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Fa metà dell’energia italiana e non sparirà con le rinnovabili: vi presento il gas!

– La partita tra nuclearisti e rinnovabilisti, nel loro tifo sfrenato e, soprattutto sul secondo fronte, intriso di ideologia, ignora il ruolo insopprimibile degli idrocarburi, da cui oggi si ricavano i tre quarti dell’energia prodotta nel paese.

Il nucleare può essere competitivo e la sua convenienza pare non sia destinata a venir meno; così ci inducono a pensare quanti, all’estero, sono pronti a scommetterci ancora: l’anno scorso sono stati messi in esercizio 23 nuovi impianti, l’America di Obama si appresta ad un rilancio del settore e anche in Europa, paesi come Francia e Germania escludono di poter rinunciare all’atomo per il prossimo futuro.

Come si è visto in precedenza,  il nucleare, grazie alla possibilità di reperire le fonti fissili da paesi come Canada, Brasile e Australia, può contribuire in misura notevole a ridurre la dipendenza energetica che oggi costringe l’Italia a negoziare in una condizione di debolezza con regimi tutt’altro che democratici.

Va sempre tenuto presente, però, che una centrale nucleare per garantire il ritorno sugli investimenti deve operare con continuità e che è difficile e costoso modulare la produzione di ciascun impianto.

Dall’altro lato, le fonti rinnovabili hanno il vantaggio di non produrre le esternalità negative generate dal termoelettrico (emissioni inquinanti in atmosfera) e dal nucleare (materiale radioattivo), ma devono la loro crescita (e, quel che è peggio, la loro sopravvivenza) a un sistema di incentivi costoso per il consumatore e il sistema. Inoltre, le due fonti che in questi anni hanno conosciuto lo sviluppo più sostenuto, ossia il fotovoltaico e l’eolico, non sono programmabili. L’energia rinnovabile ha un accesso privilegiato alla rete; è la cosiddetta priorità di dispacciamento che la legge riconosce all’energia verde: se c’è da scegliere tra due impianti per approvvigionare una zona di consumo, si dà la precedenza all’energia prodotta da fonti rinnovabili. Ma cosa succede se è nuvoloso e se non tira vento?

Ecco l’insopprimibile ruolo degli idrocarburi. Un ruolo che potrà essere compresso dallo sviluppo del nucleare e dal progresso delle rinnovabili, ma che difficilmente potrà esaurirsi. Quanto più aumenta la potenza di energia da fonti rinnovabili installata, tanto più si porrà il problema di garantire la continuità del servizio elettrico ricorrendo a centrali reattive alla domanda. Perché l’energia non è immagazzinabile e i sistemi di accumulo sono ancora un filone di ricerca dai traguardi di sicuro lontani e comunque incerti.

Chi, ad esempio, ritiene quei fumi che escono dalle centrali a gas una resistenza del passato che le rinnovabili si apprestano a spazzare via, oltre a non riconoscere il merito alla tecnologia che ci dà ogni giorno metà dell’energia che consumiamo, trascura la necessità di poter contare su un parco generativo capace di adeguarsi prontamente alle giornaliere oscillazioni dei consumi e di sopperire alle carenze della generazione da fonte rinnovabile.
Un destino infausto? Viene da chiedersi se non sia il caso di cambiare radicalmente l’approccio alla questione energetica. La normativa ambientale carica di oneri burocratici il settore delle fonti tradizionali: i tempi per svolgere la valutazione di impatto ambientale ed ottenere l’autorizzazione integrata ambientale e l’autorizzazione alle emissioni in atmosfera sono lunghi in genere svariati anni. Sul piano fiscale, oltre ad essere soggette ad un’addizionale IRES del 6,5% pensata in funzione anticiclica nel 2008 (la famigerata Robin Tax) e divenuta strutturale nel tempo, grava sulle fonti tradizionali il costo degli incentivi connessi ai certificati verdi: i grandi produttori di energia da fonti convenzionali sono tenuti ad acquistare dai produttori di energia rinnovabile un numero di certificati verdi in proporzione all’energia da fonte convenzionale immessa nel sistema elettrico.

Se sembra politicamente appetibile porre alla ricerca obiettivi importanti nel campo dell’energia solare o del nucleare di quarta generazione, della fusione nucleare o dei sistemi di accumulo, non vanno dimenticati i progressi compiuti sinora nei settori più tradizionali. Dalle prime centrali a gas alle attuali centrali a ciclo combinato vi è un abisso. Anche negli ultimi decenni si sono registrati importanti traguardi. Dal 1982 al 2004 il rendimento delle centrali a gas è passato dal 20 al 47%, che si traduce in una riduzione delle emissioni del 20% e in un risparmio di risorse. Protagonista di questa corsa all’efficienza e allo sviluppo ecosostenibile, la ricerca del profitto, unito alla necessità di sfruttare al meglio una risorsa scarsa come le materie prime utilizzate nella combustione.

