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Dal grosso Stato alla “grande società”, passando dalla sussidiarietà orizzontale

– Mentre da noi impazza la politica politicante (una versione degenerativa della “politics”) in molti Paesi più seri si punta sulle policies.  E’ il caso, ad esempio, dell’Inghilterra, dove il premier David Cameron, dopo aver vinto le elezioni sulla base dello slogan “meno Stato, più società”, si è posto all’opera per perseguire l’obiettivo di quella che ha definito una “big society”, limitando così l’intervento dello Stato nella vita sociale. La linea è quella di delegare poteri e responsabilità dal centro alla periferia, e soprattutto dalla pubblica amministrazione ai corpi intermedi della società.

Secondo il premier inglese,  scuola, sanità, servizi sociali saranno il più rilevante terreno di coltura di questo processo dall’alto verso il basso. Promuovere la big society significa quindi dar respiro e valorizzare le comunità locali, le associazioni, i movimenti di varia natura, le imprese senza fini di lucro, etc. . E significa quindi anche alleggerire un bilancio pubblico già in forte difficoltà.

Se questo avviene in Inghilterra, un paese in cui tradizionalmente il peso del settore pubblico sull’economia e sulla società è inferiore al peso opprimente e tentacolare del settore pubblico nel nostro Paese, sarebbe proprio il caso di porsi un obbiettivo di “big society” anche per l’Italia, mettendo così a dieta rigorosa lo Stato, e fra l’altro, rilanciando finalmente le privatizzazioni.

Eppure, nella Costituzione italiana è scolpito quel principio di sussidiarietà orizzontale, che è l’unico “sistema operativo” idoneo a perseguire tale via. “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”: così recita l’ultimo comma dell’articolo 118 della Costituzione.

Ciò che è ancora più significativo è che di tali questioni non si discute neanche ora che siamo in piena fase di attuazione del federalismo fiscale. Eppure la sussidiarietà orizzontale è l’altra faccia del federalismo, che è una manifestazione della sussidiarietà verticale. Oltretutto, il nostro è un Paese che ha sempre registrato e ancora oggi registra una certa vitalità delle formazioni intermedie e un’indubbia ricchezza sia del mondo della cooperazione che del mondo del volontariato, che sarebbero fisiologicamente tra i primi soggetti operativi per l’attuazione di una vera sussidiarietà. D’altronde, a macchia di leopardo nel territorio italiano già si riscontrano, ad esempio nel campo della sanità e dei servizi sociali, forme più o meno avanzate, spesso spontanee, di sussidiarietà orizzontale. Certo, ciò che distingue il caso italiano rispetto al caso inglese è la scarsezza, da noi, di una cultura politica e di un capitale sociale caratterizzati da elevato senso civico, da intendere soprattutto come diffuso rispetto delle regole e fiducia intersoggettiva. Ma ai forti rigurgiti di individualismo riscontrati nella società italiana nell’ultimo ventennio si dovrebbe far fronte proprio puntando, con incentivi appropriati, sulla sussidiarietà orizzontale.

A pochi mesi dal suo insediamento, Cameron si accinge a creare una Big Society Bank, con una dotazione iniziale di 300 milioni di euro, al fine di incentivare in forme adeguate l’associazionismo. Non so se questa sarebbe una prima ricetta utile anche per l’Italia, ma mi sembra davvero giunto il momento di avviare un confronto serio su come dare attuazione al principio costituzionale della sussidiarietà orizzontale.


Autore: Luigi Tivelli

Consigliere parlamentare della Camera dei deputati, docente ed esperto di amministrazione pubblica ed autore di numerose pubblicazioni e libri in materia amministrativa, giuridica, economica e politologica. E’ editorialista del Messaggero e del Mattino.

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