CGIL chiama, PD risponde. Neppure corretto come vuole il Quirinale, il ‘collegato lavoro’ va bene

– Il Senato ha approvato il “collegato lavoro”  che da martedì prossimo tornerà per la settima e auspicabilmente definitiva lettura alla Camera. Si tratta di un provvedimento molto complesso e travagliato che fa la spola tra i due rami del Parlamento dall’estate del 2008. Benché l’esame che la Camera deve condurre a termini di regolamento si riferirà alle poche modifiche introdotte dal Senato, la battaglia sarà aspra e dura.

L’opposizione di sinistra, allineandosi alla solita Cgil, ha deciso di muovere  una guerra senza quartiere alle norme sulla conciliazione e l’arbitrato previste all’articolo 31 del provvedimento. Si tratta di una posizione irragionevole che qualifica il Pd come un partito falsamente riformista. Soprattutto dopo che la Camera, in una precedente lettura, aveva tenuto ampiamente conto dei rilievi formulati nel messaggio di rinvio alle Camere del Capo dello Stato.

Per quanto attiene all’articolo 31,  il messaggio presidenziale, pur ritenendo, a determinate condizioni, apprezzabile un indirizzo normativo teso all’introduzione di strumenti arbitrali (compresi quelli che prevedono la possibilità di  un giudizio secondo equità) volti a prevenire e accelerare la risoluzione delle controversie, aveva evidenziato tuttavia la necessità di definire, in via legislativa,  meccanismi meglio idonei ad accertare l’effettiva volontà compromissoria delle parti, con riguardo al contratto individuale, e a tutelare il lavoratore, soprattutto nella fase di instaurazione del rapporto di lavoro. Così, un forte richiamo era contenuto, nel messaggio, con riguardo alla sussistenza di un’effettiva condizione di volontarietà da parte del lavoratore nel momento in cui era chiamato a sottoscrivere la clausola compromissoria.

Le osservazioni sull’articolo 31 rappresentavano  il fulcro del messaggio di rinvio. Nella sua formulazione esso ridisegnava la sezione del codice di procedura civile recante le disposizioni generali in materia di conciliazione e arbitrato nelle controversie individuali di lavoro (articoli da 409 a 412-quater cpc). In estrema sintesi, la disposizione trasformava  il tentativo di conciliazione, attualmente obbligatorio, in una fase meramente eventuale, introduceva  una pluralità di mezzi di composizione delle controversie di lavoro alternativi al ricorso al giudice e rafforzava le competenze delle commissioni di certificazione dei contratti di lavoro di cui all’articolo 76 del decreto legislativo n. 276 del 2003.

In particolare, si osservava che il comma 9 dell’articolo 31 riguardava i limiti alla pattuizione di clausole compromissorie nelle controversie individuali di lavoro di cui all’articolo 409 cpc: attraverso tali clausole, le parti potevano rinviare alle modalità di esecuzione dell’arbitrato di cui agli articoli 412 (presso la commissione di conciliazione) e 412-quater (presso il collegio di conciliazione e arbitrato irrituale), a determinate condizioni.
Riprendendo l’esame del testo, nel messaggio del Presidente della Repubblica si sottolineavano alcune problematiche riguardanti, in una relazione di coerenza tra di loro, gli ambiti all’interno dei quali fosse ammissibile, alla luce dell’ordinamento in materia di lavoro, un arbitrato secondo equità.

Nella valutazione del Quirinale si valutavano insufficienti tanto il limite del rispetto dei principi generali dell’ordinamento “che non appare come tale idoneo a ricomprendere tutte le ipotesi di diritti indisponibili al di là di quelli costituzionalmente garantiti”, quanto l’esclusione per via negoziale della possibilità di inserire nella clausola compromissoria il deferimento ad arbitri delle controversie in materia di risoluzione del rapporto di lavoro, anche se nel messaggio era apprezzato l’avviso comune sottoscritto, lo scorso 11 marzo, dalle parti sociali (con autoesclusione della CGIL) con il quale le stesse si erano impegnate “a definire con tempestività un accordo interconfederale escludendo che il ricorso delle parti alle clausole compromissorie poste al momento della assunzione possa riguardare le controversie relative al rapporto di lavoro”.

Il messaggio affermava, nel contempo, che andava meglio risolto il problema del rapporto tra legge e contratto e che l’individuazione dei diritti inderogabili  era più ampia di quella riguardante la disciplina  del licenziamento di cui all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.  Si segnalava, poi, che l’ultimo rilievo attinente all’articolo 31 riguardava le perplessità sollevate dal previsto decreto che il ministro del Lavoro e delle politiche sociali sarebbe stato autorizzato ad emanare per regolare la materia dell’arbitrato secondo equità, una volta trascorsi dodici mesi di sostanziale inerzia delle parti sociali: il messaggio di rinvio aveva ritenuto che  fossero previsti dei presupposti di una delegificazione non in linea con quanto previsto dall’articolo 17 comma 2 della legge n.400 del 1988.

Così il provvedimento aveva iniziato di nuovo la sua via crucis ripartendo dalla Camera. La Commissione Lavoro si era sforzata di portare in Aula un testo che tenesse conto delle osservazioni del Capo dello Stato.

