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“Chi ha paura non fa che sentir rumori”

– “Chi ha paura non fa che sentir rumori”. Sofocle, Acrisio, fram. 58

Ogni cosa ne implica un’altra, e ogni cosa implica il suo opposto. La cultura, e cioè l’immaginario condiviso attraverso i testi, ha come elemento di base la dimensione binaria dei semi. Significa che se io dico ‘bianco’, il suo significato è esperibile nell’immaginario umano solo se tutti abbiamo presente il concetto di ‘nero’, e quindi bianco si manifesta, di primo acchito, nella sua dimensione di contrario di nero.
Bianco/nero, quindi, sono un’unica dimensione di un significato che possiamo definire ‘binario’.
La forma mentis culturale dell’uomo verte su scansioni di significato binarie che sono il punto di partenza d’ogni elaborazione dei significati culturali: vita/morte, alto/basso, orizzontale/verticale, maschile/femminile, caldo/freddo, luce/buio, noi/altri e così via.
E poi, oltre ai significati contrari abbiamo anche i significati opposti, nel senso che bianco, in quanto significato, esiste nella sua dimensione di contrario di nero, e di opposto di non bianco. Stiamo parlando di contrarietà ed opposizione dei significati, stiamo parlando di comunicazione e, quindi, di politica.

Identità. E’ la parola cardine del dizionario politico. I valori di un partito o di un movimento si veicolano attraverso l’ affermazione di un sistema identitario. Ma le identità sono di due tipi.
Da un lato abbiamo le identità esclusive (cioè, che escludono), che implicano la determinazione di un forte confine di demarcazione tra il noi e gli altri, e che escludono le logiche trasformative. In questo caso l’identità politica implica la determinazione di un un’alterità nei confronti della quale non ci può essere comprensione, non ci può essere dialogo.
E’ la strategia politica del nemico. Per definire i confini di questa identità bisogna prima di tutto creare i connotati dell’alterità pericolosa, e tutto ciò che non farà parte dei predicati di questà alterità, finirà per costituire i connotati dell’identità attorno alla quale valorialmente si andrà a configurare il senso di appartenenza politico.

Per intenderci: tutto ciò che non è ‘rosso’ (l’alterità) può essere il PDL, e tutto ciò che non è ‘Berlusconi’ può essere l’opposizione. In questo caso l’individuazione del nemico è il contrario (il nero di cui sopra) che ci permette di identificarci valorialmente (nel bianco). Questo tipo di atteggiamento politico implica l’uso di una strategia patemica incentrata sulla modalità della paura.
La paura del nostro contrario ideologico ci permette di rafforzare il nostro senso d’appartenenza.
La paura è uno dei temi fondanti della progressione politica.
La povertà, la ricchezza, il rosso, il nero, il cinese, la globalizzazione, la sessualità che non ci appartiene, le famiglie che non corrispondono alla nostra, l’indistinta violenza di strada degli extracomunitari, sono tutte argomentazioni che implicano la tematica della paura, della paura dell’alterità. Tutto è pericoloso, ciò che è nostro è buono, di tutto il resto dobbiamo temere. Ciò che al momento non conosciamo, nel senso che non esperiamo, diventa metafora della nostra paura inconscia più profonda, ovvero, la disgregazione del sé, e quindi, l’affondamento nel nostro Io, l’insondabile, la madre di tutte le paure.

La politica italiana è diventata maestra di questo tipo d’azione linguistica, la demonizzazione dell’alterità. Questo tipo di demonizzazione è l’indice primo di un sistema che non riesce a trasformarsi, a produrre cambiamento e dinamiche di progressione; un’ idea di politica che, identificando il nemico esterno, dà il permesso agli elettori ed alle forze politiche di non compiere il vero lavoro che dovrebbero compiere, ovvero, modificare e trasformare sé stessi, prima di tutto.

In presenza di un nemico, il sé si rafforza ma se si rafforza troppo diventa sterile, conservativo, sempre uguale ad un’ idea di ideale del sé che è e rimane poco più che un’ oziosa e infruttuosa prassi dell’immobilità. Questo è uno stratagemma testuale della vecchia modernità che Berlusconi ha felicemente reso una logica insopprimibile della comunicazione politica italiana.
Lui ha vinto demonizzando “i rossi stalinisti”, l’opposizione ha perso demonizzando “Berlusconi”, e chi oggi si vuol contrastare a Berlusconi “deve”  demonizzare Berlusconi perché egli non è più un uomo, ma “un tema”.
È la politica della paura instillata agli elettori, e la paura, in termini psicologici, è un freno costitutivo, una zavorra al proprio percorso potenziale. La paura è l’impedimento primo alla libertà interiore e relazionale.
E’ l’ansia, che ci fa sentire i rumori di cui parla Sofocle
e che ci ferma.

Poi vi è un’altra categoria delle identità politiche, quella delle identità inclusive.
Queste identità si muovono non più sulla contrarietà (bianco o nero), ma invece agiscono per opposizione (bianco o non bianco).  In questo caso l’identità non verte sulla deliberazione simbolica di un nemico, ma sulla logica dinamica del sé.
Il teorema potrebbe essere così sintetizzato: “ io sono ciò che sono, io voglio essere ciò che mi sono prefissato di essere, e per esserlo nella mia identità si sedimenteranno tutte le istanze e i predicati che, provenienti dall’esterno (dalle alterità), potranno permettermi di trasformarmi e di arricchire il mio sé, e di giungere ad una dialettica costruttiva tra il mio progetto e la sua plausibità”.

Non c’è un nemico, non c’è un’alterità da temere, non c’ è l’ansia del caos circostante, ma c’è semplicemente la consapevolezza della complessità.
Ecco una differenza sostanziale: le identità politiche esclusive lavorano sulla riduzione della complessità, mentre le identità politiche inclusive lavorano sulla comprensione della complessità, e soprattutto, sull’abbattimento della paura. Quindi: non dobbiamo far qualcosa perché abbiamo paura delle altre cose, ma dobbiamo far qualcosa … perché ci crediamo.

Ed ecco la dimensione ideale della politica e delle identità politiche.
In poche parole scompare il valore simbolico della paura, e compare la determinazione della non paura. Non servono paura e coraggio, non servono contrari – ma servono gli opposti: io non sono gli altri, io non ho paura degli altri. Una tematica identitaria politica incentrata sul tema della non paura delle alterità, delle difficoltà,  delle trasformazioni che inevitabilmente porteranno alla trasformazione della propria identità.

Se un partito non ha idee e ideali, si arrocca sulla costruzione della paura dell’avversario. Un partito d’idee potrebbe e dovrebbe invece porsi nell’alveo tematico della non paura.
Perché forse solo se non si ha paura, si è veramente liberi.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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