– Fini ha detto ieri quanto poteva. Meno di quanto molti avrebbero ritenuto necessario. Più di quanto alcuni forse si attendevano. Ha ammesso “socraticamente” di non sapere di chi sia oggi la casa di Montecarlo al centro del tormentone politico-mediatico. Chi pensava che l’unica cosa che il Presidente della Camera dovesse al Paese fossero le scuse e le immediate dimissioni è rimasto, comprensibilmente, deluso. Chi riteneva che dovesse negare tutto – anche ciò che non sapeva in positivo e non poteva, in negativo, smentire – lo è forse rimasto altrettanto, se non di più.

A pesare sull’immagine di Fini non è tanto il sospetto di avere pasticciato col patrimonio del partito, ma di avere coperto, dopo esserne stato fregato, il parente che, almeno un po’, aveva fatto il furbo, se incaricato di vendere un appartamento a Montecarlo ne era poi diventato l’inquilino. Fini neppure ieri ha taciuto il disappunto, ma l’ha ribadito:

il fatto mi ha provocato un’arrabbiatura colossale, anche se egli mi ha detto che pagava un regolare contratto d’affitto e che aveva sostenuto le spese di ristrutturazione. Non potevo certo costringerlo ad andarsene, ma certo gliel’ho chiesto e con toni tutt’altro che garbati. Spero lo faccia, non fosse altro che per restituire un po’ di serenità alla mia famiglia.

Nel suo messaggio Fini non è però tornato indietro rispetto alle posizioni che aveva assunto. Costretto – fin dall’inizio – a difendersi più dalle accuse rivolte a Tulliani che da quelle che lo riguardano, ha scelto di credere alla buona fede del cognato e di legare, almeno in parte, il suo destino al suo. Senza avere certezze, ma scegliendo di credere alla parola di un uomo che potrebbe avergli mentito. Una scelta tatticamente folle, ma moralmente più dignitosa di quella che, fin dall’inizio di agosto, sarebbe stata più logica: scaricarlo subito e tanti saluti.

Se dovesse emergere con certezza che Tulliani è il proprietario (della casa di Montecarlo, ndr) e che la mia buona fede è stata tradita, non esiterei a lasciare la Presidenza della Camera. Non per personali responsabilità – che non ci sono – bensì perché la mia etica pubblica me lo imporrebbe.

Da questo punto di vista, l’intervento di Fini non ha aggiunto nulla di nuovo, ma ha ribadito una linea, che, dopo il polverone degli ultimi giorni, è mediaticamente sempre più “costosa”. I dossier fatti circolare e confermati, nel loro contenuto, dal governo di Santa Lucia, non provano nulla, ma di certo cacciano il Presidente della Camera in una situazione  scomoda. Nella sostanza la lettera del Ministro Rudolph Francis attesta che l’agente coinvolto nella doppia compravendita dell’appartamento di Boulevard Princesse Charlotte, Mr. James Walfenzao, avrebbe rivelato, richiesto dai propri corrispondenti di Santa Lucia, l’identità del “vero” proprietario.

Che un agente riveli il nome dell’anonimo a cui si presta a far da schermo e che un paradiso fiscale confermi, dopo indiscrezioni di stampa, l’identikit di un proprio cliente sembra rispondere ad una logica suicida. E’ possibile, ma non così probabile e autorizza ben più di un sospetto. A quanti ritengono che Tulliani sia stato inchiodato da una sorta di visura camerale, bisogna dunque spiegare che, al momento, non è così.

Da parte della terza carica dello Stato, ribadire la piena fiducia nella magistratura, che dovrà accertare i fatti e la responsabilità dei fatti, può sembrare scontato, ma non lo è così tanto, quando gli avversari che ne chiedono le dimissioni sembrano confidare più nella giustizia caraibica, che in quella italiana, e più nelle rivelazioni da Santa Lucia, che nelle indagini della Procura della Repubblica di Roma. E’ importante – e intelligente, se ci possiamo permettere – che Fini abbia scelto di non usare le rivelazioni dell’avvocato Ellero, che hanno smentito le “verità” provenienti da Santa Lucia, e che, come quelle, non possono considerarsi di per sé “vere”, non provando nulla se non la pazzesca e sospetta confusione che circonda questa vicenda.

Il giornale e il partito del Presidente del Consiglio smerciano da oltre due mesi ogni genere di notizia, indiscrezione e informazione – vera e falsa – con il solo dichiarato fine di costringere Fini alle dimissioni e alla resa. Il tormentone della “casa ex An di Montecarlo, in cui è coinvolto il presidente della Camera”, per dirla al modo del tg minzoliniano, non è l’oggetto di un’inchiesta, ma lo strumento di una resa dei conti. Lo è – questo sì – al di là di ogni ragionevole dubbio, se il partito dei “picchiatori garantisti” continua (giustamente) a difendere l’innocenza di suoi esponenti di primo piano condannati, in via non definitiva, per reati infamanti e a condannare (preventivamente) il Presidente della Camera per i miasmi che promanano dalle fogne di un paradiso fiscale, attorno ad un caso a cui si dedicano da settimane faccendieri e spioni “di fiducia”.

Di fronte a tutto questo, Fini è stato molto più conciliante di quanto non fosse logico attendersi. Non che gli sfugga il disegno. Però ha ritenuto di rispondere all’offensiva, se non con un ramoscello d’ulivo, con una proposta di tregua.

Fermiamoci pensando al futuro del paese. Riprendiamo il confronto: duro, come è giusto che sia, ma civile e corretto. Gli italiani si attendono che la legislatura continui per affrontare i problemi e rendere migliore la loro vita. Mi auguro che tutti, a partire dal presidente del Consiglio, siano dello stesso avviso.

Vedremo, a breve, se la buona volontà sarà servita a qualcosa.