Deputati ‘pappataci’, una nuova creatura nel panorama politico italiano

– La politica non è una scienza esatta, la politica è la dottrina del possibile, non si fa la politica senza morale ma nemmeno senza, e così via.

Tutti coloro che si occupano di politica le avranno riconosciute, sono citazioni vecchie come il cucco. La politica  riguarda tutti (anche chi non si occupa di politica … così facendo compie un’azione politica) e tutti in un modo o nell’altro parlano e hanno parlato di politica. E la politica di per sé stessa ha un suo dizionario. Un dizionario in evoluzione, trasformazione e permutazione continua. Un dizionario che  nei suoi cambiamenti e nei suoi upload non fa che rendere “parola politica” i cambiamenti della società.

Il linguaggio politico è una metaforizzazione delle dinamiche di ridefinizione di un paese e dei suoi equilibri socio-culturali – e spesso il linguaggio politico, come tutte le formule di linguaggio, agisce per trend, detto meglio e all’italiana, per tendenze.

Vi ricordate quando qualche anno fa diventò di moda la parola “ticket”? Ticket nelle elezioni statunitensi, e da quel momento anche in quelle italiane, indica un accordo politico tra un candidato ed un suo vice che ad un’ elezione si presentano agli elettori come una scelta unica, con l’uno voto anche l’altro. Ma in  una parola non c’è solo il suo significato (più o meno variabile e relativo) – in una parola vi è sempre anche un tema, un’ istanza, un’ aspirazione interiore. Quella della parola “Ticket” era l’aspirazione, di alcuni politici e giornalisti, di raccontare una nuova Italia, più pragmatica, più volta al mondo, meno provinciale e più, in poche parole, “all’ americana” – chissà – anche se poi col termine anglosassone che “fa figo” dichiariamo tutto il nostro provincialismo.

Detto questo, da qualche mese a questa parte nel linguaggio politico italiano sono comparse una nuova parola: “chiamata”, ed una nuova locuzione: “campagna acquisti”.

In questi giorni si riflette, tranquillamente e senza problematizzazioni eccessive, sul come deputati di un’area siano “chiamati” a spostarsi in un’altra area. Così, facilmente, per cooptazione.
Se la politica ha sempre implicato, o almeno teoricamente dovrebbe, che un rappresentante al parlamento sia espressione di un proprio pensiero in relazione al pensiero e all’ opinione degli elettori che l’hanno votato, in questi giorni si ha sempre di più l’impressione che a molti né della propria coerenza intellettuale, né dell’ opinione di chi li ha votati  freghi assolutamente nulla, e che una volta entrati in parlamento si trovino in un mercato, o meglio in un suk, nel quale l’unica cosa che conta è chi offre di più. Molti deputati italiani la coerenza intellettuale non sanno forse cosa sia, e in questo sono espressione analogica di una certa fetta del Paese, capiamo perfettamente che stanno lì per curare  interessi, e capiamo anche che i loro propri interessi sono mutevoli. Si trasformano a seconda delle contingenza politica. A seconda dei nuovi orizzonti che si appalesano.

Non era mai accaduto nella storia di questo paese che la Presidenza del Consiglio coniugasse i suoi compiti istituzionali nel mercato delle mandrie (delle vacche ci starebbe bene ma forse è troppo) dove la “chiamata”, ovvero, l’offerta fatta a quello a quell’altro diventa il contenuto (il vero tema) dell’azione e del progetto politico. Nel parlamento italiano, in queste ore, i voti degli elettori (incarnati dal deputato) si vendono al migliore offerente. Alcuni sono addirittura in saldo.

La locuzione “campagna acquisti” nel dizionario politico ci racconta, quindi, una strategia politica, ma anche un tema, quello della totale assenza di “radicamento culturale” che alcuni (molti? pochi?) eletti in parlamento manifestano. Il radicamento culturale (ossia una propria identità culturale definita e coerente) dovrebbe essere la ragione prima del far politica, ma non per tutti. Molti non fan politica per il “desiderio” di esprimere la propria coerente e dinamica identità culturale,  ma piuttosto per vedere dove si può andare a parare, una volta entrati lì. Se così non fosse non ci sarebbe alcuna campagna acquisti, perché il radicamento culturale non è acquistabile, pena la sua distruzione.

Siamo il paese dei Pappataci. Ecco una nuova parola che dovrebbe entrare nel dizionario politico. Con Pappataci non intendo gli insetti, ma il modo di dire che veniva usato nell’ottocento per definire quelli che pur di campar bene sono pronti a tutto, accettano tutto, persino le corna della moglie – non conta né il prima né il dopo, né il cosa né il come, l’ unica norma da seguire, una volta diventati pappataci, e non vedere e non sentire.

Per meglio far capire, caso più unico che raro, un articolo di politica lo finiamo con un libretto di opera lirica. E’  il libretto de “L’italiana in Algeri” di Rossini, dove Lindoro e Taddeo spiegano a Mustafà, che è appena stato ufficialmente nominato “pappataci”, le sua nuova mansione – poi lo faranno giurare, il giuramento del pappataci

LINDORO e TADDEO
(…)
Ei dee dormire, mangiare e bere,
Dee dormire, e poi mangiar.
Pappataci dee mangiar,
Pappataci dee dormir.
Pappataci deve ber,
Pappataci ha da dormir,
Pappataci ha da goder.

MUSTAFÀ
Bella vita!…Oh, che piacer!…
Io di più non so bramar.
Pappataci dee mangiar,
Pappataci dee dormir,
Pappataci…e ber, mangiar.

Ed ecco il giuramento!

TADDEO e MUSTAFÀ
Di veder e non veder,
Di sentir e non sentir,
Per mangiare e per goder
Di lasciare e fare e dir,
Io qui giuro e poi scongiuro
Pappataci Mustafà.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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