– Mentre a New York Ahmadinejad irrideva dalla tribuna dell’Onu alle spericolate aperture di Barak Obama, accusando gli Stati Uniti di avere orchestrato l’attentato delle Twin Towers, in un penitenziario della Virginia Teresa Lewis aspettava di entrare nella camera della morte. Era stata condannata otto anni prima come mandante dell’omicidio del marito e del figliastro.

Ahmadinejad nei giorni scorsi aveva paragonato il suo caso a quello di Sakineh. Questo accostamento suggeriva e incontrava l’idea – molto diffusa negli ambienti abolizionisti – che la pena di morte sia “una” e che, al netto di ogni considerazione sulla diversa natura dei sistemi politici e giudiziari degli stati che ancora la comminano, meriti di fatto un uguale giudizio. Ma il boia della Virginia e quello di Teheran non fanno lo stesso mestiere.

Uno amministra la giustizia legittima di uno stato di diritto, l’altro la violenza “legale” di uno stato assoluto. La stessa pena – quella che dispone l’esecuzione del colpevole –  non comporta un’uguale ingiustizia, se non agli occhi di chi non ravvisa differenze tra un processo pubblico in cui è giuridicamente garantita la difesa degli imputati e l’imparzialità dei giudici ed uno in cui la giustizia appartiene al “sovrano” e alla sua volontà capricciosa.

Il caso di Teresa Lewis riempie di pena e di scandalo. A condannarla a morte non sono stati solo una legge crudele e un giudice misogino – che ha graziato gli esecutori materiali, finiti all’ergastolo – ma anche uno scherzo del destino: il suo quoziente intellettivo superava di soli due punti (72 contro 70) il limite al di sotto del quale l’esecuzione sarebbe stata giudicata incostituzionale.

Tuttavia non è solo la pena di morte a qualificare la civiltà di un sistema giudiziario. La rule of law ha convissuto per secoli con la pena capitale. L’Europa che oggi ne è immune, da non più di qualche decennio, può dunque fare legittimamente la morale alla Virginia o al Texas e alla cultura “esecuzionista”, che continua a resistere agganciata alle radici della storia americana.

Ma il caso di Teresa Lewis non è quello di Sakineh, che peraltro rischia di essere lapidata per un reato contro la morale  –  l’adulterio –  e non contro la persona, visto che l’accusa di omicidio, da cui era stata inizialmente prosciolta, è stata poi “resuscitata”, ma non è ancora giunta a sentenza. Di fronte alla pena di morte, Teresa è come Sakineh, ma gli Usa non sono uguali all’Iran.