– Sembra la solita questione di soldi e privilegi corporativi: giornalisti del Corriere in sciopero contro il piano di ristrutturazione dell’editore. Questa volta invece c’è di più. La lettera del direttore che ha convinto il Cdr alla protesta del 1 e 2 ottobre, è un j’accuse esplicito al conservatorismo suicida dei professionisti della libera informazione, una graffiata alla corporazione dei garantiti che affonda nella stessa carne già spadellata da Marchionne a Pomigliano.

I giornali di carta sono enclaves castali, per lo più – ma non sempre – improduttive. Non si è esaurito il mercato dell’informazione cartacea, se ne stanno redifinendo i contorni.
Si produce la stessa quantità di informazione cartacea, e con gli stessi orizzonti industriali dei piani quinquennali, se ne consuma sempre meno. Si produce e consuma invece informazione digitale. Questo – chiede sostanzialmente Ferruccio De Bortoli nella missiva ai colleghi – deve interrogare o no la coscienza professionale della nostra testata?

L’informazione online è interazione con gli utenti ed integrazione tra mezzi. I video ‘rubati’ che diventano notizia grazie al medium che li diffonde, e cioé la rete, sono un esempio.
Il web apre spazi di libertà che i quotidiani cartacei non possono strutturalmente frequentare, moltiplica le sources di informazione e non è vero che questo ne infici la credibilità: il controllo è esponenzialmente superiore, sui testi online, di quanto non lo sia per il cartaceo, non foss’altro per la rapidità con cui un fake può essere smascherato ed il suo autore sputtanato. Questo col cartaceo non avviene. Puoi mandare una letterina al giornale, ma figurati che impatto può avere rispetto alla miriade di commenti socializzati sul contenuto online oggetto di interesse.

Questo è il tipo di informazione – competitiva e challenging – che i professionisti della testata storica degli illuminati italiani rifiuta di servire.
«Penalizzata anche economicamente da una pesante ristrutturazione scrive il Cdre senza avere a disposizione mezzi adeguati ai tempi, la redazione del Corriere ha comunque – e faticosamente – cercato di percorrere alcune strade innovative e sperimentali: dalle video chat, ai video reportage, ai video editoriali, ai contributi audio per le edizioni on line e da poco (perché da poco è disponibile in Italia) anche iPad. Con spirito di sacrificio, senza alcun riconoscimento, nell’interesse del giornale, dell’informazione e del lettore.»

Che sacrificio! E quale umiltà!
Il web è la dimensione rigenerante e propulsiva della globalità. È il grande mercato delle informazioni. Come fa un giornalista contemporaneo a giudicare l’attività per l’online un aggravio alle sue prerogative contrattuali piuttosto che il core naturale della sua missione?

Le rivendicazioni corporative del beau monde di via Solferino sono l’ennesima replica di quella amara pièce che è il clash, generazionale e culturale, che annichilisce il paese. Il trip meta-corporativo degli insider che trasforma i privilegi in diritti acquisiti, la competizione in guerra padronale, l’indipendenza dell’informazione in un caveat: non curarsi di come informare, su cosa, con quali linguaggi.

Ci stanno pensando i newcomer, però, a fare per il Corriere quello che i signori della testata stampata non hanno in animo di fare. Cercare notizie, fare reportage. Online. Guarda un po’, proprio la fetta di business sulla quale fa leva il piano di ristrutturazione caldeggiato dal direttore, e che al Cdr dà così tanto dispiacere.

Gli interessi dell’azienda coincidono con quelli dei ‘nativi’ dell’informazione web, coincidono con gli interessi dell’informazione libera e plurale. Mentre collidono con l’interesse del sindacato e dei suoi protegées, categoria professionalmente non competitiva, perché mai abituata ad esserlo, che ora si trova a fare i conti con dei pischelletti che fanno le interviste su Skype, che fanno notizia con la camerina dell’I-Phone, che fanno persino ‘traffico’, e che comunque restano nell’ombra perché, per gli stipendiati a tempo indeterminato, questi sono i ‘cinesi’ del giornalismo, quelli che producono sottocosto sparigliando il mercato. Il non detto è che quei ‘cinesi’ fanno un giornalismo che loro non sono in grado di fare.

Ed allora resistere resistere e corporativamente resistere. È l’istinto di auto-conservazione. È patetico certo che vi ricorrano quegli stessi che con quotidiana determinazione lodano l’avanguardismo di Marchionne, lusingano le nuove professioni, condannano il sindacalismo retrogrado. Patetico, ma comprensibile. Primum vivere.