A proposito di liberalizzazioni. Per tornare a cose concrete

– Il recente rapporto autunnale del Centro studi di Confindustria ha rilanciato il tema della libertà economica in Italia. “L’ossessione degli imprenditori per la crescita deve diventare l’ossessione di tutto il paese”, è stato lo slogan più gettonato in sede di presentazione del rapporto. E non c’é crescita senza riforme. E non c’é riforma vera che non incida sui ritardi competitivi del sistema, aggiungiamo noi.

Le liberalizzazioni da sole aumenterebbero la produttività del 14,1%”, è uno dei messaggi più significativi dell’analisi compiuta in Viale dell’Astronomia. Senza entrare nel merito dei numeri e delle metodologie impiegate, forse varrebbe la pena di chiedersi: cosa frena i processi di liberalizzazione? Quale potrebbe essere il modello più adeguato e quali gli eventuali limiti intrinseci di un pur seria e convinta azione riformatrice sul piano della diffusione della concorrenza?

Il primo argomento è il più semplice ma ha il pregio di mettere in evidenza la potenzialità bipartizan di un tema politico come quello delle progressiva riduzione del peso dello Stato e dei vincoli-coercizioni-restrizioni nello svolgimento dell’attività economica.

Nessun soggetto politico responsabile può negare che, in un sistema in cui gli operatori economici sono liberi di competere, aumentino il PIL pro-capite e le attese di vita della popolazione; si riducano la corruzione, i pesi e costi della burocrazia e la spinta inflazionistica; e si favorisca il riequilibrio della finanza pubblica, tanto per citare solo alcuni dei principali aspetti quantitativi della libertà economica. Ma se i vantaggi sono evidenti e sostanziali, perché mai il percorso, da sempre, è tortuoso? La ragione risiede nella natura del rapporto costi-benefici. I vantaggi delle riforme ricadono su aree diffuse e indistinte di beneficiari (i consumatori, i contribuenti, le aziende), mentre i loro costi insistono su categorie ben delimitate, con rendite di posizione radicate e consolidate: gestori di servizi di pubblica utilità, burocrati, professionisti, tassisti, farmacisti, aziende monopoliste e via dicendo. Queste categorie, al solo sentir parlare di dinamiche competitive, non esitano a mobilitarsi in nome della difesa dei privilegi e spesso la loro azione di lobby paralizza la spinta riformatrice, con ricadute allarmanti sul sistema: molte aziende smettono di investire preferendo muoversi sul terreno della pressione (o della corruzione) politica.

Sul come procedere, l’evoluzione competitiva e della regolamentazione sono strettamente correlate alle caratteristiche dei settori interessati e ha poco senso arrovellarsi nella scelta tra un percorso “ripido e rapido” e un processo più soft, dove statalismo e dirigismo verrebbero “logorati” ai fianchi, senza assalti frontali. La liberalizzazione è Una, ed è efficace solo se integrale (e integrata, ad esempio, da una politica industriale al passo con i tempi).

Altro è chiedersi, in presenza di monopolio naturale, quale sia il percorso regolatore più adeguato a raggiungere risultati efficienti. O individuare gli strumenti idonei a rendere attrattivi per gli investitori privati i mercati potenzialmente concorrenziali (ad esempio, operando sulle infrastrutture o mettendo in azione la leva degli incentivi verso le tecnologie avanzate). Problemi non semplici la cui risoluzione presuppone l’esistenza di un disegno prospettico, di un master plan che vada oltre la quotidianità politica. In linea di principio, se è innegabile che le regole servano esse stesse ad evitare distorsioni della dinamica di mercato (è la ragion d’essere dell’Antitrust), va tenuto a mente che i regolatori non sono infallibili e possono talvolta burocratizzare eccessivamente e ostacolare seriamente l’attività economica.

