‘Marriage gap’. Una nuova divisione “di classe”?

– Negli studi americani di sociologia c’è un fattore che nel corso degli ultimi anni ha assunto un interesse crescente, affiancandosi ad altri che più tradizionalmente sono oggetto di analisi.
E’ il “marriage gap”, cioè la disparità di preferenze e di condizioni economiche e sociali tra sposati e non sposati.

Dal punto di vista dell’orientamento politico è, ad esempio, evidente la tendenza delle persone sposate a votare in maggior numero per i Repubblicani e ad avere opinioni più conservatrici su vari temi, dall’aborto ai matrimoni omosessuali.
Secondo un analisi di USA Today i Repubblicani controllano 49 dei 50 distretti in cui è più alto il tasso di matrimoni e simmetricamente i Democratici controllano tutti e 50 i distretti in cui è più alto il numero di persone che non si sono mai sposate.

Un aspetto ancora più significativo, tuttavia, è la correlazione positiva che sussiste tra matrimonio e benessere sociale ed economico.

Chi proviene da ambienti sociali più elevati tende con maggiore frequenza a convolare a nozze ed ha buone possibilità di rimanere sposato con la stessa persona per tutta la vita.
Come nota l’Economist, “nell’élite (escluse le star del cinema), la famiglia nucleare sta reggendo piuttosto bene. Solo il 4% dei figli di madri laureate sono nati fuori dal matrimonio. Ed il tasso di divorzio tra le donne che hanno fatto il college sta calando a picco”.
All’opposto tra le persone con un minore livello di istruzione e soprattutto tra gli afroamericani sono estremamente frequenti e le separazioni e le gravidanze di donne single.

Ma la correlazione sussiste anche nell’altro senso. Fatto uguale il livello sociale di partenza, chi si sposa  va a stare meglio ed a garantire un futuro migliore ai propri figli.
Ad esempio si calcola che a parità di fattori come l’età, l’educazione e l’etnia, gli uomini sposati tendono a guadagnare dal 10 al 50% in più degli uomini non sposati. Ugualmente emerge come in media un bambino che nasca in una famiglia di genitori neri stabilmente sposati sia destinato ad un maggior benessere di un figlio di una donna single bianca.

I conservatori prendono la palla al balzo, ben felici di poter dimostrare come la difesa del matrimonio possa essere sostenuta non solamente con motivazioni etico-religiose, ma anche con considerazioni più generali di sviluppo sociale che possano essere patrimonio di tutti.
Kay Hymowitz del Manhattan Institute, nel suo libro “Marriage and Caste in America”, parla del “marriage gap” come della fonte della disuguaglianza crescente del paese. I bambini che crescono nelle famiglie con due genitori biologici sono “socializzati per il successo”. Hanno risultati migliori a scuola, trovano lavori migliori e sono destinati a creare anche loro una famiglia unita. Chi è cresciuto da un solo genitore è invece destinato a non progredire socialmente, così che il declino della famiglia produrrà “una nazione di famiglie separate e disuguali”.
Similmente per Robert Rector dell’Heritage Foundation “la presenza di due genitori nel lungo termine – cioè il matrimonio – è un predittore migliore delle opportunità di un bambino, di quanto lo siano la razza o il reddito familiare. […] Quello che affligge l’America oggi non è più tanto un problema di povertà o un problema razziale, ma un problema di matrimonio”.

In questo senso, secondo uno studio di Adam Thomas e Isabel Sawhill, se il tasso di matrimoni non fosse collassato nella popolazione nera a partire dal 1960, il livello di povertà tra i neri sarebbe oggi pressoché dimezzato.
In definitiva – scrive l’Heritage – “è ragionevole che lo Stato intraprenda azioni attive per rafforzare il matrimonio. Proprio come lo Stato scoraggia i giovani dall’abbandonare le scuole, esso dovrebbe fornire informazioni che aiutino la gente a formare ed a mantenere matrimoni sani ed a ritardare la procreazione fino al matrimonio ed alla stabilità economica”.

C’è da chiedersi in che misura questa analisi dello scenario americano possa essere tradotta per il contesto del nostro paese, in un momento in cui da più parti si chiedono interventi a sostegno della famiglia – come ad esempio l’introduzione del quoziente familiare.

Non c’è dubbio che molte delle considerazioni sui vantaggi del matrimonio – e sul suo ruolo come “generatore di ricchezza” – abbiano una valenza generale.
Certamente rendersi appetibili (od almeno “accettabili”) nei confronti di un’altra persona, richiede la capacità di tenere a se stessi e di migliorarsi.
Il vincolo nuziale impone una maggiore dose di autodisciplina – in altre parole, più lavoro e meno vizi – ed induce in generale un maggiore orientamento al lungo periodo e quindi anche una maggiore propensione al risparmio.
Il matrimonio da un lato consente “economie di scala” in quanto vivere in due costa meno rispetto a vivere separatamente, da un lato rende possibile forme di “divisione del lavoro” con i due coniugi che possono “specializzarsi” ciascuno nelle attività che gli sono più congeniali.
Poi la mutua solidarietà tra marito e moglie introduce un prezioso “welfare privato”, fondamentale ad esempio nel caso in cui uno perda il lavoro o si ammali.

