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Bipartitismo addio? Il rischio del ritorno a coalizioni ‘prodiane’

– Solo due anni fa, in occasione delle elezioni del 2008, le scelte simmetriche di Silvio Berlusconi e di Walter Veltroni avevano innescato inedite dinamiche di bipartitismo tendenziale e prodotto una marcata semplificazione del quadro politico.
In effetti, complice il fatto che l’esito di quelle elezioni appariva segnato in partenza, i leader del centro-destra e del centro-sinistra non avevano ritenuto utile ricercare quelle coalizioni vaste ed eterogenee che erano state messe in atto in precedenza, ed in particolare – con la medesima legge elettorale – nel 2006.

Le forze minori, sia in un campo che nell’altro, si videro costrette alla scelta tra la confluenza nel PDL e nel PD ed una corsa solitaria dagli esiti prevedibilmente suicidi.
Nella sostanza Berlusconi e Veltroni si erano mostrati determinati a non accettare alleati in coalizione, anche se considerazioni di pragmatismo e di realismo politico li condussero a fare a questa regola un’eccezione per parte. Il Popolo della Libertà ammise l’apparentamento con la Lega Nord che era necessario per vincere l’elezione in modo confortevole e giustificò questa “anomalia” con il fatto che il Carroccio non fosse un partito nazionale. Il Partito Democratico a sua volta accettò il collegamento con l’Italia dei Valori a fronte della prospettiva di una confluenza post-elettorale di questo partito nel gruppo del PD.
In ogni caso nell’idea di molti la missione del PDL e del PD era quella di rappresentare i due grandi catalizzatori nazionali, in grado – anche in una prospettiva di lungo periodo – di esprimere in quanto tali le polarità di un bipartitismo italiano.

Le vicende successive alle elezioni non hanno, nei fatti, confermato queste buone premesse ed hanno invece riproposto un graduale scivolamento verso uno scenario di bipolarismo frammentato.
Silvio Berlusconi ha preferito non appoggiare il referendum Guzzetta sulla legge elettorale che avrebbe istituzionalizzato nel paese un assetto bipartito, per ragioni di quieto vivere con l’alleato leghista. Ma nemmeno ha ritenuto di spingere a favore di modifiche migliorative del Porcellum, , che pure sarebbero state agevoli nella prima fase della legislatura.
Già in occasione delle Regionali di questa primavera il partito del premier ha poi scelto di abbandonare il criterio del rifiuto di alleanze con altri partiti nazionali, accettando in tutta Italia l’apparentamento con La Destra di Francesco Storace.

L’apertura al partito di Storace, confermata da Berlusconi proprio in questi giorni, 

potrebbe apparire un fatto marginale. E’ in realtà un evento politicamente significativo, in quanto rappresenta una scelta aperta di rinuncia da parte del PDL alla propria vocazione originaria, quella di presentarsi come partito unico ed unitario del centro-destra.
Se La Destra può stare nell’alleanza di centro-destra con il proprio simbolo e la propria fisionomia politica ed organizzativa, senza dissolversi nel Popolo della Libertà, cadono inevitabilmente le motivazioni con le quali nel 2008 si è rifiutato il collegamento con Casini – e similmente viene meno qualsiasi ragione formale per avversare, ad esempio, la presenza di Futuro e Libertà come forza a tutti gli effetti di maggioranza.
Peraltro, successivamente alla formazione del nuovo gruppo finiano che pure non ha mai messo in dubbio il proprio apporto numerico al governo, il Presidente del Consiglio si è lanciato all’inseguimento di tutta una serie di sigle, dal PRI a Noi Sud, dai Liberaldemocratici all’MPA, dalla Südtiroler Volkspartei a schegge dell’UDC. L’idea era quella di rimpiazzare potenzialmente FLI, imbarcando una pletora di soggetti per arrivare a disporre alla Camera di 316 voti, cioè di una maggioranza di un solo seggio dal sapore francamente molto “prodiano”.