Negli ultimi 15-20 anni, lo Stato italiano ha ceduto (secondo alcuni ha “svenduto”) quote di capitale di imprese pubbliche per circa 150 miliardi di euro, senza effetti significativi sulla riduzione del debito pubblico. In alcuni casi ha privatizzato senza liberalizzare i settori e i servizi nei quali le imprese operavano; al monopolio legale pubblico è semplicemente subentrato quello privato (vedi Autostrade), con pochi vantaggi sostanziali per i consumatori e impatto minimo sullo sviluppo economico. I risultati parziali e modesti in termini di promozione della libera concorrenza hanno indirettamente favorito il rilancio della tesi ideologica secondo cui la proprietà pubblica del capitale offrirebbe in generale maggior garanzie di efficienza, con tutto quel che ne consegue sul piano dell’agire (o del non agire) politico dei governi. I sostenitori di questa tesi dimenticano (o fingono di dimenticare) che spesso chi compra rientra nella sfera d’influenza di chi vende e, comunque, che lo stato e gli enti pubblici, anche con partecipazioni di minoranza continuano ad esercitare il controllo sulle aziende privatizzate.

E’ in atto in Italia la riproposizione del modello statalista? Qualcuno l’ha individuata, di recente, nel tentativo di ripubblicizzazione del Mediocredito Centrale. Di sicuro c’e’ una situazione di stallo che va sbloccata. Il problema è come. Se si decide di volare basso, basterebbe riaprire il dibattito sulla privatizzazione di Eni, Poste, Enel, Finmeccanica e Rai e di tante aziende municipalizzate. Un film già visto, che forse non vale il prezzo del biglietto. In caso si voglia provare a volare alto, bisognerà trovare gli strumenti più efficaci per perseguire un livello minimo di efficienza economica nei settori interessati, senza il quale è difficile ottenere gli effetti di ogni liberalizzazione che si rispetti: riduzione delle  tariffe, maggior diffusione e miglioramento della qualità dei servizi e incremento degli investimenti dei privati. Si potrebbe partire proprio dal Mezzogiorno, dove oltre i tre quarti dei comuni ricorrono alla gestione in house dei servizi pubblici e dove, solo nel settore idrico, sono stimati investimenti per 60 miliardi di euro nei prossimi trent’anni.


Autore: Pierpaolo Renella

Nasce a Chieti, 18 anni dopo Sergio Marchionne. In seguito si trasferisce a Milano e, dopo la laurea in Giurisprudenza, entra nell’industria bancaria, senza più uscirne: prima negli Stati Uniti, poi in Italia, con esperienza in varie attività del mercato dei capitali, dal securities lending ai prodotti strutturati derivati dall’azionario. Liberale sui generis (non è attaccato al denaro), Crociano e Boneschiano in gioventù. Formula politica preferita: non unione di forze laiche, ma unione laica di forze. Massima filosofica: la verità ti rende libero, quando avrà finito con te!

9 Responses to “A proposito di liberalizzazioni. Per tornare a cose concrete”

  1. steph bat scrive:

    Tutte cose già sentite che inevitabilmente si traducono in una sassata sulla politica di liberalizzazione non tanto di questo governo, quanto di Prodi e delle vendite in saldo di pezzi dello Stato fatte dalla sinistra.
    Mi sembra di capire che chi scrive è esperto di investimenti finanziari, quindi chiedo, senza ironia: se fossi un privato te la compreresti l’Atm?
    Quanto all’utopia delle liberalizzazioni al Sud, che dire: è un’utopia. Siamo sicuri che Fini non sia il primo a non volerle?

  2. Steph, il ragionamento fatto è politico, non da imprenditore. E politicamente insisto su quella che per me è la conditio sine qua non di ogni liberalizzazione: rendere attrattivi i mercati di riferimento. Per favorire in luogo i cittadini utenti dei servizi di pubblica utilità.
    Sulla seconda domanda: il portavoce del Presidente Fini è Fabrizio Alfano. Io ho solo espresso mio pensiero

  3. stefano scrive:

    Ci sono differenti qualità e modalità di liberalizzare perchè non sono tutte uguali le liberalizzazioni. Si vuole mettere senza conoscere la categoria dei tassisti e i notai sullo stesso piano, ma come si fà?? Ma come si puo’ parlare di liberalizzazione di questi 2 servizi, quando il notaio e “obbligatorio” e mi costringi a ricorrere a lui x qualsiasi atto, mentre il taxi se voglio lo prendo, se no ne faccio a meno. Liberalizzare piuttosto i mezzi pubblici (autobus) senza piu’ interventi Statali (questo vale anche x l’Alitalia) e sopratutto senza piu’ casseintegrazioni dovute, ad ogni ricatto delle aziende. Chi poi lavora per queste ultime, sarà cosciente che potra’ perdere il lavoro…. Ti faccio notare che i tassisti già conoscono il rischio di impresa visto che non hanno nessuna tutela e nessuna agevolazione dallo Stato/Comune. Per finire, guarda quello che è successo altrove con queste globalizzazioni e liberalizzazioni, prima di parlare e peggio ancora scrivere, bisogna pensare !!!