E non è detto, pertanto, che la ricerca nel settore delle rinnovabili o del nucleare dia più frutti e sia per l’ambiente una garanzia migliore dello sviluppo tecnologico nella produzione di energia da fonti convenzionali. Così, d’altra parte, ogni previsione sull’esaurimento delle risorse naturali deve fare i conti con l’imprevedibilità del genio umano, capace ogni volta di smentire i pessimisti con un’innovazione tecnologica capace di cavare di più dal meno.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

6 Responses to “Fa metà dell’energia italiana e non sparirà con le rinnovabili: vi presento il gas!”

  1. Davide scrive:

    Ma con il gas bisogna dipendere da paesi scomodi ed antipatici, per utilizzare due eufemismi: meglio l’uranio australiano.

    Comunque per l’Italia io scommetterei sulle nuove generazioni di energia geotermica: è l’unica via che potrebbe arrivare a darci l’autonomia energetica… molto prima dei 100 anni di ricerche del solare

  2. Roberto scrive:

    L’imprevedibilità del genio umano è innegabile, ma cavare qualcosa da zero resta sempre impossibile. Anzi, da qualcosa di più di zero perchè spesso ci si dimentica di quale meraviglia e insostituibile risorsa siano gli idrocarburi per la produzione di buona parte dei materiali che fanno parte della nostra vita quotidiana. Bruciare un simile tesoro chimico è quasi un delitto!
    Mi sembra che poi si sia trascurato un aspetto della questione che non necessita di grandi salti in avanti dell’attuale livello tecnologico per dare risultati consistenti e subito tangibili: il risparmio energetico.

  3. marcello scrive:

    Spero nella geotermia. Il nucleare va bene solo se di IV generazione o se vengono sbloccate le ricerche sulla fusione a freddo (finora molti non hanno interesse). Non sono ostile alle rinnovabili, specie solare. Sono per gli specchi solari di Archimede, progettati da Rubbia, ed è stata fatta una centrale a Priolo. Per le abitazioni ho rivalutato il fotovoltaico: anche se non funziona quando non c’è il sole comunque stanno facendo molte innovazioni nel campo, e comunque con alcuni accorgimenti consente all’energia non utilizzata di essere immessa in rete vendendola all’ente che fornisce l’elettricità. Poi va portato avanti il risparmio energetico.

  4. marcello scrive:

    Il gas, per ora, ritengo che si possa produrre dai termovalorizzatori, che però devono essere moderni e senza emissioni, come il thor o il trattamento meccanico biologico.

  5. LARCO scrive:

    detto in sintesi quindi la soluzione migliore secondo l’autore è rimanere fedeli al petrolio e suoi derivati, conclusione che personalmente condivido in seguito ad attenta riflessione. Il nucleare infatti rappresenta un punto di forza per i Paesi che già dispongono di centrali operative (come Francia e Germania, quest’ultima ha allungato il periodo di vita delle sue centrali fino al 2030) ma non per quelli che iniziano a costruire solo ora (con l’incremento del numero di centrali nucleari le scorte di uranio si esauriranno in 30 anni anzichè in 60 come previsto). Le bioenergie (biocarburanti, fotovoltaico ed eolico) non sono in grado soddisfare il fabbisogno energetico del nostro Paese, ma potrebbero diventarlo se si investisse di più nelle microalghe. In mancanza di ricerca e sviluppo dovremo pertanto puntare sul petrolio, ben consci però che anch’esso finirà (si parla del 2060) e che potremmo lasciare i nostri figli senza approvvigionamenti energetici. Giunti verso la fine anche di questo, se non avremo speso bene il tempo che ci separa fino a quel momento, vedremo nascere conflitti per accaparrarsi i giacimenti residui.
    L’autore parla di genio italico, che dovremmo usare in toto perchè patria di Leonardo. Prevenire è meglio che … arrivare impreparati.

  6. filipporiccio scrive:

    “con l’incremento del numero di centrali nucleari le scorte di uranio si esauriranno in 30 anni anzichè in 60 come previsto”

    Questa informazione, nonostante venga ripetuta di continuo, non è del tutto vera: l’uranio costa ancora pochissimo rispetto all’energia prodotta e l’affermazione si riferisce alle scorte estraibili ai prezzi (bassi) correnti. Inoltre esistono già (senza aspettare la IV generazione) reattori autofertilizzanti o quasi.

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