‘Datemi una zucca e vi salverò l’Africa’, Slow Food e il terzomondismo razzista

– Vale davvero la pena chiedersi ancora se lo sviluppo passi attraverso il ricorso a nuove tecnologie e il loro progressivo perfezionamento o piuttosto attraverso la strenua salvaguardia di tecnologie ormai antiquate? Senz’altro è una domanda piuttosto oziosa se si guarda alla storia dell’Occidente e al livello di benessere raggiunto dalle sue popolazioni, ma è una domanda paradossalmente ancora d’attualità quando si pensa ad altre zone del pianeta, in particolare al continente africano.

Slow Food, ad esempio, sembra già avere la risposta, e si prepara a lanciare, in occasione del raduno dei social forum di Terra Madre che si terrà a Torino alla fine di ottobre, un’iniziativa che consiste nel promuovere il ritorno all’agricoltura tradizionale in Africa. Il presupposto che sta alla base dell’iniziativa (come di molte altre analoghe) è il seguente: in Africa si stanno sviluppando le monocolture industriali, e quindi i contadini, non potendo più coltivare ciò che serve al loro diretto sostentamento, sono costretti all’indigenza e alla fame. Afferma Petrini:

La pressione delle multinazionali, delle monocolture finalizzate all’esportazione, dei pesticidi, dell’urbanizzazione, dell’avanzata del deserto ha stravolto equilibri secolari. Nelle bidonville in crescita violenta si è persa la memoria dei saperi alimentari che consentivano di sopravvivere anche in condizioni molto difficili e i prodotti della tradizione sono stati sostituiti dal fast food.

Questo modo di ragionare prescinde da alcune banalissime evidenze, che forse vale la pena ricordare. In primo luogo, gli agricoltori coltivano la terra per ricavarne profitto, più che per ricavarne sostentamento diretto, e questo avviene all’incirca dal neolitico. Se gli agricoltori africani preferiscono coltivare banane o anacardi destinati all’esportazione, evidentemente ritengono che per loro sia più vantaggioso che coltivare zucche per la famiglia, e che il reddito che ne ricaveranno sia una fonte di sostentamento migliore. Se non fosse così, semplicemente si comporterebbero diversamente.

Probabilmente preferiscono avere un po’ di disponibilità di denaro, piuttosto che di zucche, e pensano che questo offra loro maggiori opportunità, anche semplicemente nelle scelte alimentari. E infatti ciò di cui si lamentano gli amici di Slow Food sono proprio degli inequivocabili segni di sviluppo, come l’apertura dei fast food nelle città, o il ricorso al dado da brodo industriale (“imposto con un’ossessionante campagna di marketing”, si dice) che avrebbe soppiantato prodotti tradizionali in grado di conferire sapidità ai cibi.

Se un piccolo produttore di riso senegalese preferisce impiegare varietà alloctone come il riso proveniente dal Sud Est asiatico, evidentemente ne avrà sperimentato la maggiore produttività, o l’economicità produttiva, o il maggior gradimento da parte del mercato (sia che si tratti del mercato su scala ridotta di una piccola comunità agricola che quello dell’export agroalimentare globale). E un ragionamento analogo sarà stato fatto, con tutta probabilità, anche da chi ha preferito abbandonare il proprio orto per fare il bracciante in una piantagione o l’operaio in una megalopoli. E sicuramente non avrà bisogno di qualcuno che venga a dirgli, nei ritagli di tempo tra una degustazione di vini toscani e una di formaggi di malga, ciò che è meglio per lui e la sua famiglia.

Ciò che sembra un patrimonio insostituibile di biodiversità per i consumatori occidentali può avere tutt’altro aspetto per gli agricoltori e le famiglie africane. E’ probabile anzi che per essi ci sia più biodiversità tra gli scaffali di un emporio, per quanto piccolo, che nel proprio orto. Anche nella nostra storia recente, recuperabile facendo ricorso alla memoria di nonni e genitori, si possono ritrovare le malattie e i sintomi della malnutrizione derivanti dal consumo esclusivo dei prodotti di un’agricoltura di sussistenza.

