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A caccia di fauna dello Stato, nel mio giardino

 – Un paio di anni fa un ospite inglese del mio agriturismo, appassionato cacciatore, mi ha chiesto quanto gli sarebbe costato organizzare una battuta di caccia nella mia proprietà. Ne è nata una lunga chiacchierata, a tratti anche divertente, in cui ho provato, presumo invano, a fargli capire il funzionamento della nostra legislazione venatoria e soprattutto i presupposti teorici sulla quale essa si basa.

Perché è proprio per questi presupposti teorici, lo status di “bene indisponibile dello Stato” attribuito per legge alla fauna selvatica, che il povero inglese trasecolava: “La fauna è dello Stato? E cosa se ne fa?” Poi, secondo logica, mi domandava come potesse un cacciatore ottenere dal proprietario di un fondo l’autorizzazione a cacciarvi della selvaggina della quale il proprietario stesso non dispone, e quando gli ho spiegato che un cacciatore non ha bisogno di nessuna autorizzazione per entrare in una proprietà privata a suo piacimento, è quasi caduto dalla seggiola. La domanda che mi faceva più di frequente era “Why?” Una domanda a cui non credo di avere mai risposto in maniera soddisfacente, dato che a un certo punto ha smesso di farmela, e lentamente ha cambiato discorso. Per questo temo di non essere riuscito a fargli capire molto, e penso che quel poco che ha capito non deve essergli piaciuto.

L’altra sera, invece, una discussione analoga l’ho avuta con un altro cacciatore, questa volta non inglese, ma marchigiano, sulla bacheca di Facebook. In questo caso lui si lamentava della quantità di tasse e balzelli che è costretto a pagare per andare a caccia, e di come questi fondi andassero spesso a risarcire gli agricoltori dei danni di una fauna selvatica che lo Stato si preoccupa troppo di proteggere per assecondare i desiderata delle associazioni ambientaliste.

A questo punto credo che sia il caso, come è forse doveroso ogni volta che si affrontano argomenti che possono urtare la sensibilità di qualcuno, che chiarisca la mia posizione in merito. A me la caccia non piace. Personalmente non capisco “che gusto ci sia” sia nell’ammazzare animali selvatici, sia nell’affrontare il fango e la brina all’alba di fredde giornate invernali, quando le coperte esercitano un fascino molto maggiore. Ma a molti piace, quindi non discuto. Peraltro sono fin troppe le attività che io non praticherei senza che mi metta a sindacare sul diritto di altri a praticarla. Quello però che mi infastidisce profondamente, da agricoltore, è il fatto che io non sia libero di prendere le dovute contromisure per evitare i danni procurati, per esempio, dai cinghiali alle colture, e il fatto che in alcune giornate gli immediati paraggi degli appartamenti nei quali gli ospiti del mio agriturismo vengono a cercare tranquillità si trasformino, fin dalle prime luci dell’alba, in vere e proprie zone di guerra, senza che possa impedirlo o quantomeno riceverne un adeguato indennizzo.

Il problema, in estrema sintesi, è il seguente: lo Stato (o la regione, o la provincia) chiede molti soldi ai cacciatori per poter rimborsare i danni che la fauna selvatica procura agli agricoltori (oltre che per coprire le spese di vigilanza dell’attività venatoria). D’altronde la fauna è dello Stato, quindi è ovvio che saranno le autorità pubbliche a dover impedire che facciano danni o eventualmente a risarcirli, ed è lo stesso Stato a dover vigilare affinché la caccia si svolga secondo la legge. Lo Stato questi soldi li chiede ai cacciatori in cambio del diritto a disporre della fauna selvatica nei periodi in cui la caccia è aperta. Per garantire però in maniera accettabile questo diritto lo Stato ha disposto che i cacciatori possano violare liberamente le proprietà private.

