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Un’equidistanza con troppi pesi e troppe misure: condannare Israele non serve ad assolvere noi stessi

di MARIANNA MASCIOLETTI – Il 7 ottobre prossimo Libertiamo parteciperà alla manifestazione “Per la verità, per Israele“. Lo farà per tanti motivi, il principale dei quali, come alcuni dei nostri lettori intuiranno, è la volontà di opporsi all’antisemitismo che, spesso mascherato da “antisionismo”, in tante parti del mondo – Italia, purtroppo, compresa * – non si è mai veramente estinto.

L’attuale situazione di Israele, dopo un mese di negoziati fra il primo ministro israeliano Netanyahu e il presidente dell’ANP Mahmud Abbas – meglio noto come Abu Mazen – , sembra complicarsi nuovamente, ammesso che ci sia stato davvero un momento in cui si era semplificata: si sta dimostrando velleitaria (qualche malpensante potrebbe chiosare “ma no?”) la speranza statunitense di risolvere in un anno il conflitto israelo-palestinese. In sostanza, Netanyahu ha rifiutato di prolungare ufficialmente per altri due mesi la moratoria (che ne è già durata dieci) agli insediamenti nei cosiddetti Territori Occupati, probabilmente per evitare che la destra di Lieberman faccia cadere il governo: a ciò è seguita la minaccia di abbandono dei negoziati da parte di Abu Mazen, che vuole rassicurazioni su questo punto. Solo dopo il 4 ottobre, data in cui si riunirà il vertice della Lega Araba, la parte palestinese prenderà una posizione ufficiale sulla prosecuzione o meno dei colloqui di pace.

E’ una buona notizia che Israele abbia trovato finalmente disponibilità al confronto da parte di un leader palestinese che, almeno ufficialmente, riconosce ed accetta la sua esistenza; la cattiva notizia è che, purtroppo, questo non cambia e non migliora l’opinione che dell’ “entità sionista” (sic) ostentano e diffondono organizzazioni come Hezbollah e soprattutto Hamas, sulla quale né gli Stati Uniti, né l’Europa, né l’ONU sembrano ritenere necessario, in quest’occasione, spendere sia pure mezza parola di disapprovazione.

Un atteggiamento del genere da parte della comunità internazionale sarebbe forse comprensibile, e comunque non giustificabile, se Hamas fosse una piccola associazione di mattacchioni come ce ne sono tante, lontana migliaia di chilometri dallo Stato che dichiara pubblicamente di voler distruggere; ma ricordiamo che Hamas, finanziata direttamente o indirettamente da vari regimi e altre organizzazioni terroristiche, non è esattamente un bruscolino, e che Israele è costretto a conviverci letteralmente fianco a fianco, mentre l’ANP ha dimostrato a più riprese di essere nella migliore delle ipotesi impotente, nella peggiore connivente, di fronte ai suoi metodi terroristici. Il che non aiuta certo la distensione dei rapporti o la serena creazione di uno stato palestinese non ostile a quello ebraico.

Quelli che oggi portano avanti la formula “Due popoli due stati”, e pretendono che Israele la segua senza fiatare e alle loro condizioni, dovrebbero ricordare che nel 1948, quando Israele fu fondato, agli arabi venne offerta l’occasione di avere un loro stato, ma la rifiutarono; che i palestinesi non hanno mai rivendicato il diritto di fondare un proprio stato a Gaza e in Cisgiordania finché la prima era occupata dall’Egitto e la seconda dalla Giordania; che la guerra dei Sei Giorni del 1967, in seguito alla quale quei territori diventarono “territori occupati” [come per l’Italia si potrebbe considerare, d’altronde, l’Istria, ma non sembra che gente tipo Luisa Morgantini su questo abbia qualcosa da dire], scoppiò a causa di continue provocazioni e lanci di missili verso Israele dagli stati confinanti.

Arrivando ai giorni nostri, si potrebbe umilmente far presente che dalla Striscia di Gaza, controllata da Hamas, partono missili diretti sulla popolazione civile di Israele, con una frequenza che non è proprio possibile, neanche con tutta la buona volontà, definire bassa; che, finché non è stato costruito il tanto deprecato “muro”, da lì partivano continuamente terroristi suicidi che facevano strage di civili nei luoghi pubblici israeliani; che da quando la striscia di Gaza è stata consegnata ai palestinesi le condizioni di vita nella zona sono peggiorate drammaticamente; che Hamas addestra i bambini alla lotta armata contro Israele e fomenta in tutti i modi l’odio contro il nemico ebreo, pardon, sionista. L’elenco potrebbe continuare, ma abbiamo il vago sospetto che servirebbe a poco.

Le critiche ad Israele, seppur legittime (ci mancherebbe altro), raramente si limitano a condannare singoli fatti circoscritti; nel novanta per cento dei casi si ha l’impressione che il singolo fatto serva da pretesto per contestare la mera esistenza dello stato ebraico e per deprecare velatamente la scarsa propensione dei suoi cittadini a lasciarsi ammazzare senza reagire. Sulla sanguinosa presa del potere di Hamas a Gaza, sulla sua radicata abitudine di uccidere brutalmente avversari politici e presunti “collaborazionisti” del nemico sionista, su casi come quello del caporale Gilad Shalit di cui non si hanno praticamente notizie da quattro anni, beh, è scontato che si sorvoli: in fondo, povere stelle, loro hanno a che fare nientemeno che col terribile apartheid israeliano, e quindi è anche comprensibile che si sfoghino un po’.

