– Lo ha proposto il ministro della Difesa Ignazio La Russa: armare gli aerei italiani anche con bombe, mentre, per ora, hanno dovuto impiegare solo il loro cannoncino da 20mm per coprire le nostre truppe sul terreno. “Le colonne del nostro contingente che cadono nelle imboscate talebane vengono soccorse dalle bombe lanciate dai jet alleati ma non dagli Amx italiani che ne sono privi” – spiega Gianandrea Gaiani, direttore della rivista online Analisi Difesa – “Eppure l’Aeronautica, dopo aver speso centinaia di milioni per ammodernare i jet Tornado e Amx, ha acquistato per 34 milioni di dollari 500 Small Diameters Bombs , ordigni a basso potenziale concepiti proprio per ridurre i rischi di danni collaterali. Anche i nuovi velivoli teleguidati Reaper acquistati dall’Aeronautica e già arrivati alla base pugliese di Amendola, sono disarmati per decisione politica”. Insomma: avremmo tutti i mezzi per salvare le vite dei nostri soldati, ma combattiamo con le mani legate dietro la schiena.

Tutto per “la fobia della classe politica di possibili danni collaterali”. Ad esempio: “Ho letto con stupore e sconcerto che noi avremmo dato una disponibilità” all’ipotesi di armare con bombe i nostri aerei ma “non è così“, dice Piero Fassino osservando che “abbiamo già avuto esperienza in questi anni di bombardamenti che hanno fatto vittime civili innocenti. Non credo che l’Italia possa esporsi a questo rischio perciò non siamo favorevoli a questa ipotesi. Siamo invece per confermare le regole d’ingaggio e le modalità d’impiego fin qui adottate“.

La missione Isaf (a guida Nato) si è però già data strettissime regole di ingaggio che impediscono azioni che mettano a rischio la vita dei civili. Anche a costo di subire più perdite militari. Ma il segretario della Nato Anders Fogh Rasmussen, ritiene che dotare di bombe gli aerei che scortano i convogli non sia in contraddizione con la nuova dottrina del generale Petraeus che punta ad evitare il più possibile attacchi aerei. “Non vedo nessuna contraddizione tra questo tipo di intervento e la strategia che abbiamo adottato per le nostre operazioni in Afghanistan”.

Alla propensione dei nostri politici ad evitare vittime civili a tutti i costi (anche a costo di sacrificare vite di nostri soldati) si aggiunge un certo modo di interpretare la Costituzione italiana: “Il ministro La Russa con la proposta di armare i caccia ha gettato la maschera: il nostro Paese è in guerra. Peccato che l’articolo 11 della Costituzione reciti: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Così parlò Antonio Di Pietro. Anzi, così scrisse, sul suo blog, all’indomani della morte di altri 4 alpini italiani in Afghanistan (con i quali il conto dei caduti italiani sale a 34), all’inizio del dibattito bombe-o-non-bombe.

Davvero la Costituzione italiana ci proibisce di andare in guerra? L’articolo 11 ripudia la guerra come strumento di “offesa alla libertà degli altri popoli”. In Afghanistan non ci siamo andati da invasori. Ma dietro mandato Onu e su richiesta del legittimo governo di Kabul. La guerra che ci è proibita è quella intesa come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Ma l’Italia non deve risolvere alcuna controversia, in Afghanistan. Perché tutta la comunità internazionale riconosce la legittimità del governo di Kabul e disconosce la legittimità della guerriglia talebana. Tutta la comunità musulmana, compreso il Pakistan che istruì e mandò al potere i Talebani dal 1994 al 1996 e li sostenne fino all’11 settembre 2001 riconosce solo in Karzai il presidente legittimo dell’Afghanistan e approva la presenza sul suolo di una missione multinazionale a suo sostegno.
La Costituzione italiana non ha mai impedito alla nostra Aviazione di intervenire, anche con mezzi ben più brutali di bombe a basso potenziale, in conflitti molto più controversi.

Durante l’Operazione Desert Storm, contro l’Iraq di Saddam Hussein, nel 1991, i Tornado italiani presero parte ad almeno 32 missioni di bombardamento. La prima andò particolarmente male. I piloti Bellini e Cocciolone furono fatti prigionieri. Avrebbero dovuto colpire un deposito di munizioni iracheno. Nell’Operazione Desert Storm, la comunità internazionale non era così compatta dietro all’intervento della Coalizione (a guida saudita e statunitense) contro il regime di Saddam. L’Unione Sovietica manteneva allora una neutralità ostile.

Ma se in Desert Storm l’Italia agiva all’interno di una Coalizione che aveva ricevuto l’autorizzazione a usare la forza dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, nella guerra del Kosovo (1999), i nostri aerei colpirono forze della Federazione Jugoslava agendo in ambito Nato. Anche contro il parere dell’Onu, dove Cina e Russia votarono contro l’intervento. Allora si usò sempre l’espediente della “autodifesa”. Si ammetteva, dunque, l’uso delle armi pesanti, ma solo come risposta ad una minaccia di aggressione diretta. I nostri aerei sarebbero stati sempre “in ricognizione” e “costretti” a sganciare bombe solo una volta illuminati dai radar jugoslavi.

Quel che non si ammette, oggi, è l’uso stesso delle armi pesanti. Un’inibizione ancora maggiore rispetto al controverso conflitto di 11 anni fa.

In sintesi: non abbiamo alcun divieto costituzionale a partecipare alla guerra in Afghanistan. La nostra Aviazione ha già usato bombe in conflitti precedenti all’Afghanistan, pur nel rispetto di questa stessa Costituzione. I nostri alleati non ci impedirebbero di usare armi più pesanti per proteggere le vite dei nostri soldati. Non c’è dunque alcun argomento logico che possa impedire l’uso delle bombe da parte della nostra Aviazione. C’è solo un argomento ideologico. Anche se non lo vogliamo vedere e l’argomento non viene mai affrontato in Parlamento, c’è una parte della nostra classe politica e un pezzo non trascurabile della nostra opinione pubblica più impegnata che ritiene illegittima la guerra in Afghanistan. Vuoi perché è contro il presunto “imperialismo” americano che la motiverebbe, vuoi perché nega addirittura la veridicità del “pretesto” dell’11 settembre che la provocò nel 2001. Pur di non affrontare in campo aperto questa parte della politica italiana, la nostra classe dirigente si è rifugiata dietro la formula della “missione di pace”, apparentemente conciliante, altrettanto apparentemente incontestabile. Ma sempre foriera di equivoci, malintesi e tragici fraintendimenti ogni volta che in questa “pace” muoiono nostri soldati. E si devono armare di bombe gli aerei per poterli proteggere meglio.