E’ un sistema, come sempre avviene quando lo Stato pretende di infilare il becco in materie che potrebbero essere disciplinate privatamente, che genera molte contraddizioni, conflitti e insoddisfazioni. Ogni anno è la stessa storia, e il mio amico marchigiano lamentava il fatto che le stime dei danni vengono spesso gonfiate da controllori compiacenti, ché tanto pagano i cacciatori, mentre in qualche caso, e questa volta sono io che posso riportare l’esperienza della provincia di Viterbo, i fondi raccolti possono non essere sufficienti per pagare l’intero ammontare dei danni, e negli ultimi anni dalle mie parti gli agricoltori si sono visti saldare meno della metà del danno accertato. Invece altri tipi di danni non fanno nemmeno parte della casistica, e quindi non vengono presi in considerazione, come quando i cinghiali devastarono, d’inverno, l’intero giardino del mio agriturismo, un danno che in termini economici era molto consistente, ma che nessuno ha voluto riconoscermi in quanto la legge (scritta per soddisfare gli interessi in conflitto delle diverse parti in causa) prevede che vengano risarciti solo i danni alle colture.

Io credo che la soluzione a tutti questi problemi, e ai molti altri che ogni anno, all’apertura della caccia, si ripropongono puntuali, sia quello di tornare a considerare la fauna selvatica nella disponibilità del proprietario del fondo (come la flora) e di permettere ai proprietari di esigere un prezzo per consentire la caccia sui propri terreni. Se lo Stato facesse un passo indietro i cacciatori potrebbero risparmiare le tasse e i balzelli consistenti che oggi sono costretti a pagare: se vuoi venire a caccia a casa mia non paghi lo Stato, ma paghi me. E se i cinghiali mi devastano il granturco, allora sarò io a chiamarti, e a pagarti perché tu mi risolva il problema. E se per caso non mi piacesse la caccia, allora potrei impedirti di venire rinunciando però al tempo stesso a un possibile guadagno.

L’obiezione che viene spesso mossa (e che il mio amico marchigiano effettivamente ha mosso) a questo modo di ragionare è che seguendo questa strada la caccia diventerebbe un’attività che solo i ricchi si potrebbero permettere. Io non sono sicuro che le cose andrebbero necessariamente così. Infatti se oggi è da ricchi andare a caccia nelle riserve, proprio perché non c’è concorrenza, è facile immaginare che se i proprietari potessero farsi pagare dai cacciatori i prezzi calerebbero drasticamente: se ti chiedo troppo, vai da un’altra parte, la scelta non mancherebbe, e allora il prezzo dovrei abbassarlo io. Per esempio, per consentire la caccia nella mia proprietà, potrei chiedere “tot”; ma potrei chiedere di più e permettere a qualcuno di andarci da solo con i suoi amici, o di meno e chiedere di non andarci il finesettimana per evitare il Vietnam attorno agli appartamenti dell’agriturismo. E ogni proprietario potrebbe offrire opzioni e condizioni differenti. Penso che le opportunità per gli stessi cacciatori supererebbero gli svantaggi e compenserebbero abbondantemente i costi (eventualmente) maggiori.

Ma un organizzazione del genere non aumenterebbe solo le possibilità di guadagno di un proprietario (è un’altra obiezione frequente, quella secondo la quale a guadagnarci sarebbero solo gli agricoltori a spese degli altri), ma finirebbe per responsabilizzarlo: in primo luogo, se un agricoltore fosse libero di cacciare o far cacciare gli animali che procurano danni alle colture, non avrebbe titolo per chiedere allo Stato un risarcimento: anche le erbe infestanti sono dannose, ma il problema lo affronto da solo, dato che sono libero di farlo. Così come lo Stato risparmierebbe anche molti dei costi legati al personale preposto ai controlli sull’attività venatoria: dato che i cacciatori cacciano la mia selvaggina, sarà mia cura vigilare che questa non mi venga sottratta indebitamente, e se garantisco a qualcuno, facendomi pagare, di poter cacciare da solo quel dato giorno su quel dato terreno, dovrò rispondere a lui se qualcun altro vi dovesse entrare senza permesso. Così come sarei responsabile se non dovessi denunciare alle autorità chiunque andasse a caccia sui miei terreni travalicando quei limiti minimi che la legge dovrebbe prevedere per la salvaguardia ambientale.

