– Il settore elettrico è per molti aspetti ancora terra di frontiera per il libero mercato. Considerazioni geopolitiche e le relazioni internazionali si intrecciano con le politiche energetiche condizionando in modo incisivo il mix della produzione. Gli stati si mostrano recalcitranti ogni qualvolta si tratti di privatizzare i campioni nazionali ed esporli in modo più coraggioso alla concorrenza. L’Italia, con la cessione al mercato azionario di importanti quote azionarie di Enel e Terna e dopo aver realizzato la separazione proprietaria tra la rete elettrica e il principale produttore per garantire la terzietà della rete e la non discriminazione degli operatori, ha compiuto importanti passi in avanti, sotto questo punto di vista.

In Italia le maggiori restrizioni al libero mercato derivano, più che dal controllo statale delle società operanti nel mercato, dalla messa al bando del nucleare e dalla lentezza della burocrazia. Ma ora che si tratta di aprire nuovamente il mercato all’atomo, la scelta dei partner con cui effettuare i necessari investimenti ci spinge a guardare dentro casa degli altri per seguire le politiche energetiche dei paesi interessati.

Per il rilancio del nucleare in Italia l’Enel ha stretto un’alleanza con la francese EDF, principale produttore francese e società controllata dall’Eliseo per una quota pari all’84,4%. Già oggi una parte consistente dell’energia importata dall’Italia per soddisfare il 15% del fabbisogno nazionale viene prodotta dalle centrali nucleari francesi.
Il fatto è che per l’approvvigionamento delle tecnologie necessarie (combustibili, reattori e altri componenti) diventa cruciale la scelta dei fornitori. Ansaldo Nucleare è in pole position nel mercato italiano, mentre i difficili equilibri tra l’Eliseo, EDF e Areva costituiscono un’incognita.

Il coinvolgimento di Areva, società controllata per il 90% dallo stato francese è stato annunciato più volte.

Si è anche specificato il tipo di reattore adatto alle esigenze dell’Italia, l’EPR di terza generazione.
Si dà il caso, tuttavia, che negli ultimi mesi le commesse di EDF siano state affidate a società estere. Lo stesso reattore EPR è giudicato da molti una tecnologia costosa, che presenta difficoltà di costruzione e manutenzione, tanto che i progetti di nuove centrali con reattori EPR in Finlandia e in Francia a Flamanville, dove si è recata in visita agli inizi della scorsa estate il ministro Prestigiacomo, hanno subito notevoli ritardi.
Nonostante il fatto che Edf partecipi per il 2,4% al capitale di Areva, i rapporti sono andati incrinandosi e pare abbiano pesato nella mancata assegnazione di un’importante commessa internazionale (20 miliardi di dollari) ad Abu Dhabi lo scorso dicembre. Non è chiaro se l’incremento della partecipazione in Areva da parte di Edf prospettata entro la fine dell’anno pochi giorni fa rappresenti una via d’uscita.

La faccenda rischia di divenire una questione di stato. Può contare il fatto che l’amministratore delegato di Edf, Henri Proglio, sia in ottimi rapporti con il presidente Sarkozy, cui è invisa, invece, Anne Lauvergeon, AD di Areva. Ma la collaborazione assume i connotati dell’impegno e dell’imperativo politico. Desterebbe, infatti, imbarazzo la rinuncia a cooperare da parte di due campioni nazionali della principale fonte di energia del paese. Per questo agli inizi di settembre Sarkozy ha preso una posizione netta intimando ai due colossi di mantenere uno spirito collaborativo tra di loro.

Se si arrivasse all’adozione di misure più drastiche per congiungere d’imperio le sorti dei due operatori non è affatto detto che la soluzione porterebbe con sé dei vantaggi. Per noi, spettatori passivi ma interessati, conta capire se i richiami dall’estero cui si mostra sensibile Edf siano dettati più da considerazioni di tipo economico, anziché politico. Nel primo caso, sarà nell’interesse dell’Italia volgere lo sguardo alle tecnologie e alle soluzioni più efficienti e convenienti. Di sicuro, il rischio più palese è quello di un inquinamento del mondo degli affari da parte della politica, cosa tanto più probabile quanto più stringente è il controllo esercitato dallo stato sulla proprietà delle società coinvolte.

Così, mentre in Italia si riprende il dibattito sull’energia con l’avvio di un’indagine conoscitiva sulla strategia energetica nazionale al Senato e mentre nell’alveo dell’esecutivo si fa strada il dubbio che l’impianto normativo eretto lo scorso febbraio sia troppo complicato, tanto da aver impantanato sin dai suoi primi passi la nuova politica nucleare, uno sguardo va tenuto costante allo scacchiere francese, dove si muovono i probabili attori dell’atomo del domani.