La propaganda palestinese, esportata nel mondo tramite associazioni parapolitiche * e intellighenzia varia, dipinge lo Stato d’Israele all’incirca come un tiranno sanguinario che si diverte ad umiliare i poveri palestinesi innocenti, e, nelle sue enunciazioni più aggressive, addirittura lo paragona alla Germania nazista; dallo sconfessare queste teorie al ritenere Israele un modello di perfezione c’è un abisso, d’accordo, ma la prima è, tristemente, una vulgata molto più diffusa sui media internazionali (e, permetteteci, un po’ più pericolosa) rispetto alla seconda.

In queste condizioni, siamo sicuri che quello che serve sia un atteggiamento “equidistante”? Usare lo stesso metro di giudizio per situazioni tanto differenti è dannoso tanto quanto usare un metro diverso per situazioni simili: nel discutere del conflitto israelo-palestinese, incredibilmente, sembra che si riescano a fare tutti e due questi errori insieme, trattando Israele alla stregua di uno stato terrorista come quello controllato da Hamas quando si parla di operazioni militari, ma perdendosi in un mare di distinguo tra – per dirne una – la “deportazione” del povero palestinese che abitava proprio dove si doveva costruire l’orribile muro (il quale, checché se ne dica, serve) e il giusto spostamento dei pervicaci coloni israeliani che non si capisce perché non è stato fatto prima.

La verità che Libertiamo, nel suo piccolo, vuole affermare partecipando alla manifestazione è questa: Israele è una democrazia, e come tutte le democrazie a volte commette degli errori, gravi o meno gravi, i quali peraltro al suo interno sono oggetto di acceso dibattito. Israele, però, è anche un Paese che vive in stato d’assedio permanente dal giorno della sua fondazione in poi, minacciato da formazioni che di “democratico” hanno poco o niente; un Paese che, come se non bastassero i terroristi di Hamas, si trova costretto a far fronte, nella “guerra dei media”, ad una pessima stampa e a gruppi sempre più numerosi di intellettuali, militanti politici e rivoluzionari da salotto * che presumono di fare “la cosa giusta” boicottando i suoi prodotti e la sua cultura, firmando appelli contro “l’apartheid israeliano” e mandando aiuti ai poveri palestinesi, ma col loro atteggiamento fintamente equidistante non fanno altro che indebolire Israele rafforzando l’altra parte del conflitto, quella antisemita e antidemocratica.

Le Verità assolute sono altre, e noi non ci azzardiamo nemmeno a sfiorarle; la verità della questione israeliana, quella che Libertiamo difenderà il 7 ottobre, è che non si possono mettere sullo stesso piano uno stato democratico ed una formazione terroristica che di quello stato persegue l’annientamento. L’antisemitismo che pare trovare sponda nel mondo politico, sia a destra che a sinistra * , ci fa ritenere che valga la pena di scendere in piazza per ribadirlo.

* Siamo in un periodo in cui qualunque cosa su questo sito si scriva, o NON si scriva, o si scriva in modo un po’ diverso da come piacerebbe a questo o a quello, viene portata come prova del nostro essere intrinsecamente in malafede-kommunisti-radicalchic-pericolosi anarchici-agitatori inconcludenti. In queste condizioni, si rende doveroso precisare che, se in quest’articolo non si riportano, accanto alla citazione del caso Ciarrapico, link di siti antisemiti – contenenti affermazioni anche peggiori – che si rifanno all’area centrosociale-de sinistra-noglobal-alternativa, non è per una volontà perniciosa di violare leggi non scritte di par-condicio, ma è soltanto per evitare di dar loro una pubblicità che non meritano.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

3 Responses to “Un’equidistanza con troppi pesi e troppe misure: condannare Israele non serve ad assolvere noi stessi”

  1. Retro House scrive:

    siamo tutti israeliani.
    anche upl partecipa alla manifestazione!

  2. Euro Perozzi scrive:

    Un articolo cosi esteso e approfondito meriterebbe anche qualche chiarimento a proposito della destra integralista israeliana (la definizione è mia e non è da prendersi per buona).
    La mia ignoranza a tal proposito (e non solo) è vasta, ma sono piuttosto preoccupato della capacità di Israele di tenere alta la bandiera della democrazia in un contesto dove le ragioni religiose della sua fondazione sembrano prevalere nelle scelte politiche per la trattativa con Arabi e palestinesi….

  3. Ottimo pezzo a mio avviso, di cui apprezzo molto lo stile garbato.
    Neanch’io oso entrare nel dettaglio delle verità assolute.

    2 cose:

    – gli attestati di solidarietà verso il popolo ebraico non fanno male, ma la manifestazione di giovedì prossimo ha bisogno di presenza più che altro(la critica, per così dire, è rivolta in primo luogo a me stesso che col pretesto del lavoro spesso non partecipo fisicamente)

    – al Ministro Frattini – che considero un ottimo Ministro – chiedo maggiore concretezza nella politica estera. In generale, non solo sulla questione ebraica.

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