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Servizi e diritti: il cittadino al primo posto

– Nel leggere recentemente il libro di Aldo Cazzullo, “L’Italia dei noantri – Come siamo diventati tutti meridionali”, in cui, in modo più o meno esplicito, è la questione delle scarse virtù civili e dello scarso senso civico degli italiani a fare da filo conduttore, ho trovato una certa sintonia con le tesi che da tempo vado sostenendo nei miei scritti. Ho scritto più volte che il nodo di fondo di questo Paese è  l’impossibilità di fatto di affermare i propri diritti e poteri, soprattutto rispetto ai pubblici servizi, dalla sanità ai trasporti, alle comunicazioni, etc. Ma c’è una ragione di fondo perché questo avviene. Negli Stati Uniti, ad esempio,  la formula vigente è “put people first”,vale a dire “metti il cittadino al primo posto”. E quel cittadino può essere anche  l’operaio di Detroit, depresso per il rischio della chiusura della sua azienda, che però sa bene di non avere bisogno di padri, zii o piccoli politicanti alle spalle per affermare i propri diritti, rispetto ai servizi pubblici.

Negli USA, ma non solo negli USA, non esiste praticamente una parola che possa tradurre il termine italiano “raccomandazione”. In quei paesi, infatti, chiunque può avvalersi in condizioni di imparzialità e di parità di trattamento dei propri diritti rispetto ai servizi pubblici. Nel nostro caso purtroppo, spesso occorre ricorrere alla raccomandazione di tipo familistico o politico, per ottenere quello che dovrebbe spettarci di diritto. Basti pensare ai tanti disservizi fin qui ben denunciati, ad esempio, dal Messaggero, nella sanità pubblica, ai clamorosi ritardi imposti per analisi, interventi chirurgici, etc., in cui,  chi può, fa fronte (anche perché indottovi da medici compiacenti) col ricorso alla sanità privata, chi non può, tenta, a volte disperatamente, di trovare un assessore o un lontano parente, amico o un amico degli amici (collegato in qualche modo con il primario competente) per risalire la lista d’attesa per la TAC. Da noi, in pratica, non esiste il concetto di chiunque, anzi è ben presente nelle normative su divieti e sanzioni.

Le nostre leggi sono piene di concetti del tipo “chiunque violi la norma x sul divieto y sarà punito con l’ammenda o la reclusione”, ma in pratica non esistono norme del tipo “chiunque chiede legittimamente soddisfazione per un proprio diritto, potrà ottenerla sulla base dei poteri ad esso riconosciuti dalle leggi”. Abbiamo avuto purtroppo a suo tempo l’Uomo qualunque, ma non abbiamo ancora, di diritto e tanto meno nei fatti, l’uomo chiunque. Cioè cittadini che a prescindere dal ceto sociale, dalla rete  di amicizie o parentele, possano essere cittadini – clienti a pieno titolo, quando vanno alla ASL, o alla Circoscrizione per una pratica edilizia, etc.. Rispetto ai servizi pubblici siamo quindi consumatori dimezzati, è difficile esserne clienti a pieno titolo, perché i fornitori spesso non solo sono inefficienti, ma non rispettano la regola dell’imparzialità di trattamento.

La storia e la attualità italiana sono segnate dal fatto che man mano che lo Stato, le amministrazioni, i servizi pubblici perdono il senso del cittadino – consumatore, i cittadini perdono il senso dello Stato.  Negli USA non esiste la parola “senso dello Stato”, ma solo quella civic sense. Da noi ne esistono due, perché il concetto di “civic sense” è parallelo ma diverso e più allargato rispetto al concetto di “senso dello Stato”. Ed è proprio del recupero del senso civico che il Paese più che mai abbisogna.  Altrimenti, continua a prevalere, come emerge da molte indagini sociali, l’ “arte di arrangiarsi”, a volte obbligata, a volte abitudinaria e dannosa, quando poi non sfocia in diffusi fenomeni di corruzione. Mi sia, infine, consentito di ricordare come, ancora oggi, settori economici strategici quali  gas, trasporti, telecomunicazioni, servizi pubblici locali continuano a essere dominati da monopoli e oligopoli.

E’ questione ancora in buona parte irrisolta di cui ho scritto ampiamente in un articolo per Liberitiamo. Si continua a trascurare la gravità degli effetti sui cittadini delle mancate liberalizzazioni.  Ciò ha evidenti ricadute sui cittadini – utenti.  Paghiamo, come già scritto,  tariffe per l’energia elettrica, per il gas, per i rifiuti solidi urbani e quant’altro, tra le più alte del mondo e godiamo di servizi tra i più inefficienti dei paesi occidentali. Questa è una questione di cui proprio non si parla e che, invece, dovrebbe essere oggetto di una qualche attenzione da parte dei decisori.


Autore: Luigi Tivelli

Consigliere parlamentare della Camera dei deputati, docente ed esperto di amministrazione pubblica ed autore di numerose pubblicazioni e libri in materia amministrativa, giuridica, economica e politologica. E’ editorialista del Messaggero e del Mattino.

2 Responses to “Servizi e diritti: il cittadino al primo posto”

  1. filipporiccio scrive:

    Come siamo diventati tutti meridionali? Grazie a uno stato che prende in giro (ma vorrei usare una metafora più colorita) le persone oneste, continuamente “cornute e mazziate” da un’amministrazione che aspira a un’ideale di burocrazia totale, con uffici lindi popolati di persone che creano e passano carte, e per cui la produzione e il lavoro veri sono attività da punire pesantemente in quanto non rigidamente incasellabili in una tabella ministeriale.
    Oggi sul Corriere è apparsa la notizia di un’impresa che ha vinto un ricorso contro il fisco che pretendeva somme non dovute… risultato: secondo l’agenzia delle entrate, l’impresa deve “dimostrare” di aver vinto il ricorso.
    http://www.corriere.it/economia/10_settembre_28/studi-settore-lite-fisco-achilli_a6d17398-caed-11df-8d0c-00144f02aabe.shtml
    E’ dal ’94 che i cittadini aspettano che si cominci a mettere mano a questi problemi, ma ormai hanno capito benissimo che alle elezioni si tratta solo di scegliere il modo in cui saranno presi in giro ulteriormente, anche votando gli schieramenti “liberali”.
    La realtà è che al di là dei grandi proclami e dei programmi rivoluzionari non si fa NIENTE, neanche le piccole cose necessarie.
    Prendiamo per esempio concreto una vessazione inutile: il DURC, documento unico di regolarità contributiva, che serve a certificare che i dipendenti che non lavorano in nero… non lavorano in nero. Mi aspetto che un liberale riconosca l’ovvietà che il DURC è inutile, e metta nel suo programma la sua abolizione. Il mio voto alle prossime elezioni è pronto.

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