non completamente autosostenere.
    Ma possibile che nessuno abbia un pò di fantasia sul come produrre un pò di soldi? tanti cervelloni…

  10. Luca scrive:

    @ andrea bertocchi
    Mi sembrava di aver scritto chiaramente “Gli atenei sono troppi. Giusto riduciamoli” ;)

    Sono pienamente daccordo che gli scaglioni delle rette andrebbero aumentati, aumentando maggiormente le rette dei più ricchi (andrebbe anche fatta una riflessione, comunque, su quale è oggi il limite per definire uno “ricco”).

    Però bisogna anche agire sull’agevolazione a chi non si può permettere di mantenere i figli fuori sede. Magari per prima cosa facendo più residenze per gli studenti e poi magari agendo anche sui costi degli affitti che magari potrebbe portare un bel vantaggio anche a chi la casa la prende in affitto per altri motivi (oggi nella mia piccola città universitaria per un bilocale non bastano € 600).

    Inoltre bisognerebbe aumentare i controlli su chi ha veramento diritto alle borse di studio ed etc, ma si entra ne campo minato dell’evasione.

    Per i ricercatori siamo daccordo che l’Università non può essere un ufficio di collocamento, però bisogna tener presente (e qui ci vuole un cambio culturale) che le aziende vogliono gente bella e che pronta e formata appena escono dall’università, chissà cosa pretendono da uno con più di 30 anni. Se il mondo del lavoro non è pronto a ricollocarli rischiamo che nessuno voglia più fare il ricercatore, ma ahimè in Italia la ricerca si fa quasi esclusivamente all’Università perchè le aziende spendo poco su questo punto.

    Nella speranza di essere stato più chiaro.

  11. Luca scrive:

    @ Lucio
    Io sono stato una decina di anni fa a Bristol e lì già utilizzavano le residenze studesche (nei periodi di chiusura universitaria) per riaffittarle alle società che tenevano i soggiorni studio per stranieri.

  12. Lucio scrive:

    @Luca
    le aziende ormai hanno bisogno di ricerca ed hanno bisogno di ricercatori, questo deve essere anche il cambio di cultura, pensare anche che i ricercatori oltre a stare nelle Università possano ambire a diventare ricercatori nelle aziende.
    Sul fatto degli affitti agli universitari costruendo residenze appositamente per loro siamo d’ accordissimo. Sul fatto delle rette,penso si facciano considerazioni errate, perchè chi è ricco già studia in Università private o all’ estero.
    Non è vero che sono ricchi quelli che pagano il massimo nelle pubbliche sono per lo più gente dove lavorano entrambi i genitori con stipendi normalissimi.I ricchi o non studiano proprio o vanno in America a studiare.

  13. Lucio scrive:

    Mi è stato cancellato un commento ma fa niente.
    Altra cosa che si potrebbe fare tassare le banche o le transazioni finanziarie e dare alle Università, sempre con l’ ottica di spesa che dicevo, ovvio poi tutte le misure di miglioramento delle Università proposte.

  14. vittorio scrive:

    Direi che piuttosto che alzare le tasse, sarebbe meglio che i “ricercatori” cercassero di non farsi mantenere dallo stato. Le università italiane sono piene di gente che crede di valere qualcosa perchè riesce a declinare qualche linguaggio ma che sul mercato non vale niente. L’assistenzialismo non fa che produrre zavorre umane. Il mio gatto almeno all’occorenza un pasto se lo sa procurare.

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