di CARMELO PALMA – Sono ormai mesi che la ciclotimia politica di Berlusconi detta il tono e la musica della politica. Alternando fasi depressive e stati maniacali, sindromi persecutorie e ossessioni paranoiche, entrambe intelligentemente recitate, Berlusconi ha sfasciato quasi tutto quello che poteva sfasciare – a partire dal suo partito e dalla sua maggioranza – per consolidare (in un disegno cui si può riconoscere una  qualche razionalità, anch’essa però politicamente “malata”) il carattere “personale” del bipolarismo italiano.

In questo modo è riuscito a persuadere quasi tutti, nel suo campo e in quello altrui, che il bipolarismo e il berlusconismo simul stabunt e simul cadent, e che quella parvenza di “normalità” politica che la democrazia dell’alternanza aveva inaugurato, come è arrivata, così finirà con lui. Dunque il berlusconismo, che poteva essere il punto di svolta della storia italiana, ne rappresenterà la parentesi “anomala”, per la gioia dei parrucconi dell’antiberlusconismo, ostili all’intruso che ha scompaginato i giochi e scompagnato le alleanze della politica, e dei fanatici del berlusconismo, convinti che tutto inizi e finisca con Berlusconi, nel perimetro smisurato del suo ego e del suo consenso.

Intanto il Cav., che ieri ha fatto studiatamente il pazzo a Milano, dopo avere fatto studiatamente il saggio, pochi giorni prima, alla Camera dei Deputati, è convinto che essendo, a giorni alterni, buono e cattivo, ragionevole e irragionevole, misurato e scatenato, riuscirà a tenere insieme il consenso di chi lo sostiene perché sia meglio (e più liberale) degli altri e di chi lo ama perché gli altri sono peggio ( e più disprezzabili) di lui.

Così il Berlusconi feriale e quello festivo, quello di governo e quello di lotta, confortati da sondaggi non strepitosi, ma neppure disastrosi, corrono incontro alla scommessa elettorale, dando per persa – e forse anche per inutile – quella delle riforme. E mettendo in moto ovvi giochi di palazzo e inevitabili resistenze. A quel punto il ribaltone tanto esecrato non sarà neppure più un tradimento, ma una profezia (berlusconiana) che si auto-adempie, un capitolo necessario della narrazione persecutoria con cui il Cav. descrive le ragioni del proprio fallimento.

P.S. Tra la separazione delle carriere dei magistrati, promessa la settimana scorsa in Parlamento, e la commissione di inchiesta sulla magistratura minacciata ieri al Castello Sforzesco c’è una differenza, che al premier peraltro non sfugge,  di dignità e servibilità politica. La prima è una riforma controversa, osteggiata e necessaria, che impegnerebbe l’esecutivo in un corpo a corpo faticoso e onorevole. La seconda è una pernacchia, che offende il “nemico”,  galvanizza le truppe d’assalto e prepara la strada alle elezioni, ma manda in vacca, in maniera irreparabile, la credibilità di una strategia riformatrice sui temi della giustizia. Insomma: si fa casino sulla seconda, anche per non misurarsi con la prima.