Miliband, Clegg: è tendenza underdog. E forse c’è pure un perché

di SIMONA BONFANTE – Ed Miliband è il nuovo leader dei laburisti britannici. Era l’underdog, come Nick Clegg. Dato fuori gioco 100 a 1. Alla BBC sbarellano completamente quando, da Manchester, il Labour riunito in Conference annuncia che il winner è lui, il fratello minore di David. Ha preso i voti dei parlamentari e della base, praticamente è fatta – osservava il political editor del network internazionale che aveva appena pronosticato, in diretta, la vittoria di David. Ma nel Labour votano anche le Unions, non solo members ed eletti. E i sindacati – in massa – hanno scelto Ed.

È tendenza underdog, ormai è acclarato. Solo quattro mesi fa, l’ingresso dei Libdem al governo aveva aperto uno scenario inconsueto nella politica britannica: la coalizione, il superamento degli steccati, l’arrivo al potere di una forza tipicamente anti-potere, più sociale che politica, come gli ambiental-libertari di Nick Clegg. Oggi è la volta di Ed, il fratello minore, il meno bello, il meno brillante, il meno blairiano, il meno potente e quello con le minori chance di riportare il Labour al potere.

Nel suo primo discorso da vincitore, Ed ha l’espressione dilaniata dal dolore tipica di chi ha appena compreso di essersi imbarcato in una mission più grande di lui. Garantisce al fratello di amarlo so much, e di avere anche capito quanto importante sia per il partito essere capace di “reach out”, arrivare ad un elettorato più esteso della base laburista, dote questa di cui David è campione. Un minuto dopo però, rassicura l’altro Ed tra i 5 in corsa per la leadership, Ed Balls, che il suo Shadow Chancellor sarà lui. Il neo-leader dice cioè di condividere la posizione economica keynesiana anti-taglia-deficit che ha meritato all’ex braccio destro di Gordon Brown l’attenzione possibilista persino del Financial Times. Scegliere Balls però significa mettere fuori gioco la sponda politica che fa capo a David Miliband, che alla retorica keynesiana preferisce il discorso sulla responsabilità, il discorso dei Libdem, in sostanza.

La vittoria di Ed comunque non va ricondotta tanto ad una svolta politica del partito, piuttosto ad un suo arretramento sulla ridotta identitaria della sua tradizione. Avendo perduto appeal presso i settori della società più inclini al cambiamento, il Labour si è richiuso su se stesso, sui militanti storici, sulle lobby sindacali che del partito detengono un terzo delle options, e sui potentati residuali.

La rappresentanza interna insomma è squilibrata sulle lobby conservatrici.
Il Labourscrive il Guardian dei tre principali partiti è il solo che non sceglie il leader sulla base di un sistema one-member-one-vote. Il Labour usa ancora un sistema basato sui collegi elettorali in cui gli MPs, gli iscritti e i sindacati membri o affiliati hanno ciascuno un terzo dei voti. Tutto questo rende il sistema del Labour un relitto. Ed offende pure la democrazia, visto che il voto di un parlamentare vale circa 600 volte più del voto di un iscritto ordinario.”

Il problema tuttavia non è tanto che i sindacati abbiano votato Ed, permettendone l’elezione (cosa oltretutto sempre successa a tutti i leader laburisti, anche a Blair) quanto che Ed la pensi sostanzialmente come loro. Come le Unions, Ed è infatti convinto che il Labour debba battersi per un capitalismo diverso, lontano dal cinismo brutale del modello americano, che il mercato sia irrimediabilmente fonte di ingiustizia e che vada pertanto controllato, temperato, orientato ad operare in un’ottica redistributiva, cioè sociale per definizione.

Ecco, il problema è che Ed ha davvero in testa il radical change di cui va dicendo e che pure un suo fondamento politico lo trova. Come ha osservato un ex vice-leader del Labour, Roy Hattersley, Miliband “was the leadership candidate most likely to swing the vote to Labour for the simple reason that, more than any of his rivals, he identified with the people whose support Labour needs”.

Molti commentatori, sui giornali del giorno dopo, consideravano la vittoria di Ed il segno della guarigione dalla patologia B&B, il frazionismo personalistico costruito per un quindicennio dalle armate di Brown e di Blair. E questo è vero, non foss’altro perché Ed è sempre stato un crossboarder, uomo di Brown sì, ma amabilmente dialogante con l’altra metà del cielo nella quale gravitava all’uopo il fratello. C’è però più di un sospetto sul fatto che la sfida tra i Miliband Bros abbia gettato nel partito i semi di una nuova tragedia politico-shakespeariana, quella tra il looser ed il winner che ventura volle fossero appunto anche figli degli stessi genitori.

Che farà adesso David? Riuscirà a metabolizzare l’umiliazione della sconfitta, a non lasciarsi travolgere dalla sindrome Flash Gordon condannandosi ad un’ossessiva rivalità, e ad onorare l’impegno assunto alla vigilia del voto di collaborare con Ed in caso di sconfitta?
L’aspetto psicologico finisce, come si vede, col prevalere sul politico. È normale che sia così quando di mezzo c’è il capitale emotivo investito nelle relazioni familiari.
David comunque ormai è il looser. Ma non tanto perché ha perso una battaglia politica teoricamente già vinta, quanto perché è stato battuto dal fratello, mai considerato, in tutta la non breve carriera condotta côte à côte, un vero competitor.

E questo ci riporta a Clegg e alla ‘tendenza underdog’.
Ci chiediamo: ma non è che la gente, gli elettori, siano davvero più maturi, più avanti di quanto l’establishment politico sia indotto a ritenere, al punto da premiare due come Ed e Clegg, che si infilano in un’impresa titanica, mostrando che il cambiamento – qualunque ne sia la direzione – si può fare davvero?
Cioè, è possibile che il bisogno di cambiare registro sia così profondo da imporre alla politica l’urgenza di elaborare soluzioni politiche avanzate e coraggiose, e su quelle resettare la competizione sul mercato elettorale?

Certo, non sempre cambiamento fa rima con miglioramento. Nel caso di Junior Miliband, ad esempio, il change promesso è un omaggio al pensiero del padre Ralph, celebre teorico e praticante marxista, che in “Vietnam and Western Socialism”, opera del 1967, scriveva che il “catalogo degli orrori” degli Stati Uniti contro il popolo vietnamita era stato compiuto “in nome di un’enorme bugia”.
Ecco, per argomentare il suo cambiamento, ad Ed non è servito altro che aggiornare il concetto elaborato dall’avo, all’orrore contemporaneo della guerra in Irak.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

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