Io credo che ne trarrebbero vantaggio tutti: lo Stato, che risparmierebbe i costi di questo anomalo ruolo di “guardiania” che si è arrogato e che si ritroverebbe anche, in sovrappiù, delle nuove (penso considerevoli) entrate fiscali. Gli agricoltori, che potrebbero contare su nuove opportunità di guadagno. La stessa fauna selvatica, dato che la possibilità di guadagnare con la caccia spingerebbe molti proprietari ad occuparsi anche della sua tutela e ripopolamento (nessuno verrebbe a caccia su terreni desertificati dalla caccia indiscriminata della stagione precedente). E infine i cacciatori, che potrebbero contare su tante nuove opportunità per coltivare la loro passione.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

5 Responses to “A caccia di fauna dello Stato, nel mio giardino”

  1. claudio scrive:

    Credo sia il tuo migliore articolo su libertiamo… però ho comunque qualcosa da chiederti e qualcos’altro da precisare.

    1) non hai abbastanza riflettuto sulle ragioni per cui la fauna è patrimonio indisponibile dello Stato. da non esperto credo ce ne siano di nobili e di meno nobili.

    2) che l’imprenditore agricolo (con la tua proposta) finisca col guadagnarci è un dato di fatto. Non penso infatti che tu e i tuoi colleghi sareste così stupidi da rimetterci.

    3) con la tua proposta, tu “disponi” di cinghiali, un altro da un’altra parte “dispone” di camosci, ma chi non dispone di niente è svantaggiato.

    4) mi pare di ricordare che se il proprietario del fondo recinta il suo fondo, automaticamente il cacciatore smette di avere la libertà di entrare in quel fondo: ricordo male?

    5) la caccia è di sinistra (addirittura c’era un responsabile provinciale di legambiente che era anche il capo provinciale di non so se federcaccia o qualcosa di simile), ma i cacciatori sono soprattuto di destra (e non ho mai capito perché) :-)

    6) essere contro la caccia e poi mangiare cacciagione al ristorante è molto all’italiana, e credo sia questo il vero motivo per cui ancora ci sono tutti questi problemi sulla caccia :-)

  2. vento scrive:

    5) la caccia è di sinistra, ma i cacciatori sono soprattuto di destra (e non ho mai capito perché) :-)

    a) lotta di classe: “cacciavano i padroni, ora si caccia (anche) noi !”.
    La lotta di classe è l’essenza della sinistra comunista e su tale “valore” si fonda l’espropriazione di fatto delle terre.

    b) cito: “Questa, nell’insieme, è essenzialmente gente che maneggia armi, i custodi delle armi, la casta dei guerrieri di questo tempo e di questo popolo. E’ gente che rifiuta il civile confronto (vedi referendum) non tanto perché senza scrupoli, ma perché, scrupolosamente, non vuole tradire l’essenza morale di cui sono portatori, che è appunto la sopraffazione, la “legge del più forte””.
    E questi sono i valori della destra tradizionale.

    Saluti.

  3. Giordano Masini scrive:

    Grazie per il complimento, Claudio, anche se penso di aver fatto di meglio :-)
    provo, per quanto posso, a risponderti punto per punto.

    1) La fauna è considerata “bene indisponibile dello Stato” dal 1977. Non ho fatto ricerche sul dibattito che ha condotto a una tale classificazione, in quanto mi interessava parlare degli effetti, più che delle intenzioni. Sicuramente tra le intenzioni “nobili” c’era quella della tutela e della conservazione dell’ambiente. però la legislazione che consente ai cacciatori di entrare liberamente nei fondi agricoli risale al periodo fascista, e quindi questa sostanziale limitazione ai diritti di proprietà è molto precedente al 1977.

