Ed, il Miliband che in Italia non vincerebbe mai

– Il nostro Paese si è sempre prestato, nel corso del tempo, ad essere un ottimo laboratorio in cui sperimentazioni di vario tipo potessero avvenire in modo frequente e del tutto libero. Anche la politica nel suo complesso non si è mai sottratta a logiche di questo tipo, dando vita a numerosi neologismi, coniando ex novo, dalla Prima Repubblica in poi, termini che giornalisti ed esponenti politici di prim’ordine ancora utilizzano.

A questa vivacità linguistica però non ha (quasi) mai fatto seguito una corrispondente fluidità in grado di accelerare i processi di selezione e quindi di ricambio della classe dirigente. Un fenomeno questo che coinvolge non solo i partiti politici, ma che è largamente diffuso anche nelle grandi imprese, dalle banche ai grandi colossi industriali. Per questo, ogni volta che, all’estero, sale al potere un “giovane” quarantenne, l’Italia si mostra sbigottita, meravigliata per una prassi che, da noi, è sempre l’eccezione e mai la regola.

Fedeltà incondizionata al potente di turno, mancanza di dissenso e di contradditorio: è questa la sorte che, di norma, spetta ai chi, fin da ragazzo, desidera impegnarsi attivamente nelle organizzazioni politiche. Ecco perché, ancora una volta, la designazione di Ed Miliband quale leader del partito laburista inglese viene fatta rientrare in quel concetto, a noi tanto caro, di “giovanilismo”, ossia – per dirla con le parole di Andrea Romano – “quella categoria tutta italiana nella quale si condensa la frustrazione di un paese condannato a sorprendersi per ogni manifestazione di buon funzionamento della politica (degli altri)”.

Non è un caso che Ed Miliband rappresenti, proprio come qualche tempo fa accadde per il conservatore David Cameron, quella fetta di giovani dirigenti politici britannici che, appena quarantenni, hanno conquistato la leadership del proprio partito, “dopo aver svolto una carriera di tutto rispetto tra rappresentanza territoriale e responsabilità nazionale”. Una vera anomalia per il sistema – Italia, in cui l’emersione di giovani talenti, laddove tale emersione riesca a manifestarsi, è sempre soggetta a cooptazione e vidimazione dall’alto. Operando in tal senso, il merito e le capacità di ognuno finiscono per essere rimpiazzati da una sterilità acritica verso tutto ciò che circonda, da un appiattimento di vedute e prospettive che non giova di certo al buon funzionamento di una società.

Ricambio generazionale, sostituzione nelle cariche e nei ruoli da ricoprire: nelle democrazie in buona salute funziona così. “Con partiti normali – per dirla ancora con le parole di Andrea Romano – che del tutto normalmente vedono avvicendarsi le generazioni politiche attraverso le normali procedure della contesa politica”. Partiti normali, appunto. Partiti in grado di tradurre in atto quella famosa “questione meritocratica” che in Italia è ormai solamente un tema da convegno.


Autore: Angelica Stramazzi

Nata nel 1986, laureata in Scienze Politiche presso l’università Luiss “Guido Carli” di Roma, fa parte di un team di giovani ricercatori all’interno del dipartimento di Studi Politici dello stesso ateneo, occupandosi in particolare di studi di genere. Attenta al tema delle politiche giovanili, scrive per il sito di Generazione Italia e, occasionalmente, per Farefuturo Web Magazine, periodico della fondazione Fare Futuro.

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