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Libia: non abbiamo tradito la Nato, ma esternalizzato il ‘lavoro sporco’

– Amate dunque lo straniero, poiché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto (Dt 10:19)

Le nostre relazioni con la Libia sono state – e lo sono ancora oggi con la vicenda Unicredit – al centro del dibattito pubblico italiano, in particolare a causa della visita del leader libico e del più serio episodio del peschereccio mitragliato, di cui molto si è discusso.
Ma ciò che qui interessa, è valutare se i contenuti degli accordi stipulati tra i due paesi presentino profili di obiettiva problematicità, al di là del singolo specifico episodio (già definito come incidente dalle stesse autorità libiche).

Ovviamente, si fa riferimento agli accordi in materia di sicurezza e difesa, con particolare interesse al contrasto all’immigrazione, di cui in estrema sintesi, è sufficiente ricordare:
– I due protocolli del 2007 (governo Prodi), che hanno previsto la cessione temporanea delle famose motovedette;
– il Trattato di Amicizia del 2008 (governo Berlusconi), che tra l’altro ha previsto il divieto di compiere atti ostili in partenza dai rispettivi territori (art. 4), il rispetto degli obiettivi e dei principi della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo (art. 6) e l’attuazione dei due protocolli del 2007 (art. 19).

Ciascuno di questi punti solleva alcuni dubbi più o meno fondati.

In primo luogo, ci si è chiesto se il divieto di compiere atti ostili in partenza dai rispettivi territori fosse in contrasto con gli obblighi di un paese membro della Nato. Ossia cosa accadrebbe, per esempio, se la Libia attaccasse una nave di un paese Nato in alto mare? L’Italia dovrebbe assistere lo Stato oggetto dell’attacco – anche solo mediante l’uso delle basi americane o Nato ubicate nel nostro territorio nazionale – oppure no? Il dilemma è stato già risolto affermativamente dalla dottrina; è stato messo in evidenza che il divieto di atti ostili del Trattato di Amicizia non sia un vero patto di non aggressione (che potrebbe dare luogo a delle situazioni di incompatibilità con il Trattato Nato), bensì una disposizione ricognitiva di un obbligo internazionale preesistente. Infatti, il divieto in questione è subordinato al rispetto dei principi della “legalità internazionale”. Pertanto, nell’ipotesi portata come esempio, la Libia violerebbe questi ultimi, consentendo all’Italia di adempiere gli obblighi Nato.

In secondo luogo, la proclamazione del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali sembra una enfatica declamazione priva di effettiva concretezza. Esso, infatti, incontra il limite della conformità con le rispettive legislazioni, di cui quella libica non sembra garantire l’elevato grado di tutela dei diritti umani, tipico della nostra tradizione costituzionale.

In terzo luogo, specificatamente alla problematica immigratoria, vi sono i timori umanitari che solleva la mancata ratifica libica della Convenzione sullo status dei rifugiati. Ma, a ben vedere, forse è proprio questo a rendere inquietantemente attraente la prospettiva libica, che consente l’esternalizzazione della responsabilità delle politiche repressive.

Ciò è anche confermato dal contenuto degli accordi, ove prevedono la disponibilità di personale italiano anche durante le attività di pattugliamento, ma con compiti esclusivamente di addestramento, formazione, assistenza e consulenza.

Ciò comporta, nonostante la mancanza di responsabilità diretta,  la consapevolezza di:
– un possibile impiego improprio delle nostre unità (come nel caso del motopeschereccio);
– modalità operative lontane dai nostri abituali standard (come confermano le testimonianze del nostro personale che dichiara di avere chiesto inutilmente di non sparare);
– un drastico abbassamento del grado di protezione dei diritti umani fondamentali dei migranti, talvolta indotti a drammatici “caldi” rimpatri attraverso il deserto.

L’accettazione consapevole dei rischi sopra citati dovrebbe indurre a interrogarsi sulla nostra responsabilità morale e politica, poiché non possiamo fare finta di non sapere cosa significhi in concreto la cooperazione con la Libia per una moltitudine indefinita di uomini e donne, che, talvolta, hanno l’unica colpa di fuggire un terribile presente. In definitiva, delegare ad altri il lavoro sporco non ci rende meno colpevoli.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

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