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Un giorno all’anagrafe. Semplificare per integrare, battendo la politica della paura

– Mattinata di un giorno qualunque, in attesa davanti agli sportelli dell’Anagrafe. Cinquanta persone in attesa, un ingolfamento che non si ricordava da prima dell’epoca dell’autocertificazione. L’impressione è che sia cambiato qualcosa nelle norme, in peggio, oppure che gran parte delle persone presenti non conoscano la possibilità di autocertificare (che è comunque soggetta a limitazioni, altrimenti non saremmo qui a descrivere la scena), forse perché anziani o forse perché giunti da poco in questo paese. Forse la risposta giusta è soprattutto quest’ultima: un rapido sguardo intorno e si coglie immediatamente che la maggioranza delle persone in attesa non sono italiane.

Un cittadino italiano, seduto su una sedia in sala d’attesa, compie una estemporanea ma probabilmente efficace analisi sociologico-elettorale: “Certo che a entrare qui dentro si diventa leghisti: ellapeppa, sono tutti stranieri”. La domanda che avremmo voluto porre alla persona in questione era questa: “per quale motivo si dovrebbe diventare leghisti, cioè xenofobi e razzisti, guardando delle persone in fila mentre tentano faticosamente di adempiere a quanto viene loro richiesto per essere cittadini in un paese che non è il loro?”.

Badate, l’equazione “leghista uguale xenofobo” non è nostra: deriva per via logica dalla frase del nostro improvvisato sociologo, che esprime una sua percezione, piuttosto netta: “si diventa leghisti perché qui sono tutti stranieri”. Ma perché? Forse perché si pensa che produrre un certificato di residenza o fare una carta di identità equivalga a spalancare le porte di un ricco welfare fatto di ozio in attesa che il postino consegni a casa il sussidio? E questo dovrebbe accadere in un paese in crisi fiscale conclamata? Siamo seri, se possibile.

Non ci sono risorse fiscali per nessuno, in Italia: né indigeni né immigrati. Quello che le persone in coda all’anagrafe tentano di fare è semplicemente di “entrare nel gioco”, e di giocare con le nostre regole, spesso psichedeliche come la gloriosa certificazione di esistenza in vita, sparita formalmente ma di fatto ancora operante. Spaventarsi (perché è questo ciò che è accaduto) per il colore della pelle di ragazze somale o ragazzi asiatici in attesa allo sportello fa parte delle reazioni che potremmo definire “fisiologiche” in una popolazione che teme il futuro, spesso con una qualche ragione. La paura della diversità è parte della natura umana, e spesso tale paura viene accresciuta dall’assenza di capacità culturali a comprendere ed accettare tale diversità.

Se l’immigrato non gioca con le nostre regole, in vario grado e giungendo al punto da autosegregarsi e crescere come corpo estraneo nella nostra società e nei suoi valori fondativi (sperando di riuscire a ricordarli), è giusto allontanarlo. Ma se l’immigrato desidera partecipare alla nostra comunità, nazionale e locale, anche al punto di sottomettersi alla psichedelica burocrazia che da sempre soffoca questo paese, sarebbe più opportuno agire per rimuovere questa barriera all’entrata, beneficiando in tal modo anche i cittadini italiani più anziani e/o meno preparati a gestire la montagna di carta che ci viene quotidianamente richiesta negli atti più semplici delle nostre esistenze.

Spetta alla politica agire per semplificare le nostre esistenze e creare un habitat più favorevole all’intrapresa ma anche all’integrazione. Servirebbero più fatti in tale direzione e meno propaganda su quali principi mettere in Costituzione per promuovere la libertà, che è anche libertà di non vedere le proprie esistenze sequestrate dalla burocrazia. Il sospetto è che esista un preciso interesse a mantenere lo status quo per rafforzare il disagio e le barriere identitarie verso l’immigrazione. Evidentemente qualcuno pensa che sia più pagante avere una popolazione frustrata, spaventata e rifugiata in simboli identitari fittizi, magari ripetuti per 700 volte in un edificio scolastico pubblico. E’ questa la vera maledizione di questo paese.


Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

3 Responses to “Un giorno all’anagrafe. Semplificare per integrare, battendo la politica della paura”

  1. filipporiccio scrive:

    “Spetta alla politica agire per semplificare le nostre esistenze”

    Come sta facendo questo governo: oggi mi è arrivato dal commercialista l’avviso di un nuovo, utilissimo adempimento: tutte le operazioni con stati “a regime fiscale privilegiato” (70 stati, tra cui il Lussemburgo che è nell’UE) devono essere comunicate tramite apposito modello.

  2. antonio scrive:

    Talvolta un piccolo fatto quotidiano può spiegare la realtà molto meglio di un grande evento. Grazie a Seminerio per avere colto questa verità da una piccola esperienza di vita.
    Personalmente ricordo come un incubo cosa ho dovuto affrontare per assumere dei laureati stranieri, le mattinate in polizia in stanze super-affollate, extra-comunitari trattati maleducatamente, disorganizzazioni, lungaggini.

  3. LibDan scrive:

    Davvero ben scritto, bravo Seminerio. Di articoli cosi’significativi e fuori dagli schemi se ne leggono davvero pochi sui giornali italiani. LibDan

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