– Da “Colpo grosso” a “un brutto colpo”. Questo è successo all’estetica del Bel Paese e di Noemi Letizia. La dolce-bionda-provocante-chiacchierata-sorridente-amica-di-papi ragazza di Portici sintetizza la crisi estetica e isterica di un intero Paese, passato in pochi anni dal mito della bellezza allegra e solare alla maschera tragica di una ex ragazza con le labbra penzoloni.

La parabola della ragazza che ispirò da un ristorante per comunioni di Casoria le dieci domande più hot e scabrose mai rivolte ad un capo di governo italiano – inaugurando così una moda giornalistica che ha fatto scuola – rappresenta i desideri, aspirazioni e crisi di un modello umano: la volitiva e grintosa ragazza di periferia.

Sostenuta e incoraggiata da una madre col sorriso amichevole di Crudelia DeMon e da un padre elegante come un camorrista al matrimonio di un cantante neomelodico di Battipaglia, la giovane deve ad un certo punto aver pensato, come scrivono sul diario a 14-15 anni molte bambine-non più bambine in tempesta ormonale, che “le brave ragazze vanno in Paradiso, quelle cattive dappertutto”.

Ma per arrivare dappertutto, cioè nei privé dell’Hollywood di Milano, non basta lo spirito da “figlia di buona donna” (salvando, figuriamoci, la madre): ci vogliono tacchi adatti a galoppare indifferentemente tra i sacchi dell’immondizia napoletana e le piastrelle scivolose delle discoteche estive di Rimini,  un agguerrito spirito imprenditoriale e qualche ritocchino estetico adatto a riempire le scollate maglie “Just Cavalli”.

Insomma, Noemi s’è procurata tutto. Da quel famoso compleanno, con tanto di famigliola riunita e abbracciata nella posa adatta per una rivista patinata, non ha solo conquistato l’auspicata maturità, ma pure un posto nel cuore dell’opinionista più cool che ci sia, l’unico capace di elargire consigli sulla altrui sofferta sessualità, seduto comodamente sopra un trono e con una rosa in mano. Alfonso Signorini ha così prestato grande attenzione alla giovane campana, presagendo doti nascoste sotto il sorriso un po’ puerile della maturanda.

Povera e ingenua anche Noemi, insieme alla sempre sorridente mammà, cade nell’equivoco e dopo le prime immagini caste si mette in posa per altre un pochettino più osè, tutta cinta da un variegato piumaggio mélange (la Rettore deve aver pianto per l’impietoso confronto). Il vero dramma della ragazza di periferia, grazie ad un’amicizia che conta, ad una famiglia grintosa, non è di essersi ritoccata, di avere indossato vestiti sgambati, fingendo di essere sempre più disponibile ad essere o a fare “la cattiva ragazza”.

La tragedia è quasi shakespeariana e riguarda la totale, desolante, sterile, tristissima “paranoia da successo”. Noemi ha preso così sul serio la parte, che s’è data anima e corpo ad interpretarla, senza il conforto dell’ironia e dell’auto-ironia, l’anelito di un dubbio, il beneficio di un sospetto, il vago sentore di una seppur minima domandina: “Mamma, siamo sicure che così divento più carina? Devo farlo?”. Niente.

I quesiti, sciocchi, della brava ragazza che, è noto, annoia, sono rotolati via, senza essere degnati di uno sguardo, e anche Noemi, come tutte, ha cessato di diventare una persona ed è diventata il suo personaggio. Così, sotto i colpi di un bisturi amico e di una ferrea volontà di successo imprenditoriale, la letizia di Noemi è rimasta solo nel cognome, ironia della sorte, a siglare e marcare per contrasto l’angoscia che nasce spontanea al guardarla, ora, aspirante stilista dalle enormi labbra.

Eccola allora, finalmente a Milano,  finalmente platinata, finalmente formosa al punto giusto a presentare la sua collezione di  abitucci per nane, grandi cioè poco più di quelli di Barbie e pensati per le sue cattivissime coetanee. Il problema, però, è che non si capisce se la piccola donna sia contenta o meno del successo ottenuto, non si sa se abbia sorriso o pianto, se un qualche rossore le abbia colorato un po’ le guance: l’orribile maschera che ormai porta attaccata al viso ha nascosto tutto.

La bocca mostra una perpetua smania di baci, gli occhi tinti di nero evidenziano lo spirito guerresco e mai domo, il biondo dei capelli la illumina come un’immagine sacra: Noemi è diventata l’icona di un’estetica triste, spenta, ripetitiva. La banalità estetica è ormai come quella del male: ovvia e straziante allo stesso tempo.