di CARMELO PALMA – E’ possibile che il prossimo anno le truppe Nato abbandonino l’Afghanistan al proprio destino – e dunque ad una pax talebana – come fecero i sovietici nel 1989, non essendo venuti a capo di un paese in cui si era scornato perfino l’Impero britannico?

Non penso, ma se accadrà, non avremmo egoisticamente nulla di cui rallegrarci, visto che l’Afghanistan non è, come qualcuno sventatamente sostiene, “un Vietnam” – una frontiera della politica dei blocchi, lungo cui si misurano i rapporti di forza tra le potenze – ma il nodo principale della rete che, dall’11 settembre 2001, ha imprigionato l’ordine globale, dando alla guerra e alla pace, alla sicurezza e all’insicurezza una connotazione originale e assai più spaventosa. Da allora, il mondo libero è diventato, da un giorno all’altro, qualcosa di simile ad un’immensa Israele, non un obiettivo di conquista, ma di distruzione.

Fare gli isolazionisti è difficile, oltre che stupido, quando non ci può isolare dalle guerre sporche, asimmetriche e invisibili che la politica dell’odio arma contro di noi, anche se evitiamo di armarci contro i nostri nemici globali e di inseguirli nelle loro tane sempre meno “statuali”. A questo difetto di realismo – o alla rimozione di una realtà non inquadrabile negli schemi delle violenze post-coloniali e delle resistenze anti-coloniali – si deve la cecità di chi ha perfino tifato per il fallimento di un’operazione che, per proteggere l’Occidente dagli 11 settembre che Osama Bin Laden prometteva copiosi, ha dovuto mandare i soldati alleati in uno dei peggiori scenari di guerra e metterli a disposizione di un improbabile “rinascita” politica dell’Afghanistan.

Così una missione maledettatamente difensiva, è apparsa subito eccessivamente generosa: per non importare bombe, pretendeva perfino di esportare e impiantare libertà politica dove nessuno l’aveva conosciuta, e pochi davvero desiderata. Ma l’alternativa a questra dottrina super-realistica e super-idealistica qual era e qual è?

Francesco Vannozzi, Gianmarco Manca, Sebastiano Ville e Marco Pedone, con gli altri trenta soldati italiani che hanno perso, fino ad oggi, la vita in Afghanistan, hanno combattuto in una terra lontana, ma per un sicurezza vicina. Non solo per gli afghani, ma per l’incolumità personale di milioni di italiani che, se a Kabul tornasse ad aver sede la più stabile piattaforma della guerra globale, sarebbero esposti, più di quanto già non siano, a rischi terribili e incontrollabili. Tra tutti i conflitti in cui – negli ultimi decenni – le truppe italiane sono state impiegate fuori dai confini nazionali, questo è quello che ha (ed avrà) le più immediate ricadute “domestiche”.

Ora è bene che il nostro Paese valuti, nel quadro dell’impegno Nato, se e come l’impegno italiano vada precisato o potenziato. Ma è bene che lo faccia guardando in faccia la realtà e i costi e i rischi che ogni scelta comporta per la sicurezza nazionale. Dall’Afghanistan non si può andar via perché “conviene” (come pensano leghisti e dipietristi, antagonisti e menefreghisti). Sopratutto perché non conviene affatto. Quanto la Nato lascerà di irrisolto in Afghanistan, ci tornerà in faccia, con gli interessi.