L’osservazione della realtà suggerisce che proprio gli investimenti stranieri, anche in agricoltura, stanno lentamente consentendo a molti africani di oltrepassare la soglia di povertà, almeno in quei paesi dove questi investimenti sono benvenuti. Come ha ripetuto più volte l’economista zambiana Dambisa Moyo, la liberalizzazione del mercato dei prodotti agricoli è una delle chiavi per l’emancipazione del continente africano. Ma è una realtà difficile da prendere in considerazione per chi da una parte sostiene la necessità di sussidiare l’agricoltura europea (cosa che costituisce in primo luogo una barriera protezionistica contro i prodotti agricoli dei paesi in via di sviluppo) e dall’altra pretende che l’Africa dovrebbe “difendere l’equilibrio ambientale e sociale dei villaggi” moltiplicando gli “orti in cui si coltiva la zucca di Lare e l’ortica”.

Questa strenua difesa dello status quo, alla base dell’ideologia di Slow Food, può trovare un buon numero di sostenitori tra coloro che cercano di salvaguardare il reddito degli agricoltori europei, ma si manifesta in tutta la sua paradossalità (e profondo razzismo) quando si oppone al progresso e allo sviluppo del continente africano.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

12 Responses to “‘Datemi una zucca e vi salverò l’Africa’, Slow Food e il terzomondismo razzista”

  1. Giulio Becattini scrive:

    Sì, ma non esistono solo economie come le intende questo articolo. C’è qualcosa di sbagliato cercare di trovare un altro stile di mercato per un nuovo tipo di profitto? C’è qualcosa di sbagliato nel cercare tecnologie agricole che ripescano dal passato attualizzandole? E chi l’ha detto che spendere migliaia di dollari per inventare tecnologie che non sono mai esistite prima apra la strada per un migliore profitto? Se invece tutte quelle energie si spendessero per migliorare quelle già esistenti e che esistono da migliaia di anni?
    Se avessimo gettato tutte le nostre tradizioni, se avessimo distrutto tutti i nostri monumenti, poi quello strano mercato del turismo che oggi si fa sempre più strada dove sarebbe stato fatto? Sulle spiagge tra una raffineria ed un interporto? La ricchezza culturale di economie e idee ed ogni altra diversità sono l’investimento per il profitto del nostro futuro.
    La monocultura è solo quella dei cervelli di molti.

  2. Giordano Masini scrive:

    Si Giulio, c’è qualcosa di sbagliato, ed è l’idea che esista un mercato “vecchio” e uno “nuovo”, un profitto “giusto” e uno “sbagliato”.
    E la pretesa di imporre l’idea giusta agli altri, mentre si godono i frutti di quella sbagliata.

  3. Giulio Becattini scrive:

    ahahahah su quest’ultimo commento Giordano le do pienamente ragione!
    Comunque per lo meno io non ho dato e non volevo dare giudizi di giusto o sbagliato e sopratutto non ho parlato ne di vecchio o nuovo ma di esistente e da inventarsi e di avere varietà di proposte ed idee sia giuste che sbagliate. Sarà il mercato a decidere.
    Io parlo del fatto che non mi sembra liberale avere aziende che spendono miliardi per avere anche la proprietà sui semi che riproduco io. Spendere miliardi in ricerca per poi obbligarti a fare certi tipi di acquisti. Il monopolio del genoma è da combattere come ogni altro monopolio. Ma quella proprietà c’è altrimenti no sarebbe redditizio spendere miliardi in ricerca e non avere niente in dietro.
    Mi pare encomiabile che slow food provi a inventare nuovi modi per rendere redditizia l’agricoltura. Fa lo stesso lavoro delle multinazionali che però poi monopolizzano… cosa orribile come i sussidi europei.