Parallelamente il Partito Democratico, con l’avvento di Pierluigi Bersani alla segreteria, ha riscoperto le alleanze vaste in funzione antiberlusconiana: nuovi Ulivi e nuove Unioni, senza particolari paletti a sinistra (e neppure a destra, se può tornare utile alla causa).
L’invito del PD è valido per tutti, per Vendola, come per Casini. Il concetto è semplicemente più siamo meglio è.
Il suo colpo migliore, in questo senso, Bersani l’ha fatto alle regionali in Piemonte dove è riuscito finalmente a mettere insieme una coalizione estesa dall’UDC ai comunisti di Ferrero e Diliberto. Naturalmente sconfitta.
Come avrebbe governato una simile coalizione se avesse vinto e come governerebbe se mai si imponesse a livello nazionale è difficile immaginarlo (o forse tutto sommato fin troppo facile).

Sembra così lontano, da questo punto di vista, il vento di novità della campagna elettorale del 2008. Una campagna nella quale Walter Veltroni provò a far digerire al riottoso centro-sinistra nostrano lo spirito delle democrazia maggioritarie – dove alle elezioni non si fronteggiano delle armate brancaleone, bensì due o tre grandi proposte politico-programmatiche per il governo del paese.

L’evoluzione del PDL e del PD in questi due anni presenta più similitudini di quanto non sembri in apparenza.
In primo luogo i due partiti maggiori hanno entrambi fallito nell’obiettivo di dare vita a dinamiche di dibattito interno costruttive e virtuose e non sono stati in grado, pertanto, di gestire adeguatamente quella pluralità e quella diversità di posizioni e di sensibilità che sono del tutto fisiologiche in soggetti politici di quelle dimensioni.

La rottura del rapporto tra Berlusconi e Fini nel PDL è stata al centro dell’attenzione dei media e dell’opinione pubblica, per le inevitabili ripercussioni che la fibrillazione di questi mesi viene ad avere sulla stabilità dell’esecutivo.
Meno spettacolarizzata, ma altrettanto grave è stata la crisi del PD. Abbiamo prima assistito alla clamorosa fuoriuscita di Francesco Rutelli, cioè di un uomo che guidava uno dei due partiti costituenti. Adesso si parla di una nuova possibile scissione del gruppo di Fioroni, ma diversi non escludono che alla fine possa essere addirittura Walter Veltroni, vero “padre fondatore” del PD, a prendere la distanza dal partito.
E’ evidente che se il Partito Democratico versa in queste condizioni è perché gli strumenti di democrazia interna e di discussione di cui si è dotato – e che a più riprese sono stati rivendicati come fondamentale differenza qualitativa rispetto alla gestione monocratica berlusconiana – all’atto pratico si sono rivelati più apparenza che sostanza.

Insomma, in Italia in questo momento non è possibile stare in un partito da posizioni di minoranza e quindi – va da sé – non ci può essere un partito a vocazione maggioritaria, un partito in grado di aspirare da solo al 40-50% dei voti, fornendo adeguata rappresentanza ad idee e storie differenti e dando spazio a più personalità politiche, ciascuna dotata di forza autonoma.
La frammentazione è l’evidente conseguenza di questa situazione, perché l’impossibilità di rendere plurali i partiti fa sì che la pluralità del sistema possa solamente esprimersi creando nuovi partiti che consentano di condizionare i precedenti.
In questo senso non si riesce ad avere in Italia un grande “partito paese”, ma al più c’è spazio per una federazione di monarchie – per un’alleanza di molteplici soggetti politici, con pesi specifici diversi, ma ciascuno singolarmente caratterizzato da una leadership chiara e non contendibile.

