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L’uninominale va bene, con le primarie è anche meglio

– Si torna a parlare di cambiare la legge elettorale. Alcuni chiedono il ritorno alle preferenze, perché la legge attuale non dà agli elettori il potere di selezionare i propri rappresentanti. Ad altri non piace il premio di maggioranza, e vorrebbero un proporzionale puro con sbarramento, praticamente il sistema tedesco. Altri ancora sostengono che la legge attuale abbia fallito, perché si proponeva di garantire la governabilità e il bipolarismo, mentre la situazione presente dimostra che non abbiamo ottenuto né l’una né l’altro.

A dire il vero, la legge vigente non impone ai partiti alcun metodo specifico per scegliere i candidati. Sono i partiti che decidono autonomamente di compilare le liste elettorali nel chiuso delle loro sedi e quindi impediscono ai propri elettori di selezionare i candidati. Qualora i partiti volessero concedere questa possibilità ai propri elettori, saprebbero benissimo come fare, usando vari strumenti di democrazia interna, tra cui, in primis, le primarie.

Col sistema delle preferenze ciascun partito presenta una lista di candidati e l’elettore può esprimere preferenze per uno o più di essi. Tipicamente, i collegi sono plurinominali e la legge elettorale è proporzionale. Tale modello costringe i candidati dello stesso partito a competere tra di loro nello stesso momento in cui i partiti si fronteggiano l’uno contro l’altro  La doppia competizione contemporanea non agevola l’espressione della volontà popolare. Pochi sono gli elettori che decidono di avvalersi del diritto di esprimere preferenze. È anche noto che il sistema delle preferenze favorisce accordi sottobanco poco chiari, e spesso la corruzione, perché i candidati hanno necessità di raccogliere fondi per sé invece che per il partito. Non solo: nel Sud le preferenze possono permettere alla criminalità organizzata di far passare candidati propri.

Ma nemmeno il sistema plurinominale a liste bloccate agevola l’espressione della volontà popolare: se una lista contiene, come tipicamente succede, sia candidati graditi all’elettore che candidati sgraditi, l’elettore non sa se penalizzare i primi o fare un regalo ai secondi.

Il problema della governabilità non può essere risolto in modo soddisfacente con una legge elettorale, ma solo cambiando la Costituzione, che formalmente ancora oggi subordina il governo al parlamento, nonostante da anni il sistema politico abbia mutato nei fatti la natura di tale rapporto. Una legge elettorale può comunque avere effetti, positivi o negativi, sulla governabilità. In attesa di cambiare la Costituzione, è conveniente adottare un sistema elettorale che riduca il problema della governabilità il più possibile e permetta agli elettori di scegliere i propri rappresentanti.

Una buona legge elettorale è però inefficace se non prevede un sistema altrettanto buono di selezione delle candidature. Il sistema che potrebbe risolvere molti dei nostri problemi è il sistema uninominale secco con primarie.

Le primarie danno agli elettori di ciascun partito il potere di scegliere i candidati del partito, collegio per collegio, con sufficiente anticipo rispetto alle elezioni, diciamo almeno un mese. Per evitare l’invadenza degli apparati, le primarie devono essere obbligatorie, regolate dalla legge ed organizzate dall’amministrazione pubblica, che se ne accolla le spese. Per impedire restrizioni a sottoinsiemi di “iscritti” o simili, la legge deve assicurare che tutti gli elettori del partito possano partecipare gratuitamente alle relative primarie.

Nel sistema uninominale con primarie ogni partito presenta alle elezioni un candidato per collegio, il vincitore delle relative primarie. Il controllo degli elettori è efficace, perché ogni candidato è visibile e si presenta in un territorio limitato e ben definito, “a misura di elettore”. Nel tempo che intercorre tra le primarie e le elezioni i cittadini e la stampa hanno modo di vagliare i vincitori delle primarie e informarsi su di loro. Al momento delle elezioni, tutti gli elettori vengono coinvolti nel giudicare i candidati. Quando un candidato sospettato di essere vicino alla criminalità organizzata vince le primarie di un qualche collegio, le elezioni fungono anche da “appello”, che permette agli elettori di fermare, se vogliono, il candidato sospetto. Le possibilità che un candidato compromesso passi sia le primarie che l’appello sarebbero ridotte al minimo fisiologico.  Il sistema delle preferenze, invece, non concede alcuna possibilità di appello.

Il sistema uninominale con primarie aiuterebbe anche a mitigare il problema della governabilità. Ciascun eletto sarebbe costretto a rispondere direttamente ai propri elettori, perché a loro dovrebbe sia la candidatura, cioè la vittoria nelle primarie, sia l’elezione. Se la volta successiva vorrà ripresentarsi, dovrà sottoporsi nuovamente agli elettori, superando nuove primarie e nuove elezioni. Conseguentemente, la sua attività politica aderirà il più possibile alla volontà degli elettori. Se non per convinzione, almeno per convenienza.

Siccome nel sistema uninominale con primarie i rappresentanti eletti sarebbero costretti a rispettare la volontà popolare, la loro coesione verrebbe automaticamente garantita, per lo meno entro certi limiti. Gli Stati Uniti ce lo dimostrano. In quel paese i partiti non prevedono vincoli di sorta per tenere uniti i rappresentanti eletti. Allo stesso tempo, ciascun rappresentante risponde direttamente ed individualmente ai propri elettori. Tanto basta. Col risultato che la politica americana non è sinonimo di frammentazione, ma di unità, spesso anche tra maggioranza e opposizione.

La frammentazione e lo scollamento dalla base elettorale sono effetti tipici della presenza di apparati che centralizzano le decisioni. Riducendo il numero di persone coinvolte nelle decisioni, queste ultime diventano “manipolabili”, ciò che favorisce accordi sottobanco e scambi di favori. Se il rappresentante risponde all’apparato invece che agli elettori, la frammentazione del vincolo con l’elettore è assicurata, dando luogo ad un’analoga parcellizzazione del sistema politico.

E ciò tradisce il concetto stesso di volontà popolare, mediante il quale, invece, ci riferiamo all’insieme di tutti gli elettori, che su qualunque questione esprimono una maggioranza, magari solo relativa, e tante minoranze. Il numero di persone coinvolte è tale da rendere il risultato il meno controllabile possibile. Il sistema uninominale con primarie è il sistema che dà più potere agli elettori e meno agli apparati.


Autore: Damiano Anselmi

Docente di fisica teorica all'Università di Pisa. Studioso delle primarie e del sistema politico americano, è autore del libro: "Convention e primarie: il sistema dei partiti governati dagli elettori".

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