  4. Claudio Mori scrive:

    Insomma, se capisco bene, noi dovremmo tornare a coltivare patate e cipolle, erbette ed essenze, rinunciando agli allevamenti di bestiame che hanno permesso alla nostra popolazione di raggiungere uno standard di vita eccellente, con conseguente aumento della durata di vita, della statura, dell’intelligenza media….
    Forse i contadini di Reggio Calabria che mia nonna mi raccontava che mangiavano carne una volta l’anno, poco pane e cipolla ogni giorno, vita media 45 anni, hanno trovato giovamento o no dalla carne in scatola, dal latte condensato in tempo di guerra, dai mille prodotti “esteri” che hanno variato la loro dieta? Ad esempio i formaggi del nord Italia al Sud sono serviti o no a variare la dieta in senso positivo? Il formaggino Mio o il Mottino che dal Nord hanno invaso il Sud hanno impedito lo sviluppo o non saranno state le mafie?
    Lo sapete o no che in Sicilia fino a un paio di anni fà non si trovava il latte fresco nei paesi, anche se c’erano mucche ma non produzione commerciale: la concorrenza del latte piùgiorni proveniente dal Nord o dalla Germania, ormai diffusissimo ha obbligato la nascita di fabbriche locali che hanno capito che il latte fresco è necessario anche al Sud. Se paragonate il Sud di una volta con l’Africa di oggi dal punto di vista produttivo, capite bene che i vantaggi che il Sud Italia ha trovato essendo un’unica Nazione, l’Africa non riuscirà mai a trovarli mantenendo tradizioni alimentari magari pittoresche ma poco utili alimentarmente. Dal punto di vista produttivo poi, costruire auto o produrre banane, se richieste dal mercato, è la stessa cosa, o si va avanti o si torna indietro, fermi non si può restare, l’equilibrio in questo campo è SOLO instabile.
    Piuttosto un pò di informazione contraccettiva, supportata da pillole e preservativi, magari riuscirebbe a impedire una crescita demografica così esplosiva che rende inefficace ogni intervento di aiuto alimentare o economico, permettendo ai lavoratori locali di fare scelte meno condizionate sul loro modo di produrre beni.

  5. andrea scrive:

    > rinunciando agli allevamenti di bestiame

    Non si preoccupi che ci penserà il nostro ministro al Turismo a farci smettere di mangiare carne. E poi si passerà all’eliminazione di tutti i derivati animali. Slow-food in confronto sarà uno scherzo.

  6. Emanuele Macca scrive:

    Caro Giordano, condivido in linea di principio quello che dici. Però c’è una variabile ulteriore da considerare : la libertà politica che in gran parte dei paesi africani manca. Se non c’è questa, allora chi può essere certo che quei contadini abbiano fatto una scelta libera o non siano stati “obbligati” dai loro governi che appoggiano la multinazionale di turno?
    Credo che il liberalismo economico che io auspico può basarsi solo sul liberalismo politico.
    Sappiamo bene che una delle principali cause del mancato sviluppo dei paesi africani è la corruzione politica no?
    Altro discorso è l’ideologia “slow food” che io trovo altrettanto poco democratica se la si vuole o la si vorrebbe imporre : nessuno può risolvere i problemi del mondo se non parte dall’ascolto di chi quel problema lo sta vivendo! ( E qui veniamo all’altro grave difetto di certa Cooperazione Internazionale… imporre soluzioni dall’alto!)

    Un caro saluto by Emanuele

  7. Giordano Masini scrive:

    @Emanuele. Che io ricordi, non ho notizia di governi che obblighino i loro cittadini a lavorare per questo o quello. Casomai è successo, e in qualche parte succede ancora, che li obblighino a lavorare per lo Stato, e i risultati non sono stati mai eccelsi. In Cina non c’è libertà politica, ma lo sviluppo e il benessere sono arrivati grazie alle libertà economiche. Non c’è alcuna garanzia, poi, che un governo democratico non sia corrotto. Con questo non voglio difendere le dittature, per carità. Voglio solo dire che non c’è un legame così automatico tra le due cose.

    @Giulio. Il discorso sulgi Ogm ci porterebbe lontano, comunque certi contratti che vincolano a riacquistare i semi si possono sottoscrivere oppure no. Nessuno obbliga nessuno. Per correttezza va però ricordato che in occidente, ben prima dello sviluppo degli Ogm, uno dei passaggi fondamentali che ha permesso il passaggio a un’agricoltura moderna è stato proprio il ricorso a sementi ibride, molto più produttive ma che vengono riacquistate ogni anno perché nelle successive riproduzione perdono la loro forza. Praticamente nessuno in occidente riproduce i propri semi, da molti decenni ormai. Questo ha aumentato la produttività dei terreni in misura esponenziale, insieme all’uso di fertilizzanti e fitofarmaci. Tutto ciò ha reso gli agricoltori dipendenti dall’industria? Forse sì, ma ogni imprenditore dipende dai suoi fornitori, e l’aumento delle opportunità è sempre cosa buona e giusta. Io ritengo che sarebbe cosa buona e giusta anche in Africa.

