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Il coraggio di pensare ‘in grande’

da Il Secolo d’Italia del 6 ottobre 2010

Negli ultimi sedici anni, gli anni della cosiddetta Seconda Repubblica, anni di una infinita transizione che sembra essersi tramutata in una instabilità istituzionalizzata, la destra è di fatto venuta a coincidere con Berlusconi e con il berlusconismo. L’iniziale promessa di una “rivoluzione liberale” si è arenata nelle secche di una politica priva di coraggio e di visione, in forme di esercizio del potere oscillanti tra cedevolezza e arroganza, incapaci di nutrirsi di quella competizione tra idee che dovrebbe costituire il valore aggiunto di ogni democrazia liberale.

Oggi la galassia finiana e la sua espressione più esplicitamente politica, Futuro e Libertà, si trovano di fronte a questo fallimento e con l’onere di ridare forma a una destra più simile a quelle delle altre grandi democrazie europee e che sia in grado di porsi come uno dei due poli di un sistema politico funzionante. Certo, la fretta, che è sempre cattiva consigliera, di chiudere al più presto con la stagione berlusconiana potrebbe suggerire di fare del nascente partito una delle tante forze centriste pronte ad accordi improbabili con altre forze del centro e della sinistra. Come ha scritto con lucidità Pierluigi Battista sul Corriere della Sera, questa è una delle opzioni che hanno di fronte i finiani, senza dubbio quella di più corto respiro.

L’altra, più rischiosa nell’immediato, ma l’unica che consente di delineare una prospettiva di più lungo periodo, è quella di porsi in aperta competizione per la leadership della destra italiana. È, questa, anche l’unica opzione coerente con il percorso compiuto fino a oggi da Gianfranco Fini e da chi si è riconosciuto nella sua leadership, leadership che stanti tutta una serie di premesse non può certo sbiadire e perdersi, come vorrebbe qualche critico, nella riproposizione delle logiche che già avevano dominato la Prima Repubblica.

La ricerca di valori, visioni, soluzioni e prospettive per una nuova formazione la quale si pone in una prospettiva diversa da quella berlusconiana porta invece oggi molti a voler superare gli steccati tra destra e sinistra, per realizzare nuovi incontri e nuove sintesi. Ciò è lecito e può senz’altro essere anche proficuo. Ma sono necessarie due avvertenze.

La prima, sul piano dei contenuti, consiglia di non lanciarsi acriticamente in una prospettiva banalmente “nuovista”, dove ciò che viene dal passato è di necessità da superare e le novità sono sempre da accogliere. Il richiamo che dall’area finiana proviene infatti quotidianamente a una destra liberle e repubblicana non può essere vuota retorica; il liberalismo e il repubblicanesimo giungono da lontano, dal passato, appunto, e pur nelle mutate condizioni del mondo contemporaneo propongono ancora oggi principi fondamentali che devono essere compresi nella loro essenza e soprattutto non annegati in uno sterile politicamente corretto, quel politicamente corretto – ad esempio – dominante a sinistra e che ha fatto della difesa della Costituzione un baluardo delle posizioni più conservatrici, quando non reazionarie, in materia di riforma dello Stato, o della “difesa della magistratura” lo strumento per bloccare ogni seria innovazione nell’ambito del sistema giudiziario.

La seconda avvertenza è quindi di ordine “sistemico”. Destra e sinistra, intese laicamente e non ontologicamente, rimangono comunque riferimenti essenziali per la “meccanica” del sistema politico. L’alternanza costituisce non a caso la fisiologia del funzionamento delle grandi democrazie occidentali, poiché consente alle diverse opzioni di governo di essere presentate chiaramente agli elettori e fornisce a questi ultimi il potere di scegliere l’opzione preferita.

Mettere in pericolo questa meccanica, e magari spendersi per giustificare altre più o meno nebulose dinamiche sistemiche, allo scopo di chiudere al più presto con l’attuale stagione politica – come si diceva prima – sarebbe un imperdonabile errore, un comportamento miope e colpevole nei confronti delle nuove e future generazioni. Perché una cosa è cercare nuovi contenuti senza farsi imbrigliare dagli steccati ideologici, altra cosa è sedersi ad un tavolo con chiunque ed accettare qualunque compromesso compresi quelli che conducono a soluzioni (ad esempio un sistema elettorale proporzionale senza correttivi maggioritari, e le soglie non possono essere seriamente considerate tali) che avranno l’effetto di distruggere il bipolarismo, forse l’unica conquista davvero importante e positiva della lunga transizione italiana.

Una delle principali colpe di Silvio Berlusconi e di coloro che negli anni lo hanno circondato è stata quella di avere sottovalutato il ruolo delle regole (elettorali e istituzionali) per consolidare la tendenza maggioritaria avviata nel 1994. Oggi Futuro e Libertà si trova di fronte a un bivio. O, in alleanza con coloro che esplicitamente vogliono spazzare via il modello dell’alternanza per tornare a quello dei governi post-elettorali scelti dalle oligarchie di partito, prestarsi ad una operazione di “restaurazione” della Prima Repubblica (in una versione farsesca e per questo ancora più deleteria). Ma allora dovrà spiegare ai propri potenziali sostenitori/elettori perché ha ritenuto che il liberarsi di Berlusconi oggi sia più importante della costruzione del futuro dell’Italia.

