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I privilegi degli enti ecclesiastici inibiscono il pluralismo della ‘Big Society’

– La questione presa in esame da Luigi Tivelli su Libertiamo.it riguardo alla necessità, sulla scorta dell’esempio inglese, di passare dal grosso Stato alla “grande società”,  mi spinge a suggerire, in aggiunta, qualche riga di riflessione. Ovviamente la mia vuole essere solo una breve nota a margine di un ragionamento ampiamente condiviso e che spero possa arricchire il dibattito in una prospettiva costruttiva e di confronto.

Dare piena attuazione al principio di sussidiarietà, soprattutto nella sua “forma” orizzontale, costituisce una delle maggiori priorità sottese alla piena affermazione dei principi costituzionali (del nostro Stato costituzionale e pluralista). Anzi, possiamo dire che attraverso la sussidiarietà orizzontale il principio solidaristico trova la sua naturale estensione essendo la sussidiarietà fattore di accelerazione indispensabile, dopo la riforma del 2001, del solidarismo.

Detto questo, occorre porre in luce, coerentemente, che sarebbe un errore non cogliere le chiare opportunità che un principio siffatto – colto sia nelle sue dinamiche interne che sovranazionali – offre alla c.d. “società civile organizzata” (come declinata dal Libro Bianco sulla Governance UE del 2001) la quale, nel suo ampio e multiforme dispiegarsi – sia dal punto di vista dei soggetti coinvolti, che del variegato e incisivo dinamismo che è in grado di sprigionare nello spazio pubblico – costituisce il nuovo contesto relazionale all’interno del quale i cittadini sono chiamati a diventare parte attiva della soluzione dei problemi, a «fare» concretamente, inventandosi modalità innovative attraverso le quali sviluppare nuove sfere di diritti e di libertà finalizzate ad accrescere «il pieno sviluppo della persona umana» (art. 3 Cost.). Inquadrata in questi termini, ancora generici, la questione (pluralismo – sussidiarietà – società civile organizzata) può risultare condivisibile anche da chi (e io non sono tra questi) continua a diffidare delle potenzialità che il privato sociale può offrire in termini di perseguimento del bene pubblico e ridefinizione di nuovi livelli e reti di servizi.

In ordine alla declinazione orizzontale del principio di sussidiarietà, occorre però essere più precisi e chiarire alcuni aspetti relativi alla natura dei soggetti coinvolti e alle attività (e loro modalità) poste da questi in essere. Procedo così: data per scontata la “lealtà” ai principi costituzionali, la normativa di settore che in maniera più o meno organica ha trovato attuazione a partire dalla fina degli anni novanta del secolo scorso (d.lgs. n. 112 del 31 marzo 1998 attuativo della c.d. “Bassanini 1”) dovrebbe riflettere questa coerenza di fondo per poi procedere col declinare opzioni operative (trasfuse in norme di legge) mai lesive della legalità generale e contenenti incentivi legali ed economici, agevolazioni fiscali, etc.

Dico “dovrebbe” perché ciascun ente-soggetto della sussidiarietà orizzontale non può costituire la premessa (il paravento) per la costituzione di “aree di specialità” distorsive della concorrenza e, soprattutto, del principio di uguaglianza. Esempio calzante è offerto dalle organizzazioni controllate dalla Chiesa cattolica (e dalle confessioni che hanno stipulato intese con lo Stato, ex art. 8, comma 3 Cost.), le quali, inquadrate per legge come enti ecclesiastici-ONLUS e, dunque, ricompresi nel novero dei soggetti legittimati a partecipare al processo di potenziamento dell’area privata nell’espletamento dei compiti pubblici, specie dei servizi sociali, da un lato godono delle agevolazioni previste per tutte le tipologie associative c.d. non profit, dall’altro, invece, hanno ottenuto un regime di eccezioni e deroghe della disciplina comune, in nome del rispetto della loro “identità religiosa” (rectius: appartenenza all’autonomo ordinamento confessionale) che mal si prestano ad assicurare sia il controllo pubblico in sé, sia il rispetto dei principi di neutralità del pubblico servizio ed uguaglianza dei cittadini.

Ho fatto l’esempio dell’ente ecclesiastico civilmente riconosciuto/ONLUS perché meglio di altri evidenzia come, al di là dello schema tradizionale della contrattazione centralistica fra Stato e confessioni religiose a “copertura costituzionale” (art. 7, comma 2 e 8 comma 3 Cost.) ci troviamo di fronte al prodotto di una attività “lobbistica” portata avanti dai gruppi religiosi più forti e meglio strutturati in ambito pubblico, chiaramente incompatibile con i principi posti a garanzia dell’uguaglianza fra gruppi. L’attuazione del principio di sussidiarietà orizzontale, dunque, non può avvenire a danno di quello solidaristico, né la mediazione, seppur necessaria, deve trovare attuazione attraverso la lesione degli interessi più deboli e scarsamente organizzati. Quanto di buono e di nuovo la Costituzione ci offre deve, pertanto, essere diretto a restituire ai cittadini la fiducia nell’esistenza di un potere oggettivo e non di parte, capace di tutelare l’uguaglianza, la libertà, la dignità di vita di tutti consociati.

Ecco perché la costruzione di una “grande società” ha bisogno, in premessa, di scardinare posizioni dominanti e di privilegio. In particolare, anche la costruzione di un “libero mercato delle credenze”, per essere realmente tale, e risultare benefico in funzione della soddisfazione di bisogni rilevabili nel sociale, necessità del venire meno di corsie preferenziali annidate non solo nelle norme del Concordato (e delle intese) ma pure nelle leggi dello Stato finalizzate al perseguimento del bene comune.


Autore: Gianfranco Macrì

Nato a San Vito sullo Ionio (CZ) nel 1966. E’ professore associato presso l’Università di Salerno, dove insegna diritto ecclesiastico europeo. Le sue ricerche riguardano principalmente la dimensione giuridica del fattore religioso nell’ambito europeo, nonché alcune questioni attinenti lo statuto giuridico dell’Islam in Italia. Collabora con diverse riviste ed è autore di numerose pubblicazioni.

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