  4. Lucio Scudiero scrive:

    @Stefano: sui tassisti e le “agevolazioni”. Come le chiameresti le tariffe amministrate? A Roma, solo a sederti in un taxi, scattano i primi 2,80 euro (di sera circa 5 euro), il tassametro corre che è una bellezza ed è precluso ogni margine di trattativa privata tra cliente e tassista sul prezzo della corsa, che è appunto predeterminato da atti amministrativi o giù di lì. Non ti pare un’agevolazione? Un amico di ritorno dalla Georgia mi ha raccontato che in quel paese per diventare tassista basta entrare in un supermarket, comprare il kit con gli adesivi e il tassametro, e cominciare a scorrazzare per la città alla ricerca di clienti. Non serve altro per fare quel lavoro, nè albi, nè licenze, nè regolamenti comunali. Una patente, una macchina, e via.

  5. Stefano, ti rispondo malgrado l’offesa/sbotto di rabbia finale, di cui non mi curo.

    1) avrai senz’altro letto che l’affiancare i notai ai tassisti è un espediente utilizzare per indicare le modalità ed effetti delle resistenze all’azione di riforma. sappiamo bene che sono categorie diversissime e mercati diversissimi.
    Sui trasporti pubblici la penso come te.
    Non mi è chiaro il tuo “altrove” quando ti riferisci a globalizzazioni e liberalizzazioni fatte altrove. Estero? Italia? Quali mercati?

  6. @lucio

    per non parlare delle tariffe per chilometro (teorico) percorso. Quando mi cancellano il volo da Linate, a) devo trasferirmi a Malpensa a mie spese; b) pago un costo stellare per un chilometraggio tabellare (non effettivo). Non so se mi sono spiegato!

    Anywayz, credo nn sia questo il punto. Quando si parla di privilegi, gli animi sono molto sensibili, e scatta un meccanismo naturale di difesa. Tradotto in parole povere: perchè partire dal tassista e non dai notai o dal trasporto pubblico? Epilogo: si tratta, si media e i privilegi permangono.

  7. alessio scrive:

    Pensavo alle liberalizzazioni; in effetti Bersani ha fatto finta di liberalizzare, di fatto l’unica cosa concreta è stata la liberalizzazione dei farmaci senza ricetta, in effetti ogni famiglia avrà risparmiato 5-6 euro l’anno, mentre le sue COOP hanno guadagnato centinaia di milioni, poi taxy, enti locali, grandi aziende pubbliche, notai, professioni, università, giornalisti etc. non sono stati neanche toccati: liberalizzazioni ad personam. Ma poi continuando a pensare al suo insistere nel liberalizzare le farmacie unica cosa che in effetti vuole fare, forse anche per far aprire una farmacia alla moglie senza bisogno di concorso, mi sono chiesto a cosa servirebbe liberalizzare il servizio votato dagli Italiani come il più efficiente e funzionale in assoluto in Italia? chi realmente lo vuole? a chi gioverebbe? oltre il sig. Bersani e consorte e i suoi soci COOP e qualche centinaia di farmacisti chi godrebbe di tale grande liberalizzazione? la libertà di pochi può negare la libertà e il diritto alla salute di milioni di persone? io preferisco essere libero di essere ascoltato di essere assistito piuttosto che risparmiare 5-6 euro l’anno e magari rischiare di veder chiudere la farmacia del mio paesino di 1000 abitanti e sentirmi dire dal farmacista che andrà ad aprire in una zona più redditizia, liberalizzare può negare la nostra libertà di aver scelta la farmacia come il miglior servizio d’Italia?

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