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Prima Moratti, poi Fioroni, dunque Gelmini. L’eterna protesta delle Università italiane

– Moratti, Fioroni, Gelmini. Sembra che nessuno degli ultimi ministri dell’Istruzione Pubblica abbia riscosso simpatie tra le orde scatenate di professori sessantottini che, termine volutamente politico, militano nelle scuole italiane. L’ex ministro Letizia Moratti poteva essere considerato il male assoluto per ovvi motivi e il ministro Gelmini deve espiare ora la stessa “colpa” di far parte di un governo di centro-destra, come dimostrano le manifestazioni e gli scioperi che si terranno tra oggi e domani per protestare contro la riforma dell’Università, la cui approvazione è stata rinviata dalla Camera dei Deputati.

Ma la follia bolscevica dello sciopero ad oltranza andò in scena anche durante il breve ma intenso mandato del ministro Fioroni, rappresentante di un governo di centro-sinistra. Persino in quella situazione vi furono proteste studentesche e di associazioni dai connotati riconducibili a ideologie di sinistra protrattesi per settimane e il dovere didattico, come di prassi, andò a farsi benedire. Saranno forse le politiche di austerity dovute alla crisi a far da minimo comune denominatore a queste tre stagioni di protesta perpetua? E’ da escludere. Il dato economico ha giocato un ruolo pur sempre importante ma non centrale rispetto ai punti più strutturali delle riforme. O forse si tratta dei precari? Nemmeno; solitamente non sono iscritti al sindacato, dunque non hanno voce in capitolo.

In verità spesso si dimentica che quella degli insegnati è una “corporazione” e come tale ha ragioni e mentalità proprie. Ciò che rende incredibilmente vulnerabile questa casta è il riformismo, di qualsiasi colore esso sia. Vi è un codice rigidamente “conservatore” che domina tra i dipendenti della scuola pubblica, e il suo dictat impone di rimanere fervidamente avvinghiati all’ideale degli anni d’oro della protesta il più strenuamente possibile.

Il cambiamento non è mai il benvenuto, eccezion fatta, nemmeno a dirlo, per un aumento in busta paga. Che venga da destra o da sinistra, qualsiasi modifica all’ordine costituito minaccia quella fetta di privilegi che caratterizza ogni impiego statale che anche gli insegnanti si sono ritagliati nel susseguirsi delle legislature. Per un liberale si tratta di un problema vecchio quanto lo stato sociale: per compiacere quanti dipendono dalla cosa pubblica i governi ammiccano e conferiscono benefici di cui, a discapito del resto della cittadinanza, solo determinate categorie possono usufruire. Che sia l’introduzione del bilinguismo o dell’informatica obbligatori, la riforma dei debiti formativi o l’aumento della capienza delle classi, ogni accenno di riformismo è buon motivo per inscenare mobilitazioni a base di qualunquismo e populismo.

Più che di sinistra, quella dei professori d’Italia è la cultura di chi sa che, in un sistema ove la democrazia assomiglia a una compravendita di voti pagata con la spesa pubblica, battendo i piedi il più forte possibile si ottiene tutto ciò che si vuole. Conviene sia a chi ha una cattedra sia a chi ha una Poltrona. Non converrebbe invece agli studenti, che pure protestano, ridotti a massa di manovra degli interessi corporativi che difendono, a proprio discapito. Ma finchè nelle università la politica non romperà il muro del consociativismo, è difficile che si crei lo spazio perchè lo comprendano.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

8 Responses to “Prima Moratti, poi Fioroni, dunque Gelmini. L’eterna protesta delle Università italiane”

  1. gianco scrive:

    Questo articolo è un condensato di pregiudizi senza sostanza… piuttosto che definire bolscevichi i ricercatori universitari, l’autore farebbe bene a studiare il contenuto della riforma Gelmini oltre a quello della legge 133/08. Così facendo, comprenderebbe come non c’è nessuna ombra di meritocrazia nel provvedimento, che accentra i poteri nelle mani dei rettori e taglia in modo del tutto orizzontale le risorse…
    capisco però che sia più facile sparare slogan ed opinioni preconfezionate piuttosto che studiare ed informarsi

  2. Daniele Venanzi scrive:

    Ciao Gianco, a me non risulta di aver elogiato o giustificato in qualche modo l’operato del Ministro Gelmini. Saluti,
    Daniele

  3. Giovino scrive:

    Evitiamo di fare polemiche inutili.
    L’articolo non era un’esaltazione della nuova riforma;
    alla fine l’autore si è limitato ad analizzare il comportamento di questa “casta”, viziata, e poco propensa ad affrontare cambiamenti che potrebbero servire per un progresso e per una maggiore efficienza dell’istruzione italiana, ormai ridotta nelle condizioni che tutti conoscono.
    Analisi che trovo realistica e che condivido pienamente.

  4. Daniele Venanzi scrive:

    Credo che Giovino abbia colto in pieno il senso della mia critica

  5. Andre scrive:

    Tutto giusto, tutto condivisibile, ma sono discorsi che si sentono da anni e anni. Ed ogni volta saltano fuori le stesse analisi sui baroni, sugli studenti manovrati etc. (ripeto, tutte giuste). Adesso che tutti abbiamo analizzato ancora la situazione dell’università che facciamo?

  6. gianco scrive:

    Mi sembra assurdo che si critichi chi si oppone ad una riforma senza entrare nel merito della riforma stessa. Come dice Andre, ciò non conduce da nessuna parte. A me sembra solo una dimostrazione di qualunquismo.

  7. gianco scrive:

    Ed aggiungo che sarebbero l’articolo ed alcuni commenti (vedi Giovino) a dover essere catalogati nel campionario delle polemiche inutili… è così difficile cercare di comprendere che la realtà è più complessa degli schemi di una politica che è tanto buona a fare campagna elettorale quanto non lo è a trovare soluzioni per il bene del Paese?
    Forse, con più onestà intellettuale e meno paura di cambiare idea, si potrebbe capire che accanto a baroni e fannulloni esistono nell’università tante persone eccellenti che chiedono soltanto che si valorizzi il merito e non l’anzianità o l’obbedienza, e che costituiscono una delle (poche) speranze per il futuro dell’Italia. Generalizzando in modo così brutale come si fa nell’articolo, e gettando discredito sull’intero mondo universitario, si coltiva forse efficacemente un orticello elettorale.
    Ma non si fa il bene del Paese.

    PS: gli unici favorevoli alla riforma sono i professori ultrasessantenni ed i rettori. Sicuro, caro Daniele, che la tua chiave di lettura sia quella giusta?

  8. Iezzino scrive:

    @gianco
    Io credo che questa riforma sia molto più seria rispetto a quelle più volte invocate e pubblicizzate dal mondo della scuola politicizzato. Gli atenei italiani hanno moltiplicato i corsi di laurea e, di conseguenza, le cattedre. 5.500 sono i corsi di laurea in Italia. Le università sono 90 con 330 sedi distaccate e 170 mila insegnamenti attivati. In media gli altri paesi europei ne hanno la metà. 37sono i corsi di laurea con un solo studente. 323corsi di laurea non superano i 15 studenti iscritti. 20 sono le università italiane sull’orlo della crisi finanziaria. Sono dati che non hanno paragoni in tutta Europa. Questo perchè le università servono per fornire posti di lavoro, clientela, voti.
    Certamente i tagli vanno applicati principalmente, anzi immediatamente, al mondo delle istituzioni governative, ai deputati, ai magistrati della corte costituzionale, ai manager statali.
    Cosa fareste per risolvere il problema?

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