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Il Governo e la banda larga: troppe promesse dalle gambe corte

– Oh, la sai quella della Salerno-Reggio? E quella della banda larga? Barzellette che oramai fanno ridere solo chi le racconta.
Era il 2007, ai tempi Romano Prodi si occupava ancora di politica, e finalmente anche il governo italiano si rese conto del ritardo infrastrutturale della banda larga nel nostro paese. Fu allora che, forse per la prima volta, l’opinione pubblica sentì parlare di digital divide. E fu allora che ci garantirono che in poco tempo l’avremmo dimenticato.

Furono annunciati infatti investimenti pari a 3 miliardi di euro, provenienti da fondi europei e, in misura minore, dal bilancio statale. Sarebbero intervenuti subito – dissero –  perché altrimenti avremmo perso il treno dell’innovazione.
Un anno dopo,  con il centrodestra ormai al governo, Paolo Romani – oggi neo-ministro per lo Sviluppo economico, allora sottosegretario per lo stesso ministero e testimonial della campagna pro banda larga – chiama Francesco Caio, da molti considerato il miglior consulente sul mercato. Non si poteva sbagliare. Ne andava di mezzo il futuro dell’industria e del progresso del paese.
E così il manager elabora il suo piano d’azione, che Romani consegna  brevi manu a Silvio Berlusconi.
E’ pronto il grande spot: “Cittadini, oltre al satellitare e al digitale terrestre, avrete a disposizione la banda larga tra i 2 Mb e i 20 Mb”. Insomma tutti pronti, si naviga. E invece il piano Caio con i dettagli sul futuro assetto della linea telefonica in Italia non si vede. Il futuro del paese uscirà in 105 pagine su Internet, mentre le valutazioni del governo si limiteranno a presenze in convegni e annunci promozionali.

Ad un certo punto, scende in campo anche Renato Brunetta, con un nuovo proclama: “’Due mega di banda larga per tutti a partire dal 2010”, urla a gran voce, perchè solo attraverso la rete vi può essere un vero “cambiamento della burocrazia”.
Brunetta-Romani, ecco il tandem ad alta velocità. I due incalzano, fiduciosi: “Entro ottobre-novembre possiamo avere il via libera del Cipe per 800 milioni di euro”. E ancora: “Sarà un successo, servirà da stimolo economico perchè vuol dire investimenti sulla rete, nuove tecnologie, spesa da parte dei cittadini”.
Una campagna promozionale senza precedenti, ma il Cipe congela gli 800 milioni, tanto che il portavoce delle brutte notizie suo malgrado, Gianni Letta, ammette che si debba attendere la fine della crisi, perché “il governo ha cambiato l’ordine delle priorità”.

A Claudio Scajola tutto ciò non importa. L’allora ministro non demorde e continua: “Credo che definiremo l’approvazione del primo investimento pubblico, ossia gli 800 milioni di euro, a inizio anno“.  Nel frattempo, dal Piano siamo passati al Tavolo Romani, da 800 milioni a 100, e poco importa se Caio nel report sostiene che servano 10 miliardi per ottenere la copertura del 50 per cento delle case italiane (ma addirittura 30 miliardi per una copertura completa). Per Romani  nel 2020 il 50 per cento degli utenti avrà 100 Megabit di connessione. Il Tavolo, al quale partecipano tutti gli operatori di tlc, per ora è riuscito solo ad arrivare a una condivisione delle infrastrutture passive, ma non ha ancora stabilito i costi di gestione del progetto. E così il tono dei confronto tra Telecom e i concorrenti sta degenerando. Gli operatori alternativi sono insorti, abbandonando il Comitato NGN – chiamato dall’Agcom a delineare un percorso di transizione dalle reti in rame alla fibra ottica – perché accusato di aver tenuto conto esclusivamente delle richieste di Telecom Italia.

Poi c’è la questione dello scontro sui prezzi per l’affitto dei doppini di rame di Telecom che i concorrenti utilizzano per fornire l’Adsl in unbundling, ossia l’affitto dell’ultimo miglio di cavo telefonico. Per gli operatori alternativi le tariffe, stabilite da Agcom sulla base del calcolo ingegneristico, richiesto dalla Commissione Europea, sono superiori alla media europea.

Nel frattempo l’idea di una società unica si sta arenando, manca un progetto di fiber nation in grado di mettere insieme tutte le energie, e l’Agcom lancia l’allarme: abbiamo una rete mobile ormai satura. Il Governo dovrebbe fissare un’asta per dare frequenze alla banda larga togliendole alle tv, ma nulla è stato fatto, anzi si è preferito autorizzare il gruppo Mediaset a utilizzare queste frequenze per sperimentare nuove soluzioni in HD. Viva la tecnologia!

E così, tra litigi e empasse, l’Italia è ben lontana dall’obiettivo europeo che stabilisce l’accesso alla banda larga a prezzi competitivi per tutti entro il 2013. Al momento, 8 milioni di italiani non hanno accesso alla rete veloce, siamo al 21° posto tra i Paesi europei  per penetrazione della rete e quello che in altri Stati è considerato un servizio universale a noi pare un miraggio. Insomma, le autostrade veloci – di fatto – paiono molto lontane, quello che traspare è soltanto una grande lentezza decisionale e la mancanza di un progetto complessivo per il paese.

Come conseguenza, c’è la concreta probabilità che l’Italia della banda larga vada a due velocità, visto che regioni come la Lombardia, il Trentino e il Veneto hanno comprensibilmente scelto di procedere in autonomia. Curiosamente, o forse no, le due più grandi tra le tre regioni sono governate dal centrodestra.

Anche con il Wi-Fi c’è una situazione paradossale, essendo ancora in vigore il decreto Pisanu del 2005, definito anacronistico dal suo stesso autore, che prevede l’identificazione di chiunque usi una connessione senza fili in uno spazio pubblico; per fortuna, sul tema, grazie ad una proposta di parlamentari dell’opposizione e di Futuro e Libertà, si parla di abrogazione.


Autore: Floriana Bulfon

Nata a San Daniele del Friuli nel 1978, laureata a pieni voti in filosofia nel 2000, si è specializzata con un MBA presso Alma Mater School a Bologna (ottenendo una borsa di studio al merito) e nel 2010 ha conseguito la laurea in Scienze Giuridiche presso l’Università Roma Tre. Ha lavorato nella Direzione Comunicazione di General Electric, General Motors, Renault e Thomson. Si occupa di comunicazione e relazioni esterne per Enel Green Power.

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