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Quelli che anche nel PD parlano del metodo, per non affrontare il merito

– Tutto il mondo è paese, soleva dire mia nonna. Tradotta in un linguaggio meno sintetico di quello usato nei proverbi, la frase ha un preciso significato: ovunque succedono le medesime cose. Quando non vogliono affrontare le questioni di merito, i nostri interlocutori si trincerano dietro ai problemi di metodo. A pensarci bene, è quanto sta capitando a Walter Veltroni e ai 75 parlamentari che hanno sottoscritto il suo documento.

L’accusa che viene rivolta ai veltroniani è quella di spaccare il partito nello stesso momento in cui è aperta una crisi nella maggioranza. Così il dibattito politico si trasforma in un appello alla base per l’unità del partito, indicando i dissidenti come oggettivi alleati degli avversari (una sorta di inconsapevole “quinta colonna”). Non tocca a noi fare delle aperture di credito alla volontà riformatrice dell’ex leader del Pd e neppure confidare nella sua capacità di tenuta e di coerenza nel comportamento quotidiano. Ricordiamo ancora che lo spirito innovatore, quasi scapigliato, del Lingotto venne presto meno dopo le prime battute della XVI legislatura.

Allo stato dei fatti, il documento Veltroni presenta taluni spunti interessanti per quanto riguarda diversi aspetti:
a) la politica delle alleanze. Il documento ribadisce l’opzione del partito a vocazione maggioritaria e respinge l’idea di una coalizione “contro”, che in fondo è quella che si sta preparando con il progetto delle “circonferenze” concentriche proposto salomonicamente dal segretario Bersani;
b) i contenuti della proposta politica. Il documento afferma che il partito deve cambiare la realtà non accanirsi nel conservarla immutata. Sembra una affermazione rivolta alla Cgil, che ha condizionato e continua a condizionare la vita e le opere della sinistra che ha pretese di riformismo. Come pure merita un approfondimento quanto scritto in tema di lavoro e di welfare, improntato ad uno spirito di innovazione dichiarata (quando praticata?).

Non sappiamo a che cosa si riferisse il ministro Maurizio Sacconi quando si è rivolto ai riformisti dell’altra parte con l’auspicio di realizzare un comune terreno di lavoro nelle grandi sfide che attendono il paese. Ma la sua è una apertura positiva ed interessante nella misura in cui sarà effettivamente raccolta. In questi ultimi giorni anche il ministro Angelino Alfano ha denunciato che il “re è nudo” quando ha sostenuto, al Convegno di Cortina, che ormai il PdL deve prendere atto della esistenza di una maggioranza che cammina con tre gambe. Se vuole continuare a camminare, ovviamente.

Tornando al documento dei veltroniani nel giorno in cui si riunisce la direzione del Pd merita una segnalazione un po’ maligna una considerazione svolta nel testo laddove si fa notare che, sotto la guida di Veltroni, il Pd a vocazione maggioritaria riuscì ad ottenere, nel 2008, nonostante le difficoltà della sinistra che non era riuscita a governare per più di due anni, il 33 per cento dei suffragi. Magari avvalendosi della richiesta del cosiddetto voto utile. Oggi quello stesso partito, in un contesto in cui il centro-destra presenta qualche innegabile problema, è al di sotto di una decina di punti, nei sondaggi più affidabili.


Autore: Giuliano Cazzola

Nato a Bologna nel 1941. Laureato in Giurisprudenza, esperto di questioni relative a diritto del lavoro, welfare e previdenza, è stato dirigente generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Insegna Diritto della Sicurezza Sociale presso l’Università di Bologna. Ha scritto, tra l’altro, per Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Quotidiano Nazionale e Avvenire e collaborato con le riviste Economy, Il Mulino e Liberal. È stato deputato per il Pdl nella XVI Legislatura. Per le elezioni 2013, ha aderito alla piattaforma di Scelta Civica - Con Monti per l'Italia.

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