– In Svezia sono tutti impazziti. Erano tutti buoni e solidali e un bel mattino si sono svegliati fascisti. Hanno sempre votato per il socialismo e oggi un buon 5% di loro ha optato per gli “xenofobi” Democratici Svedesi di Jimmie Akesson.

A leggere le notizie sui media maistream (a partire da quelli svedesi) e a sentirle alla radio e in Tv, sembra proprio che la terra degli Abba e dell’Ikea abbia subito un’istantanea e immotivata metamorfosi. La tesi che parzialmente giustifica questo voto, al massimo, recita: “c’è la crisi economica anche in Svezia, la gente ha paura della concorrenza straniera”.
Peccato che la concorrenza straniera, in Svezia, praticamente, non esista: la più alta percentuale di immigrati disoccupati di tutta Europa è proprio registrata nel regno scandinavo. Gli immigrati, a Malmoe, Stoccolma e Goeteborg, non cercano lavoro, ma asilo. E sussidi. La popolazione che lavora e paga le tasse non ne può più di mantenerli.

Per capire la realtà svedese di oggi bisogna tornare indietro di almeno 25 anni: nel 1985 fu istituito un piano di sussidi per i richiedenti asilo, previsto per un periodo di introduzione alla nuova società di 18 mesi. Da allora si registra un boom delle richieste di asilo politico, dalle 2000-3000 all’anno dei primi tempi ai 30mila annui dal 1996 in avanti.
Attualmente i musulmani mediorientali, asiatici e nordafricani sono più di mezzo milione, su una popolazione svedese totale di 9 milioni di abitanti. Secondo il più recente studio dell’Ocse in merito (pubblicato nel 2007), il 50% degli immigrati recenti si è trasferito nel regno scandinavo per ricongiungimento familiare, il 37% per asilo politico, solo una minoranza esigua per lavorare. La percentuale di disoccupati tocca il 22,2% fra gli immigrati mediorientali e nordafricani, del 22,6% fra quelli dell’Africa sub sahariana, quando la media di disoccupazione in Svezia è del 4,8%.

Accogliendo e sussidiando profughi di guerre e persecuzioni, il welfare state, da “Stato mamma” si è trasformato in una “mamma del mondo”. Ma i suoi nuovi “figli” meritano di essere accuditi? In parte sì. Ma dal Medio Oriente la dissidenza include anche coloro che predicano e praticano la Jihad e sono malvisti dai loro regimi, più moderati e soprattutto desiderosi di scaricare all’estero le loro opposizioni più scatenate. Uno dei leader di Al Qaeda in Iraq, Abu Qaswarah (al secolo: Mohammed Moumou), ucciso dagli americani nell’ottobre del 2008, era noto dalle cellule islamiche come “Lo Svedese”. Perché in Svezia, a Stoccolma, era il leader carismatico di un gruppo radicale islamico che si appoggiava alla moschea di Brandbergen. Era giunto in Svezia, negli anni ’80, come profugo dal Marocco. Dove militava nel Gruppo Islamico Combattente.

Il caso di Moumou è esemplare e non è unico. La radicalizzazione della popolazione immigrata musulmana è un fenomeno di massa in città come Malmoe. Che da cinque anni vive periodicamente episodi di guerriglia urbana simili a quelli delle banlieu francesi. “Noi siamo in guerra contro gli svedesi” vantavano alcuni rivoltosi intervistati dalla stampa locale. “Fra trent’anni prenderemo il controllo” scrivevano gli integralisti sulle loro magliette. Nel 2006 lo Smuf, la principale organizzazione musulmana, aveva chiesto l’introduzione della shariah (legge coranica) nel diritto familiare, la separazione di scuole, piscine e spiagge per uomini e donne. Sempre nel 2006 la Svezia fu il primo Stato europeo che censurò pubblicamente le vignette su Maometto, chiudendo d’autorità un sito Internet che le aveva riprodotte. Un anno dopo, nel luglio del 2007, Lars Vilks, scultore e disegnatore svedese che osò rappresentare la testa di Maometto sul corpo di un cane, fu condannato a morte dagli islamisti. Sulla sua testa pende una taglia di 150mila dollari emessa da Al Qaeda. E il marzo scorso, un complotto per ucciderlo fu sventato dalla polizia in Irlanda e Stati Uniti.

E’ facile vedere quali siano le cause di questa svolta a destra: quando mantieni di peso una parte di popolazione e quest’ultima ti aggredisce, la reazione spontanea è l’espulsione del “parassita”. Questo sentimento non può che farsi più violento, se la risposta della classe politica (compresa la coalizione di centro-destra, Alleanza per la Svezia, guidata da Fredrik Reinfeldt) è tutta all’insegna del politically correct e dell’emarginazione dei Democratici Svedesi, i cui spot sono stati censurati dalla Tv durante quest’ultima campagna elettorale.
Il problema da risolvere alla radice, semmai, è nell’eliminazione delle cause del parassitismo: il sistema dei sussidi e l’eccessiva leggerezza nel concedere asilo politico. Sulla revisione delle regole di asilo politico non ci si può sperare troppo. Perché ondate di profughi “antifascisti” e “antisionisti”, prima dalla Grecia (negli anni ’60), poi dall’America Latina (negli anni ’70) e infine dal Medio Oriente (dagli anni ’80 in poi), hanno creato in Svezia un substrato culturale che non sa o non vuole distinguere fra il combattente per la libertà e lo Jihadista. Visto che chi chiede asilo a Stoccolma ha, di solito, un passato di odio ideologico e/o lotta contro gli alleati degli Usa o Israele, l’“oppressore” è identificato nell’Occidente. E quindi il welfare svedese farà sempre da “mamma” a tutti i nemici della loro (e nostra) civiltà. Quel che si può e si deve abbattere, invece, è lo stesso sistema di welfare basato su sussidi. Un’immigrazione di lavoratori, non di disoccupati ideologizzati, è la miglior risposta.