    2) Sicuramente gli agricoltori avrebbero la possibilità di guadagnarci. Ma guadagnerebbero sfruttando una risorsa della loro azienda e non, per una volta, ricorrendo ai sussidi.

    3) Vero. Ma non vedo cosa ci sia di strano. Un agricoltore ha un terreno in pianura, magari irriguo, mentre un’altro ne ha uno in collina e meno produttivo, ma non ci viene in mente di dire che il secondo è in qualche modo svantaggiato sul primo, e che dovrebbe essere compensato per questo, anche perché probabilmente i due terreni avranno un valore di mercato differente. Oltretutto mi viene da pensare che sarebbero proprio i proprietari di terreni marginali e scarsamente produttivi che potrebbero avvantaggiarsi di questa nuova opportunità, dato che la caccia mal si concilia con le colture intensive ad alto reddito.

    4) il proprietario può recintare il suo terreno, e renderlo un “fondo chiuso”. Questa è però una soluzione molto costosa, soprattutto nel caso di grandi estensioni, anche perché non è sufficiente una normale recinzione da pascolo. Oltretutto mi risulta, ma non ho la possibilità in questo momento di controllare nelle varie legislazioni regionali, che le superfici che si possono chiudere siano contingentate, ovvero in una determinata zona non ci possono essere più di “tot” ettari di fondo chiuso, altrimenti non sarebbere più possibile svolgere l’attività venatoria.

    5) io vivo in campagna, e qui i cacciatori sono sia di destra che di sinistra. La caccia è una passione molto radicata, soprattutto in provincia, che ognuno si vive a modo suo, chi più e chi meno intensamente. L’idea che i cacciatori siano di destra deriva probabilmente dall’idea (piuttosto recente ma diffusa soprattutto nei grandi centri urbani) che la sinistra debba essere necessariamente non violenta e ambientalista, ma è uno stereotipo. Anzi, dalle mie parti i verdi sono equanimemente detestati sia da destra che da sinistra…

    6) Ci sono molte ragioni per cui la caccia può non piacere, e non mi soffermerei troppo sulle inevitabili contraddizioni di chi sposa fideisticamente un principio. Ma tra “non piacere” e “vietare” c’è la distanza che intercorre tra una società libera e uno stato totalitario.

  4. adriano scrive:

    Interessante l articolo e molto informativo.
    Per me la caccia è una cosa immorale, ammazzare animali per divertimento è sadico. Un brutto vizio che di certo dovrebbe essere vietato con un referendum.
    Questa settimana ho avuto un altro dei miei cani pallettato dai cacciatori che vengono sulle mie terre. Ne ho le scatole piene, pensa che spesso quando campeggio sui miei terreni col camper, mi vengono a 10 metri di distanza armati fino ai denti pronti a sparare. Se li caccio hanno pure la faccia tosta di dire che il camper non costituisce una casa quindi per legge possono avvicinarsi… sti bastardi.
    In Spagna la caccia viene organizatta privatamente come tu hai suggerito, pero per permettere ai cacciatori ampi spazi su cui cacciare, in particolare dove il territorio è molto frazionato, un associazione può creare in un area un Coto de Caza di minimo 750HA, ed ha il diritto di obbligare i tutti i propritari a sottoscrivere il permesso di cacciare sul suo terreno.
    Quindi in effetti la situazione non è molto differente da quella Italiana.
    Quasi tutta la campagna spagnola è un Coto de Caza, dove per esempio io non posso passeggiare i miei cani sciolti, ma per legge di COTO de Caza devo tenerli al guinzaglio, anche se non c’ è nessuno nei paraggi spesso per km e ci sono solo uliveti e mandorleti.

    I cacciatori quindi hanno un sacco di diritti speciali frutto di corruzione. Difatti una piccola minoranza di meno di 750 mila persone, praticamente controlla tutto il territorio rurale.

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