Privatizzazione della RAI. La vera chiave del pluralismo televisivo – DOCUMENTO PdF

di MARCO FARACI – La proposta di legge che viene presentata oggi da Libertiamo e da Futuro e Libertà sulla privatizzazione della RAI potrebbe davvero rappresentare un punto di svolta nell’annosa discussione sul pluralismo televisivo.
Per la prima volta una forza politica – per di più di una forza politica di maggioranza – pone con chiarezza sul tavolo una proposta di riforma destinata a mettere profondamente in discussione gli attuali assetti dell’emittenza e lo fa da un punto di vista liberale, senza cedere in nulla a all’armamentario di ricette (e soprattutto di parole) caro alla sinistra che appare oggi sempre più datato.
Si tratta, per certi versi, di colmare un notevole ritardo della politica su questo tema, considerando che i cittadini già in occasione della consultazione referendaria del 1995 avevano indicato chiaramente la direzione da intraprendere – bocciando i tre referendum “anti-Fininvest” e promuovendo invece il referendum allora promosso da Radicali e Lega per l’abolizione delle norme che stabilivano il carattere necessariamente pubblico della RAI.

Nella Seconda Repubblica vari esecutivi di centro-destra e di centro-sinistra si sono avvicendati, ma nessuno se l’è sentita di mettere realmente in discussione lo status quo.
E così la RAI nel tempo è sempre restata TeleKabul, anche se – com’è fisiologico – di tanto in tanto cambia chi governa a Kabul.

Carmelo Palma e Piercamillo Falasca hanno ben spiegato in questi giorni le tante ragioni economiche e politiche per la quali la de-statalizzazione della RAI appare ogni giorno più utile e più necessaria.
Tra le varie cose, come si legge nella Bozza di Libertiamo, la riforma consentirebbe “di creare un’effettiva concorrenza ed un più effettivo pluralismo nel mercato dei media italiano”,  permetterebbe “l’eliminazione del canone e quindi una diminuzione del carico fiscale sui contribuenti per un importo pari 1,6 miliardi di euro” e, “attraverso la cessione a terzi del capitale azionario, un piccolo ma significativo abbattimento del debito pubblico”.

Il merito della proposta di legge di FLI, tuttavia, è soprattutto quello di sgombrare il campo da tutta una serie di questioni che potrebbero indebolire il supporto per la riforma per concentrarsi sull’essenziale: la privatizzazione non solo formale ma sostanziale di Viale Mazzini.
In particolare, il modello elaborato salvaguarda il concetto di “servizio pubblico” – nel rispetto degli scopi istituzionali, culturali e sociali che oggi gli sono assegnati – ma afferma che tale servizio pubblico non debba essere esercitato in condizioni di monopolio da un’azienda di Stato.
Al contrario, la proposta prevede la totale alienazione della partecipazione azionaria della RAI detenuta dallo Stato attraverso apposite gare pubbliche.

Il fabbisogno di servizio pubblico generale potrebbe essere garantito in parte attraverso “oneri minimi di servizio da applicare a tutti gli operatori radiotelevisivi assegnatari di frequenze” e per la parte maggiore, appaltando attraverso gara pacchetti di servizio alle varie tv private (non necessariamente ad un solo operatore).

Si tratta, quindi, di un approccio fortemente pragmatico, tale pertanto da ambire ad un sostegno politico almeno potenzialmente ampio.

Il timore che la privatizzazione si traduca in un indebolimento del patrimonio aziendale (tanto in termini economici quanto in termini di professionalità) è certamente infondato. Anzi per la RAI privatizzazione significherebbe valorizzazione e rilancio – la fuoriuscita dall’”immobilità declinante” in cui la confina il contratto esclusivo di servizio pubblico.
Senza reale necessità di confrontarsi con l’audience e senza effettiva possibilità di competere per la conquista di fette più ampie del mercato pubblicitario, la tv di Stato non ha potuto e saputo darsi, in questi anni, reali obiettivi di sviluppo imprenditoriale.
Di certo Viale Mazzini ha dovuto rispondere in primo luogo ai propri committenti politici, quei partiti che si sono contesi in questi anni il controllo dei vertici dell’azienda e, programma per programma, il controllo degli spazi televisivi.

Liberare la RAI dall’egemonia della politica e farne un vero competitor nel mercato televisivo significa liberalizzare “in una sola mossa” un sistema dell’emittenza che appare da troppo tempo congelato – realizzando finalmente quelle effettive condizioni di pluralismo televisivo che un po’ tutti auspicano ma che troppi interessi, diversi ma nei fatti convergenti, finora hanno negato.

A questo link è possibile consultare e scaricare il dossier di Libertiamo sulla privatizzazione della RAI.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

One Response to “Privatizzazione della RAI. La vera chiave del pluralismo televisivo – DOCUMENTO PdF”

  1. Adriano Teso scrive:

    Certamente da fare. Purchè: non venga venduta agli “amici degli amci”, ci sia una vera OPV, vengano vendute le 3 reti , semparatamente, in modo da aumentare la concorrenza sul mercato.
    E poi è utile che le scuole e le università abbiano l’obbligo di acquisire- fornire spazi culturali-formativi, ma non solo con la RAI. O, meglio ancora, avere proprie TV. Sono i media che fanno cultura e formazione per tutta la vita.

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