di CARMELO PALMA – Bisogna realisticamente guardare ai fatti. Per fine mese Berlusconi Silvio, premier, lavora ad una maggioranza senza finiani. Intanto, Berlusconi Paolo, editore, lavora ad una politica senza Fini, usando i suoi mezzi editoriali – un giornale che detta l’agenda setting della politica italiana – per demolire l’immagine e la credibilità del Presidente della Camera. Tutto il resto – da Unicredit in giù o in su, a seconda dei punti di vista – non conta nulla, anzi meno di nulla. Il cuore della politica italiana sta lì, tra la prima pagina del Giornale e la sua eco nelle dichiarazioni dei neo-colonnelli berlusconiani o degli ex colonnelli finiani. Punto e basta.

Fingere che la legislatura possa tirare avanti così, seguendo questo schema dissociato ed ipocrita – si finge di parlare del programma e si passa la gran parte del tempo a smerciare o rintuzzare dossier velenosi – sarebbe possibile solo credendo che la dissimulazione sia una virtù. Ma noi pensiamo che sia un peccato. Il sì è sì e il no è no, e il di più viene dal Maligno.

Fini è stato colto in fallo sulla vicenda di Montecarlo, perché, al di là delle responsabilità penali, che al momento non gli sono state contestate, e della regolarità della compravendita, su cui è in corso un indagine, il fatto stesso che il cognato del capo del partito abiti nella casa che il partito, per suo tramite, ha venduto ad un prezzo da saldo, autorizza dei sospetti – e che sospetti. E’ inevitabile che Fini sia chiamato a risponderne e a pagarne il prezzo “giusto”, che è quello che stabilirà il mercato politico. Ed è fatale che gli avversari di Fini chiedano di scoprire che c’è dietro, dentro, sopra, sotto… Tutto questo è fisiologico. Che mezza politica italiana attenda l’esito delle rogatorie monegasche come l’altra mezza ha atteso e discusso per anni quelle che – su casi assai più sostanziosi – coinvolgevano Berlusconi e i suoi uomini, sta, semplicemente, nelle regole del gioco politico.

Ciò che diventa politicamente insostenibile è che su questo sospetto si organizzi, da parte del premier e dei suoi giornali e telegiornali e dei suoi molteplici portavoce, una santabarbara di “rivelazioni” che prima fanno boom, nelle orecchie dei lettori, e poi flop alla prova dei fatti. Si è partiti dalle offerte milionarie ricevute per la casa di Montecarlo – che non sono mai saltate fuori, né portate alla Procura di Roma, da quelli che ne parlavano scandalizzati sui giornali. Si è passati alle visite monegasche di Fini che sono state sparate in “prima”, poi ritrattate dai testimoni, poi smentite dall’interessato e mai provate, comunque, dagli accusatori. Si è quindi tornati sull’Aurelia, dal rivenditore della cucina Scavolini spedita a Montecarlo – ma forse no, anzi no, però nell’angolo cottura ci sarebbe stata. Si è poi arrivati ad annunciare in diretta Tv “la bomba”, il contratto di locazione della casa incriminata, in cui per il locatore e per il locatario firmava la stessa persona, che era proprio Tulliani, anzi non era Tulliani e non era neppure il contratto di locazione…

Ora c’è la testimonianza del Ministro della Giustizia dell’isola di Santa Lucia, che non sapevamo usasse svelare ai giornali i titolari dello società off shore. Sarà la nouvelle vague dei paradisi fiscali (per questa faccenda, rimandiamo agli interrogativi di Flavia Perina). Se in questo quadro uscisse una notizia vera in grado di inchiodare Fini sarebbe sommersa dal mare di fango che cola ogni giorno dalle pagine del Giornale e finisce sulla tavola imbandita dell’editorialista Minzolini.

Manca ancora un conte Igor Marini, il burattino che qualche burattinaio fellone usò contro Prodi, Dini e Fassino, col risultato di sputtanare una denuncia seria – quella su Telekom Serbia. Anzi a pensarci bene manca anche uno Spatuzza, un pentito che porti, a garanzia della sua buona fede, un robusto pedigree criminale e qualche morto ammazzato e dica ciò che mezza Italia si aspetta che dica.

Altro che metodo-Boffo. Mentre Berlusconi consente, o si compiace, che i berlusconiani parlino di Fini come Di Pietro e Grillo parlano di lui, parlare di accordi sull’immunità processuale del premier, come la costituzionalizzazione del Lodo Alfano, e del rilancio dell’azione di governo, fa ridere, o piangere, o entrambe le cose insieme.