di SIMONA BONFANTE – I radicali, sempre loro. Ricordiamo tutti la tragica farsa delle scorse regionali: prima la lista del Pdl in Lazio estromessa per un ritardino nella presentazione (causa panino). Poi il ricorso in Lombardia che, inizialmente accolto dall’Ufficio regionale presso la Corte d’appello di Milano per conclamate irregolarità nelle firme in calce alla lista “Per la Lombardia”, rischia di bissare l’umiliazione del partito capitolino.
Formigoni sclera, ma non demorde. Ci prova persino con l’amico Alfonso Marra, presidente della Corte d’Appello responsabile della sentenza (per questo maldestro tentativo di intercessione il Governatore verrà successivamente sentito dai magistrati impegnati a districare la matassa della presunta P3).

Insomma il Pdl è nel panico. Il governo azzurro-verde corre a suo modo ai ripari. Vara un decreto ad listam – roba di un’arroganza normativa tale da far apparire le leggi ad personam un peccatuccio veniale. Il decreto oltretutto si dimostra giuridicamente inefficace ad impedire l’affondamento del transatlantico delle (eccessive) libertà.

La lista di Formigoni, infatti, sarà riammessa a prescindere da quell’obbrobrio giuridico decretato d’urgenza dal team governativo. Il Tar, al quale il Celeste Governatore ed il Pdl Lombardo si erano rivolti per chiedere una sospensiva della sentenza della Corte d’appello, rileva un vizio di competenza: solo la lista esclusa – cioè “Per la Lombardia” – ha il diritto di ricorrere alla giustizia amministrativa. Non i radicali dunque.

Si svolgono le elezioni. Il governatore uscente incassa il quarto mandato consecutivo. La legge impedirebbe di esercitarne più di due. Formigoni ma anche il Pd, che ha nel Presidente dell’Emilia Romagna, Vasco Errani, il suo proprio veterano del governatorato regionale, propendono per un’interpretazione ‘estensiva’ della normativa.
Lasciamo perdere.

Torniamo al clima di quei giorni. La concitazione, le battute di spirito. La delirante invocazione del principale partito di governo del comandamento supremo del regime democratico, la volontà popolare, per legittimare la liceità, o comunque l’accettabilità, della violazione delle regole, delle leggi dello stato, delle norme previste a tutela della democrazia. A sentire i pidiellini – ma non solo loro – sembrava che i radicali avessero compiuto un golpe. In realtà quelli della lista Pannella-Bonino, in Lombardia come in Lazio, non avevano fatto altro che ‘pretendere’ il rispetto della legge. Un atto invero eversivo.

Comunque, ai primi di ottobre, sei mesi dopo le elezioni, il colpo di scena. I radicali sottopongono le firme in calce alla lista «Per la Lombardia» ad una perizia calligrafica. Viene fuori che almeno 350 firme sono false. Firme clonate, falsificate. Una stessa mano a vergare in luogo di trecento-e-passa cittadini il cui nome figura tra i sottoscrittori della lista. Una violazione della legge così sfacciata da apparire…normale. Dovuta, addirittura. Perché suvvia così fan tutti, in Italia. Quasi tutti, invero. Ma in fondo raccogliere firme a norma di legge è praticamente impossibile. I listini – lo sappiamo tutti – vengono chiusi solo ai tempi supplementari. Il tempo materiale per sottoporre ai cittadini la ‘vera’ lista dei candidati, sulla base della quale chiedere la sottoscrizione, sostanzialmente non c’è. Se è vero che lo prescrive la legge, ebbene la legge non ha contezza di quanto complicato sia fare le liste. Quante richieste dell’ultimo minuto. Quante bocche da sfamare. Quante igieniste dentali da premiare. A tutto questo si potrebbe riporre rimedio. Basterebbe ad esempio considerare le prescrizioni di legge vincolanti, quindi adeguarsi. Organizzarsi per tempo, mobilitare i certificatori. Fare le cose per bene. Come tutti i cittadini normali.

Se le regole che disciplinano modalità e forme della partecipazione elettorale possono essere violate, bypassate come se fossero il Manuale delle Giovani Marmotte; se possono ritenersi una ‘formalità’ burocratica da contrapporre alla ‘sostanzialità’ della volontà popolare, beh è l’intera architettura democratica che viene meno.

In Lombardia adesso si rischia davvero di tornare alle urne. Sarebbe una tragedia, certo. Sarebbe clamoroso. Probabilmente non sarebbe neanche capito dai cittadini – sarebbe visto come uno spreco di soldi. Ma forse aiuterebbe la nostra democrazia a salvarsi ad un pelo dal precipizio. Perché, signori, non è bene accettare, come fosse filosoficamente accettabile, che lo Stato abbia la facoltà di fare il delinquente.

Per la cronaca.
Il Tar ha respinto due dei tre ricorsi presentati dai radicali. In uno veniva chiesto di far decadere tutti i consiglieri regionali eletti lo scorso marzo. In un altro si chiedeva l’annullamento del provvedimento di ammissione della lista “Per la Lombardia” di Roberto Formigoni. Su un terzo ricorso il Tar ha ordinato di «integrare il contraddittorio anche a mezzo di pubblici proclami».