All’articolo 31 era stato previsto:

– che nell’arbitrato di equità si dovesse tener conto, oltre che dei principi generali dell’ordinamento, anche dei principi regolatori della materia (derivanti anche da obblighi comunitari);

– che in caso di impugnazione del lodo arbitrale la competenza fosse, in unico grado, del Tribunale in funzione di giudice del lavoro;

– che la clausola compromissoria non potesse essere pattuita e sottoscritta  prima della conclusione del periodo di prova (e, ove non previsto,  prima che siano trascorsi 30 giorni dalla stipulazione del contratto di lavoro);

– che la clausola compromissoria non potesse comunque avere ad oggetto le controversie relative alla risoluzione del rapporto  di lavoro;

– che davanti alle commissioni di certificazione le parti potessero farsi assistere da un legale di fiducia o da un rappresentante dell’organizzazione sindacale o professionale a cui abbiano conferito mandato;

– che in assenza di accordi interconfederali o contratti collettivi volti a definire la pattuizione di clausole compromissorie,  trascorsi 12 mesi dalla data di entrata in vigore della legge  il Ministro del lavoro e delle politiche sociali convocasse le organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori più rappresentative, al fine di promuovere un accordo; nel caso in cui non si giungesse ad un accordo nei successivi 6 mesi, il Ministro del lavoro e della previdenza sociale, con proprio decreto, individuasse in via sperimentale, tenuto conto delle risultanze istruttorie del confronto tra le parti sociale, le modalità di attuazione della nuova disciplina. Ulteriori precisazioni erano contenute in taluni emendamenti che il relatore aveva accolto.

In sostanza, la maggioranza aveva accolto le osservazioni del messaggio Presidenziale rafforzando gli aspetti della volontarietà al momento dell’assunzione, riconoscendo una oggettiva posizione di debolezza del dipendente. Un emendamento del Pd, approvato in seguito ad assenze nella maggioranza, aveva imposto che le parti tornassero di nuovo davanti alle Commissioni di garanzia per dichiarare la loro volontà di adire il collegio arbitrale ogni volta che insorgesse una controversia. Il che avrebbe comportato una burocratizzazione dell’arbitrato da uccidere questa esperienza fin dal suo nascere. Ecco perché si era posta l’esigenza di una nuova lettura da parte del Senato che ripristinasse l’impostazione corretta. Così è avvenuto.

Ma la sinistra non arretra. In questa vicenda emerge con chiarezza la concezione della statualità del diritto, come se soltanto il giudice ordinario potesse non solo amministrare la giustizia, ma rendere giustizia al cittadino-lavoratore. E’ l’idea del lavoratore, considerato, juris et de jure, contraente debole del rapporto che contribuisce ad ingessare il diritto del  lavoro, finendo per trattare il prestatore stesso come un eterno minus habens incapace per legge di disporre di sé e dei propri diritti.


Autore: Giuliano Cazzola

Nato a Bologna nel 1941. Laureato in Giurisprudenza, esperto di questioni relative a diritto del lavoro, welfare e previdenza, è stato dirigente generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Insegna Diritto della Sicurezza Sociale presso l’Università di Bologna. Ha scritto, tra l’altro, per Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Quotidiano Nazionale e Avvenire e collaborato con le riviste Economy, Il Mulino e Liberal. È stato deputato per il Pdl nella XVI Legislatura. Per le elezioni 2013, ha aderito alla piattaforma di Scelta Civica - Con Monti per l'Italia.

3 Responses to “CGIL chiama, PD risponde. Neppure corretto come vuole il Quirinale, il ‘collegato lavoro’ va bene”

  1. LibDan scrive:

    Concordo in pieno con Giuliano Cazzola, queste posizioni della CGIL, fanno si che il lavoratore venga considerato come un eterno “minus habens” incapace per legge di disporre di sé e dei propri diritti. Ma mi permetto di aggiungere un cosa: nella pratica di tutti i giorni il lavoratore normale e “non sindacalizzato” magari ottiene dal giudice, dopo mesi o anni di travaglio, un provvedimento di “reintegra” che davvero non lo aiuta molto dato che il rapporto con la sua azienda è evidentemente compromesso e non ottiene invece un idoneo supporto sia economico che di formazione e orientamento professionale che gli consentirebbe di intraprendere un nuovo percorso per lui soddisfacente sia in termini economici che di realizzazione personale. Questo dovrebbe essere l’obiettivo di un partito di sinistra che sta dalla parte del lavoratore e magari “pensa” ed elabora politiche con la mente di uno studioso di eccellenza come Pietro Ichino. L’appiattimento su posizioni ideologiche e che stridono col mercato del lavoro di oggi davvero aiutano poco i lavoratori dipendenti italiani che, per inciso, si “avvalgono” dei sindacati piu’ pervasivi d’europa e ricevono a fine mese degli stipendi tra i piu’ bassi in assoluto.. Di “amici dei lavoratori” così ne faremmo tutti volentieri a meno.. LibDan

  2. marcello scrive:

    Ora stanno privatizzando, come temevo, anche la giustizia.
    Si ritiene che il lavoratore è portato a disporre di più dei propri diritti. Ma c’era anche prima un tentativo obbligatorio di conciliazione davanti alla camera del lavoro, e anche nel Tribunale, dove fra le varie cose lavoro, ci sono molte conciliazioni. Solo che prima c’erano più garanzie per i diritti del lavoratore. Ora c’è il rischio che il rapporto sia più squilibrato e che il datore possa fare di più il buono e cattivo tempo.

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