Al tempo stesso però l’analisi USA appare molto fortemente influenzata da un fattore peculiare quale l’altissimo numero di gravidanze precoci tra donne non sposate, soprattutto nella minoranza nera.
Non c’è dubbio che per tanti figli di giovani ragazze madri sia già scritta in partenza una storia di povertà.

E’ da questo punto di vista che risulta comprensibile lo sforzo dei conservatori USA di sostenere politiche pubbliche che cerchino di ripristinare il tradizionale ordine dei fattori tra matrimonio e procreazione. Sposarsi prima di mettere al mondo dei bambini vuol dire, pragmaticamente, dare loro qualche opportunità in più di un futuro sereno.
In Italia, nei fatti, la questione delle gravidanze precoci è, ad oggi, assai meno rilevante, anche se le cose potrebbero cambiare in futuro per effetto dei flussi migratori, in quanto le giovani immigrate hanno mediamente un più basso livello di educazione e di autostima oltre che una familiarità insufficiente con i metodi di contraccezione – come dimostra ad esempio il fatto che circa un terzo degli aborti in Italia avvengono su donne straniere.

Lo stesso numero di nascite fuori dal matrimonio è in Italia relativamente basso, tanto che le ragioni che allontano gli italiani dalle nozze, il più delle volte, non sono tanto di “avventatezza”, come sembra emergere dai dati USA, quanto piuttosto di “prudenza” – nel senso che molti italiani tendono a non considerare il matrimonio (e la procreazione) senza prima il conseguimento di un lavoro stabile e magari l’acquisto di un’abitazione.

Ma in definitiva, sostenere “politicamente” il matrimonio – specie nel nostro contesto – è giusto? E’ utile?
Innanzitutto occorre premettere che quando i politici parlano di difesa del matrimonio, tipicamente si riferiscono alla sua “protezione” dalla concorrenza di forme di famiglia alternative e/o all’implementazione di particolari vantaggi (es. fiscali) per le coppie sposate.

Da questo punto di vista in primo luogo va riconosciuto che non tutte le persone considerano il matrimonio o la stessa vita a due come un necessario obiettivo di vita.
Vi possono essere preferenze individuali diverse che meritano di essere rispettate. Per tante persone la scelta di non convolare a nozze è una scelta matura e consapevole e queste persone non possono essere in alcun caso considerate cittadini di serie B.

Poi, va da sé che per sposarsi bisogna essere in due, e trovare la persona giusta non è necessariamente semplice.
E se è vero che un matrimonio felice è probabilmente una situazione ideale, un matrimonio che si concluda con un divorzio ha spesso pesanti conseguenze negative per le persone coinvolte sia dal punto di vista psicologico che da quello economico.

E’ chiaro, quindi, che la decisione di sposarsi deve essere ben ponderata e che non sposarsi può spesso essere meglio che incorrere in un matrimonio “sbagliato”.
In certi casi gli esiti finanziari di una separazione o di un divorzio possono essere devastanti, al punto che i padri separati rappresentano una delle più importanti categorie di “nuovi poveri” e forse uno dei modi migliori con cui si può incoraggiare il matrimonio è proprio ridurre la rischiosità del divorzio, attraverso leggi e prassi applicative che regolino la rottura della coppia in modo più equo.

Ci sono, infine, anche tante persone che, per le varie vicende della vita, non si sposano e restano sole loro malgrado. E’ giusto che tali persone siano chiamate a finanziare la felicità altrui?
Perché se ammettiamo che la condizione di chi vive nel matrimonio sia una condizione di maggiore forza, allora è chiaro che le politiche a favore della famiglia – i cui costi graverebbero sulle spalle di chi non è sposato – sarebbero una redistribuzione alla rovescia, dal più debole al più forte, dal “meno fortunato” al “più fortunato”.

In realtà, se effettivamente riconosciamo che il matrimonio ha rappresentato una forma di organizzazione sociale fondamentale in tutte le epoche e praticamente in tutte le culture ci rendiamo conto di come essa costituisca un’istituzione possente ed in quanto tale appetibile e “competitiva”.
Da questo punto di vista è realistico pensare che essa possa essere autosufficiente nel mercato, in quanto può di per sé generare – per le persone coinvolte – dei “ritorni” tali da giustificare l’ ”investimento” necessario.
E’ in questo senso che appare un po’ forzata l’idea secondo cui solamente la presenza di “politiche familiari” da parte dello Stato possa consentire all’istituto della famiglia di sopravvivere nel tempo e che, qualora fossero rimossi gli steccati legislativi a protezione del modello familiare tradizionale, gli italiani fuggirebbero irrefrenabilmente verso percorsi affettivi e sessuali “disordinati”.
In realtà la famiglia tradizionale da un lato preesiste ai moderni interventi welfaristi a sua difesa, dall’altro continua e resistere alla sempre maggiore legittimazione sociale di scelte di vita alternative.

E’ per questo che probabilmente è più utile (e più giusto) lasciare la promozione del matrimonio all’ambito dell’educazione e dell’informazione – nel quale la Chiesa potrà, ad esempio, svolgere un’azione meritoria – evitando però di mettere in campo strumenti politici di condizionamento che dividano moralmente i cittadini in “buoni” e “cattivi” a seconda della loro volontà/capacità di mettere su famiglia.
L’ingegneria sociale quasi mai produce buoni frutti.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

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