Il fatto che Berlusconi non abbia puntato più di tanto sul Popolo della Libertà in quanto partito lo si è misurato, del resto, anche nella noncuranza con la quale ha assistito al travaso di buona parte del consenso settentrionale verso la Lega Nord.
Nei confronti del Carroccio il PDL non ha messo in atto alcuna vera strategia competitiva, al punto da appaltargli candidature strategiche che alle ultime regionali hanno trainato il sorpasso del partito di Bossi in ampie aree del Nord.
E’ chiaro che il premier si è maggiormente interessato a far tornare i conti complessivi della maggioranza che a rendere il proprio partito in prospettiva sempre più autosufficiente.

Se il PDL si è sacrificato a favore della Lega in nome degli equilibri di governo, il PD dal canto suo  si sta da tempo svenando a favore degli alleati che Bersani vorrebbe imbarcare nella prossima gioiosa macchina da guerra.
L’abbandono della vocazione maggioritaria perseguita da Veltroni, ha portato il PD a rappresentare ormai non più di un elettore su quattro regalando consenso ad Antonio Di Pietro ed a Nichi Vendola – senza neppure riuscire ad estendere in realtà il bacino complessivo del centro-sinistra rispetto alle elezioni del 2008.
Del resto, se si considera che in quelle occasioni il PD veltroniano lasciò alla propria sinistra poco più del tre per cento dei voti, si comprende abbastanza bene come la rincorsa del nuovo segretario ai partitini della galassia di sinistra non costituisca necessariamente un affare.

Se si andasse a votare adesso, a seguito di un’eventuale rottura definitiva tra il PDL e FLI, non  sarebbe facile prevedere se dalle urne uscirebbero i numeri una maggioranza di governo.
Una cosa però sarebbe certa. Sulla scheda elettorale non si fronteggerebbero due coalizioni “semplificate” stile 2008, bensì alleanze più ampie e necessariamente disomogenee.
A sinistra il Partito Democratico, anche escludendo la possibilità di una nuova scissione, risulterebbe realisticamente alleato all’Italia dei Valori, ai Radicali, a Sinistra e Libertà, al PSI ed alla nuova Costituente Ecologista di Bonelli. E c’è chi sta lavorando anche ad un accordo tecnico con Rifondazione Comunista e con i Comunisti Italiani.

A destra la coalizione comprenderebbe probabilmente il PDL, la Lega Nord, la Destra di Storace, uno o più partiti meridionalisti (tra MPA, Noi Sud ed Io Sud)  e per lo meno un partito di area democristiana. Per quanto riguarda quest’ultimo, solo l’inclusione dell’UDC sarebbe tale da garantire la certezza della maggioranza al Senato, ma se l’intesa con Casini si rivelasse impraticabile, c’è già chi parla di un nuovo partito cristiano-democratico nel centro-destra che comprenda l’ex Dc per le Autonomie, i Popolari Liberali di Giovanardi e transfughi dell’UDC.

Insomma l’attuale maggioranza a tre, tra Lega, PDL e FLI rappresenta senz’altro un equilibrio subottimo per chi creda nell’obiettivo strategico del bipartitismo, ma comunque è probabilmente l’alleanza più “compatta” possibile in questo momento e la sua difesa è forse l’unica diga per arginare le dinamiche centrifughe. Da una crisi dell’attuale compagne governativa scaturirebbe verosimilmente una nuova balcanizzazione dello scenario partitico.
Per quanto riguarda la parte di campo che ci interessa maggiormente, oggi serve non solamente un periodo di decantazione, ma soprattutto ci vuole un chiarimento personale e politico tra Bossi, Berlusconi e Fini che consenta di recuperare nel tempo un percorso virtuoso verso la semplificazione politica.
Le ferite di questi mesi non saranno facili da rimarginare, ma è da qui che bisogna ripartire affinché un giorno, magari a fronte di un ricambio di leadership e di classi dirigenti che prima o poi è destinato a prodursi, si possano prefigurare i contorni di un “pidielle due punto zero”.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

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