Oppure, ponendosi in un diverso orizzonte, adoperarsi affinché una nuova serie di regole, simili a quelle di altri paesi europei, regole che favoriscano i grandi partiti a vocazione maggioritaria e la costituzione di governi capaci di decidere e guidare il paese, possano affermarsi anche in Italia e garantire finalmente il consolidamento di una democrazia ben funzionante. È su questo secondo progetto, che certo richiede più coraggio e abilità, che si può costruire una mobilitazione per una nuova destra e una nuova leadership. Il resto è mera tattica politica che rischia di offuscare la nascente leadership di Gianfranco Fini e di far ricordare questa fase convulsa come l’ennesima occasione mancata.


Autore: Sofia Ventura

Nata a Casalecchio di Reno nel 1964, Professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna Scienza Politica e Sistemi Federali Comparati. Studiosa dei sistemi politici in chiave comparata, ha dedicato la sua più recente attività di ricerca ai temi del federalismo, delle istituzioni politiche della V Repubblica francese, della leadership e della comunicazione politica.

6 Responses to “Il coraggio di pensare ‘in grande’”

  1. franco scrive:

    e se fosse berlusconi a creare il trauma, la frattura? Se si arrivasse rapidamente a una resa dei conti elettorale, quali prospettive avrebbe FLI oltre che riallearsi con il PdL o buttarsi in un improbabile terzo polo?

  2. Lontana scrive:

    Temo proprio che questo coraggio Fini non ce l’abbia ( mai stato coraggioso) e che non abbia nemmeno scelto il momento opportuno per mettere su un nuovo partito.
    Se avesse veramente avuto questo tipo di obbiettivo, restare nella logica bipolarista e proporsi come il prossimo capo della destra italiana, avrebbe aspettato la fine della legislatura comportandosi da impeccabile Presidente della Camera. Invece ha avuto troppa fretta e forse ha ancora piu’ fretta di ricongiungersi con i piccoli partiti per riportarci al sistema proporzionale.
    L’errore di valutazione commesso da Fini oggi é lo stesso di altri che hanno frettolosamente considerato morto il berlusconismo e Berlusconi, ignorando che Berlusconi é l’interpretazione delle aspettative della gente di destra che era “berlusconiana”o missina ancor prima che Berlusconi scendesse in campo e continuerà ad esserlo anche dopo che sarà andato in pensione.
    La destra moderna non si sa cosa sia, ci sono troppe interpretazioni, troppa gente se ne é immischiata imbastardendola con istanze progressiste. Gente che voterebbe a sinistra se solo la sinistra avesse un leader valido.
    Bisogna avere coraggio ad essere il capo della destra e il coraggio anche di sostenere tesi che a sinistra paiono sorpassate, non illuminate, legate alle tradizioni e all’identità politica e spirituale della nazione.
    Il nuovo partito di Fini non ha questo coraggio e queste visioni e non sarebbe in grado di fare quelle riforme costituzionali che Berlusconi non é riuscito a fare, perché é composto di persone che non mostrano di avere a cuore il destino di un popolo di destra o semplicemente conservatore, che non va “educato”, ma assecondato.

  3. Un non-liberale affermava che la destra o è coraggio o non è. Oggi la destra che Fini vuole creare è chiamata a superare di molto i suoi limiti e a rischiare tutto in una visione travolgente, nel senso letterale del termine, della politica e della realtà. Per il bene di questo Paese credo che tutti si augurino che ci riesca, augurio che rivolgerei anche alla sinistra. Personalmente concordo con Emma Bonino quando dice che questo sistema partitico è collassato, ed aggiungo che da troppo tempo la politica cerca di rincorrere le novità che vive la società, sarebbe ora che iniziasse ad esserne anticipatrice.

  4. Beppe Vicari scrive:

    buona la seconda|

  5. vittorio scrive:

    Onestamente pensare che Fini possa proporsi come leader del centro destra mi sembra una cosa assolutamente ridicola. Non so se il diretto interessato creda ancora di poterlo fare ma se lo crede, è più ottuso più di quanto non sembri. Nel bacino elettorale di cdx Fini è diffusamente detestato. Di questo sono sicuro almeno al nord dove vivo. Se Fini fosse il leader del cdx l’elettorato diserterebbe in massa. Penso che anch’io mi asterrei dall’esercizio del voto. E io non sono uno che va erraticamente a votare una volta sì e una volta no. A me la sinistra e le sue politiche fiscali fanno schifo. Avere la sinistra al governo è semplicemente una rovina. Io sono fortemente motivato a votare contro la sinistra. Ma se possibile Fini mi fa ancora più ribbrezzo. Proporre Fini come leader del cdx è ridicolo e pazzesco. Significa una sconfitta certa. Penso che il PdL e la Lega lo sappiano benissimo. Piuttosto che avere Fini come leader faranno volentieri a meno del FLI. Quello che mi lascia un po’ perplesso però sono le persone di FLI che propongono il presidente della camera come un candidato leader come se fosse il non plus ultra. Fini è un pessimo candidato anche se glissiamo sul semplice fatto che è detestato da chi lo dovrebbe votare. Non ha alcun carisma. Ha una storia di abiure e cambiamenti di rotta. La sua situazione famigliare è controversa ed è meglio stendere un velo pietoso sulla vicenda Montecarlo. In un ipotetico dopo Berlusconi io spero che il cdx sceglierà una figura carismatica, gradita all’elettorato. Non certo Fini, mio Dio. E anche FLI: sceglietevi un leader un po’ meno compromesso se volete essere credibili. Sempre che possiate scegliere.

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