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Il principio del ‘consenso informato’, tra realtà e ddl Calabrò

– La notizia è di qualche mese fa: una donna di 40 anni, in coma cerebrale per un aneurisma, ha dato alla luce una bambina agli Ospedali Riuniti di Bergamo; l’autorizzazione a procedere al taglio cesareo, è stata data dal marito della donna, trovandosi questa in stato vegetativo e dunque, incapace di poter esprimere autonomamente il proprio consenso all’intervento.

La vicenda, conclusasi felicemente, offre un importante spunto di riflessione riguardo l’importanza del c.d. “consenso informato”, e della sua rilevanza nel rapporto che sussiste tra medico e paziente e soprattutto, tra lo Stato e il libero esercizio dei cittadini del diritto alla salute.

Infatti, sono diversi gli equilibri e gli interessi rilevanti per l’ordinamento nazionale e internazionale: la libertà del cittadino/paziente di poter disporre del proprio corpo, entro i limiti stabiliti dalla legge e nel rispetto della dignità umana (art. 5 c.c.; art.2 cost.; art.2-8 Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali); la particolare tutela riconosciuta dallo Stato alla salute e alla vita degli individui, anche nell’interesse della collettività (art. 32 cost.); il ruolo fondamentale riconosciuto alla medicina nella società e, quindi, l’importanza del medico, le sue facoltà e le sue capacità operative e discrezionali nell’esercizio della sua professione (codice di deontologia medica).

Cardine intorno al quale spesso ruotano questi imponenti ingranaggi è il consenso informato, ossia il diritto del paziente ad acconsentire o meno ad un determinato trattamento sanitario, solo dopo essere stato edotto della sua utilità, capacità curativa ed eventuali rischi; la consapevole valutazione della situazione clinica e di possibili rimedi medici orienta le decisioni del paziente, nel rispetto delle sue convinzioni etico-morali, affinchè autonomamente possa tutelare la propria integrità fisica e psicologica.

E’ dunque facilmente comprensibile il ruolo che il consenso informato riveste in situazioni della vita civile, alle volte anche drammatiche: in diversi casi, il rifiuto di sottoporsi ad un trattamento sanitario potrebbe segnare il confine tra la vita e la morte.

Per questi motivi, l’autodeterminazione del paziente non risulta essere illimitata: il legislatore pone degli argini entro i quali è possibile esercitare la propria discrezionalità, al fine di evitare abusi o consuetudini ritenute dannose per la collettività e il rispetto della persona umana.

La nostra costituzione, ad esempio, prevede alcuni trattamenti sanitari obbligatori e vieta tutte le pratiche ritenute lesive della dignità dell’essere umano (art.32).

E’ soprattutto la legislazione ordinaria a richiamare il principio del consenso informato: in tema di interruzione volontaria della gravidanza, con la legge 194/1978; oppure in materia di procreazione medicalmente assistita con la legge 40/2004.

Recentemente, il legislatore nazionale, nell’affrontare lo spinoso argomento dell’eutanasia e del c.d. “testamento di fine vita” (purtroppo sollecitato dall’eco mediatica del caso Englaro: evidente segnale di disinteresse alle tematiche bioetiche) ha approvato al Senato, ed è ora in discussione alla Camera, un ddl recante “Disposizioni in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento”, dai contenuti sembrerebbe non completamente condivisibili.

Proviamo a esaminare i punti “caldi” della proposta di legge.

Gli artt. 1 e 4 esplicano esaurientemente i contenuti del consenso informato quale necessario presupposto “dell’alleanza terapeutica costituitasi all’interno della relazione tra medico e paziente”.
Tuttavia, il combinato disposto del citato art. 2 con i seguenti artt. 3-4-6-7 appare sollevare delle distinte contraddizioni, forse animate da un orientamento legislativo non propriamente laico.

Infatti, da un lato è riconosciuta al paziente la facoltà di scegliere se sottoporsi o meno a determinati trattamenti medici e di poter disporre, qualora in un futuro non sia in grado di farlo autonomamente, riguardo la propria situazione clinica, magari nominando anche un fiduciario (art.6); dall’altro il legislatore limita enormemente il contenuto della “dichiarazione anticipata di trattamento”, poiché stabilisce che tale documento ha durata temporanea (5 anni, ai sensi dell’art. 4); esclude la possibilità di sospendere l’alimentazione e l’idratazione assistita (art. 3.5) o qualsiasi altra scelta che possa cagionare la morte del paziente (art.7.2); ma, soprattutto, elude l’applicabilità di tale dichiarazione “quando il soggetto versa in condizioni di urgenza o pericolo di vita” (art.4.6).

E’, dunque, legittimo chiedersi quale risulta essere, almeno in via residuale, il possibile contenuto di tale dichiarazione anticipata?
E’ veramente garantita al paziente la possibilità di disporre della propria salute, oppure è semplicemente garantito l’imperativo assoluto della vita, anche quando, considerate alcune situazioni cliniche, sarebbe più corretto parlare di sopravvivenza?

Probabilmente le contingenze straordinarie in cui è maturato il testo della proposta e le pressioni costanti del mondo cattolico hanno portato ad una formulazione frettolosa e confusa del progetto di legge: infatti, il suo contenuto sembrerebbe difettare di quella generalità e astrattezza che compete a qualsiasi testo normativo.

Più precisamente, si specifica che “Il medico non può prendere in considerazione indicazioni orientate a cagionare la morte del paziente o comunque in contrasto con le norme giuridiche o la deontologia medica” (art.7.2), eppure la cronaca più volte commenta di pazienti che, per diversi motivi, rifiutano di sottoporsi a determinati trattamenti, preferendo morire piuttosto che contraddire una propria convinzione etico-morale; in effetti, alla luce dei potenti presidi medici disponibili, un individuo costretto ad una paralisi irreversibile, o, ancor peggio, in uno stato vegetativo permanente, potrebbe desiderare il decorso naturale degli eventi, piuttosto che sopravvivere alimentato da una macchina (come dimostrano di recente i casi Welby ed Englaro).

Appare quindi evidente come il testo approvato al Senato impedisca al cittadino/paziente di poter scegliere e disporre liberamente della propria salute, poiché impone la vita ad ogni costo, ad ogni condizione, trascurando che ciascun individuo ha una personalissima concezione della propria esistenza; trascura anche la sostanziale differenza che corre tra l’imposizione di un obbligo, quello di far vivere o sopravvivere chiunque, e la concessione di un diritto: il diritto di condurre la propria esistenza e magari porvi fine, qualora le contingenze della vita si risolvano in gravi situazioni di disagio e malessere.

Se è possibile, per quanto non preferibile, che il legislatore limiti le manifestazioni di libertà degli individui, è bene che lo faccia coscienziosamente, sapendo operare le dovute valutazioni e considerazioni sulle eventualità dei casi: altro è un suicidio assistito, altro è un paziente stanco di soffrire e che preferisce morire, piuttosto che proseguire una vita che non ritiene più dignitosa.

La speranza è che il dibattito parlamentare, che dovrebbe portare il testo in aula alla Camera a novembre, sia animato da questi propositi e che sappia produrre un testo più rispettoso della vita, ma anche, e specialmente, rispettoso della dignità e libertà dei cittadini.


Autore: Francesco Scordo

Nato a Roma nel 1988, è un Ex-Allievo della Scuola Militare Nunziatella, oggi studente presso la facoltà di Giurisprudenza dell' Università Roma 3.

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