di CARMELO PALMA – Il caso della bambina ieri nata viva da una mamma clinicamente morta spiega meglio di ogni altro esempio quanto poco “naturale” sia il confine tra la vita e la morte e quanto poco, ormai, per natura umana si intenda una realtà “oggettiva”. Per molti il cuore del nichilismo sta nella resa al principio della manipolabilità della vita e nell’idea di prestare all’impresa scientifica un fine morale diverso da quello – che è insieme logos e bios – immanente alla creaturale esperienza della vita umana. Ma senza questa estrema e rischiosa manipolazione ieri Edil non sarebbe nata.

La vita e la morte naturale hanno poche parentele con la storia della piccola somala venuta alla luce all’Ospedale Sant’Anna di Torino, da una mamma che si chiamava come lei e la cui vita è stata artificialmente surrogata per consentire lo sviluppo “naturale” della figlia, traghettata dalle macchine e da una forma di amorevole accanimento sul corpo della madre fino alla ventottesima settimana di gestazione, anche se la gestante era già morta – uccisa più di un mese prima da un tumore che non le aveva lasciato scampo.

Quanti, nella loro polemica contro la deriva scientista della bio-medicina, contestano il “disaccoppiamento” giuridico della morte legale e di quella reale – e dunque i criteri che rendono possibile l’espianto degli organi a cuore battente – usano da tempo l’esempio della capacità procreativa delle persone in stato di morte cerebrale come pietra dello scandalo. Come possono essere morte, se danno la vita? E come possono essere espiantate, se non sono morte?

Costoro difendono la vita nel destino naturale del corpo, da quello infinitesimale dell’embrione crio-congelato, che si vuole sottrarre alla sperimentazione, per consegnarlo ad una “morte naturale”, a quello dell’adulto “clinicamente morto”, di cui si vorrebbe impedire l’utilizzo predatorio.  E poco importa che quella vita non sia affatto “naturale”, ma il prodotto da processi scientifici (si pensi alla crio-conservazione) tutt’altro che inscritti nell’identità biologica del vivente. Nondimeno, per quanti sostengono la sacralità della vita dal concepimento (naturale) alla morte (naturale),  la vita (corporea) può essere solo fine e non mezzo e può essere solo curata in sé e non usata in vista di altro.

Anche mamma Edil, però, tenuta disperatamente in vita per incubare la vita della figlia, è stata usata solo come un mezzo. Eppure tutti, dai medici che l’avevano in cura a quanti oggi salutano la nascita di questa piccola di ottocento grammi augurandole il meglio, festeggiano la scientistica impresa come una vittoria della vita, non come il trionfo del Demonio. E tutti presumono che la mamma, se potesse, festeggerebbe il successo dei medici che l’hanno usata in un modo così “strumentale”.

A fare la differenza tra l’umanità e la disumanità, su questi temi, deve essere allora qualcosa di più sottile e più complesso di un’idea stereotipata e riduzionistica di “natura”. Il caso di Edil, alla fine, conforta più quanti pensano che la scommessa bioetica si giochi sulla frontiera dell’innovazione, anche scientifica, che quanti ritengono che occorra “proibire” l’evoluzione della scienza (e dei sentimenti morali) sui temi eticamente sensibili.