  8. filipporiccio scrive:

    Gli agricoltori sono dipendenti dall’industria ma non da UN’industria, per il semplice motivo che se un monopolista tira troppo la corda, si utilizzano soluzioni alternative (anche a costo di rinunciare a un po’ di produttività). E le soluzioni alternative esistono solo in un mercato libero: la prima è cambiare fornitore, e se non c’è monopolio garantito dallo stato, non c’è problema; la seconda è cambiare coltivazione, e se non ci sono tabelle di coltivazioni imposte dallo stato, non c’è problema… eccetera, eccetera.
    L’Africa, evidentemente, sta compiendo i primi passi verso un’economia moderna, l’unica che garantisca benessere, in cui solo una piccola parte della popolazione è impiegata nell’agricoltura e DI CONSEGUENZA tutti possono permettersi di impiegare solo una parte del loro reddito per nutrirsi più che correttamente. Il che è quello che i sostenitori eco-terzomondisti della decrescita altrui si rifiutano di capire.

  9. Alessio Civitillo scrive:

    @Giulio

    Questo passaggio:

    “Io parlo del fatto che non mi sembra liberale avere aziende che spendono miliardi per avere anche la proprietà sui semi che riproduco io. Spendere miliardi in ricerca per poi obbligarti a fare certi tipi di acquisti. Il monopolio del genoma è da combattere come ogni altro monopolio. Ma quella proprietà c’è altrimenti no sarebbe redditizio spendere miliardi in ricerca e non avere niente in dietro.”

    Merita questa risposta:

    http://levine.sscnet.ucla.edu/general/intellectual/againstfinal.htm

    Si può essere liberali e contro le patenti e i copyright nello stesso tempo. Io lo sono, non per ideologia, ma perché credo che eliminare i monopoli porti più innovazione. Ci sono teorie economiche sull’argomento, alcune sono espresse nel libro del link.

    Detto ciò, credo che l’agricoltore medio comprerebbe comunque i semi in azienda, semplicemente perché gli conviene più comprarli che produrseli, probabilmente.

  10. Valerio scrive:

    @Claudio Mori
    mi sa che tu hai una strana idea della vita di una volta in calabria e in tutto il mediterraneo. Perchè è vero che la gente moriva a 45 anni, ma moriva perchè facevano lavori molto usuranti anche per 15 ore e perchè non potevano permettersi molto igiene, non moriva di certo perchè mangiava poca carne, anzi il fatto di mangiare carne una sola volta a settimana li aiutava moltissimo, quando sono arrivati gli americano durante la seconda guerra mondiale, hanno visto che nel sud italia praticamente non esistevano malattie cardio-circolatorie, nessuno insomma moriva di infarto o di altri problemi al cuore o alla circolazione, e ancora oggi la famosissima dieta mediterranea è proprio questa, mangiare carne una sola volta a settimana, mangiare pochi formaggi e per il resto della settimana mangiare i tanti ortaggi e verdure, e fino ad ora non ho mai sentito nessun nutrizionista, nessun dottore e nessuno scenziato in generale dire che la dieta mediterranea fa male e fa vivere poco, anzi tutti dicono il contrario, tutti gli scenziati concordano nel fatto che la dieta mediterranea è tra le migliori diete che possano esistere per gli uomini, e forse è addirittura la migliore, forse se tutti gli italiani mangiassimo in questo modo, la vita media aumenterebbe molto più di adesso, quindi i motivi per cui adesso non si muore più sono altri, il fatto che non facciamo più lavori usuranti come una volta, e il fatto che possiamo permetterci di fare una doccia tutti i giorni, non è certo l’aumento della carne che ci fa vivere di più di 45 anni, anzi la nostra mania di mangiare carne tutti i giorni, ci fa vivere di meno di quando potremmo vivere se mangiassimo come una volta, e mangiando molta carne, quando arriviamo ad una certa età abbiamo tutti problemi di colesterole, circolazione, pressione alta e bassa ecc., quindi potremmo quasi dire che la carne e i formaggi in abbondanza ci fanno stare peggio, mentre mangiandone poco come una volta sentiremmo soprattutto gli effetti benefici di carne e formaggi

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