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I numeri della giustizia civile fanno dell’Italia un paese incivile

– L’Italia è tra le prime dieci potenze economiche del mondo e questo comporta una serie di importanti conseguenze nelle classifiche che seguono a catena. Redditi pro capite elevati, pil tra i più consistenti, produzione nei vari comparti sempre tra i primi 20 del mondo.In mezzo ai numeri di queste importanti classifiche, ce n’è uno, però, che non ci onora e, anzi, ci getta addosso una vergogna senza alcuna giustificazione.
 
Su 181 Paesi nel mondo siamo al 156° (centocinquanteseiesimo) posto quanto a efficienza nella giustizia. Meglio di noi fanno Angola, Gabon Guinea, ma, consoliamoci, veniamo prima della Liberia e dello Sri Lanka e già che ci siamo, affondiamo il coltello nella piaga. 
 
Un processo in Italia dura mediamente 960 giorni per il solo primo grado e 1.509 per l’appello, ovvero quasi sette anni, senza contare l’eventuale terzo grado della cassazione, dove i tempi sono tutt’altro che confortanti. Un divorzio giudiziale richiede 634 giorni, contro i 321 della Germania, i 90 della Danimarca o, addirittura, i 25 dell’Olanda.
 
Per recuperare un credito commerciale occorrono 1.210 giorni (3,3 anni), contro i 462,7 della media Ocse. Sono numeri che si commentano da soli.
 
Nell’annuale relazione sullo stato della Giustizia, il Ministro Alfano ha dichiarato che nel 2008 su 4.826.373 procedimenti sopravvenuti quelli esauriti sono stati 4.605.551, con un saldo negativo di circa 220.000, ma – e qui è il dato che scotta – in Italia ci sono 5.625.057 procedimenti civili pendenti (contro i “soli” 3.270.979 penali).
 
Il vero problema, pertanto, è lo smaltimento dell’arretrato civile, per fronteggiare il quale il Ministro si è impegnato a presentare un piano straordinario che attendiamo ancora di conoscere.
 
Si badi bene, non si tratta del c.d. processo breve, che riguarda il processo penale, ma di un distinto intervento che dovrebbe mettere in moto un meccanismo di progressivo assorbimento dell’arretrato civile.  Aspettiamo di conoscerne il contenuto, confidando nella sensibilità e nella competenza del Ministro, oltre che nei miracoli.
 
Qualche ulteriore numero potrà servire per completare lo sconfortante quadro. Si potrebbe pensare che una delle ragioni del disastro sia la carenza di organico, ma non è così. In Italia vi sono 13,7 giudici professionali ogni 100.000 abitanti, per un totale di 8.337 magistrati; la Francia ne ha 11,9, la Spagna 10,1, l’Inghilterra 7 e l’Irlanda addirittura 3,1. Colpa della mancanza di organico? Nemmeno per sogno: abbiamo, infatti, 27.067 addetti contro i 15.199 della Francia ei 5.160 dell’Olanda. Anche a Tribunali siamo primi, con 1.292 uffici sparsi sul territorio nazionale contro i 1.136 della Germania (che, però, ha oltre venti milioni di abitanti in più), i 773 della Francia, i 703 della Spagna e i 595 della Gran Bretagna.
 
A coronamento, un ultimo dato: con un distacco degno del più scatenato Usain Bolt siamo anche i primi in assoluto per numero di avvocati, 213.000 (di cui 170.000 civilisti), davanti a Spagna (154.953), Germania (146.910) e Francia (47.765, tanti quanti nelle sole Roma e Milano).

Fin qui i numeri, che ci vedono sprofondare tre agli ultimi posti mondiali, circondati da paesi i cui nomi evocano solo fame, miseria e povertà.
 
Perché e quali le cause per cui si arrivati a tale disastro? Vi sono diverse ragioni, che si spalmano quantomeno nell’ultimo ventennio (dal 1990 al 2010 i procedimenti pendenti sono aumentati del 129%).
 
Vediamone alcune. La mancanza di qualsivoglia forma di responsabilità in capo ai magistrati che non rispettano i tempi non tanto di legge, ma quantomeno di buon senso nell’emettere un provvedimento, che, letto al contrario, significa anche la mancanza di qualsivoglia forma di incentivazione o premio per chi, invece, li rispetta o fa meglio; la lentezza dell’amministrazione giudiziaria nel dotarsi di moderni strumenti di lavoro, soprattutto informatici (meno carta, più email), che soltanto negli ultimi tempi sembra avere invertito la rotta, comunque in forte ritardo; la mancanza di chiare forme di disincentivazione al ricorso alla giustizia, quali, ad esempio, il filtro della composizione amichevole o la sicura condanna alla spese in caso di soccombenza in luogo della deprecata pratica della compensazione; la mancanza, negli anni passati, di una precisa volontà del legislatore a risolvere il problema, affrontato solo con palliativi; da ultimo – va detto – la spropositata presenza di avvocati, che, certamente, spesso stimolano il contenzioso.
 
Mi chiedo se chi ha la responsabilità e il potere di fare qualcosa si sia mai domandato sino in fondo cosa significhi vivere in un paese che assicura la giustizia a intermittenza e solo dopo anni, cosa significhi l’incertezza di avere una risposta dal giudice nei tempi in cui sarebbe necessaria, quanto questa situazione incida in termini di aggravio di costi e in perdita di competitività per il nostro sistema. Spesso mi confronto con colleghi esteri che chiaramente mi dicono che i loro clienti sanno che, ad esempio, in Italia per mettere un’immobile in vendita all’asta occorrono anni prima di arrivare al realizzo, per cui tanto vale investire altrove.
 
Mi chiedo, soprattutto, se sia chiaro che si tratta di una vera e propria emergenza nazionale verso la quale tutti abbiamo il dovere di reagire e pretendere risposte da chi ci governa, la cui responsabilità, allo stato, non è quella di avere prodotto questa situazione, ma, semmai, quella di non contrastarla a dovere. Quel 156° posto brucia e ci getta addosso una vergogna di fronte alla quale rassegnarsi significherebbe esserne corresponsabili.  
 
Noi ci auguriamo che il ministro Alfano provi almeno a mettere mano a quella che si presenta come un’impresa colossale, perché, intanto, il tassametro della vergogna corre implacabile e aggiunge ogni giorno oltre seicento nuovi procedimenti alla montagna degli oltre cinque milioni pendenti.


Autore: Francesco Valsecchi

Nato a Roma da famiglia valtellinese nel 1964, avvocato, docente alla Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, è stato, tra i vari incarichi, componente della Commissione di studio per la riforma del processo civile e consigliere di amministrazione di Poste Italiane S.p.A. e di ENEL S.p.A.. Ha scritto “Il popolo della Lega" (Marietti 1820) e “Poste Italiane, una sfida fra tradizione e innovazione" (Sperling & Kupfer).

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