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Se il partito è una famiglia, allora è un corpo morto. PdL docet

– Qualche tempo fa ho letto “si è rotta la famiglia del PDL”.
La politica, quando diventa un racconto sociale, non può fare a meno di metafore.  E non c’e modo migliore – più incisivo e analogico nei confronti della società – per  raccontare i fatti di un partito politico che quello di organizzare una metafora tra partito e famiglia.
E’ questo è ciò  che sta accadendo in questi ultimi mesi ai media nella trattazione delle cose del  PDL.

Si scrive di “separazione”, di “abbandono”, di lotte sull’ “eredità” (della fu AN), di “tradimenti”, di “amore finito”, di “vi ricordate quando Berlusconi e Fini flirtavano” o di “ un tempo lo amavano (Berlusconi) e adesso vanno via con Fini”.

Sembra si stia parlando di una famiglia in cui Lui e Lei (Berlusconi e Fini) si siano incontrati corteggiati e amati, per poi sposarsi, portandosi all’interno di una nuova famiglia una messe di figli di primo letto (i berlusconiani e i finiani). Più che di una famiglia normale sembra si stia parlando di una famiglia biblica, quando i protopatriarchi, i patriarchi ed i profeti campavano fino a centotrenta anni (se non novecentosessantanove come Matusalemme) e facevano centinai di figli a testa, in famiglie allargate, allargatissime, con tre, cinque, sei mogli.

La metafora partito/famiglia è vecchia quanto il mondo. Il modello familiare è il paradigma costitutivo dell’azione sociale ed il partito non può che esserne, nell’immaginario, una sorta di riproduzione allargata , in scala multipla.

Ma attenzione. Questa metafora, per certi versi tutta italiana, nasconde varie insidie e racconta parecchio circa un’ accezione del concetto di politica che per certi versi è un nostro malcostume.
Raccontare la fine di un partito come una sorta di “Scene da un matrimonio” comporta un problema di tipo morale. La famiglia è un nucleo che si regge su linearità genetiche e identitarie. Si è di una famiglia a prescindere dall’amore ed a prescindere dalla stima e dalla concordia, e dalle idee. Si è nella famiglia “comunque” – e nell’idea “italiana” di famiglia, chi è membro della famiglia metterà gli “interessi” della famiglia al di sopra di qualsiasi altro vincolo etico e morale che possa legarlo al resto della società. In una certa distorsione italiana del concetto di famiglia essa “è” la ragione delle nostre azioni; la famiglia, o meglio, l’appartenenza alla “propria” famiglia sono il solo vincolo etico e morale assoluto da rispettare, la vita pubblica va piegata all’interesse della famiglia, il “prossimo” è un panorama secondario che circonda l’interesse primario, ossia, la propria famiglia. E tutti coloro che staranno e rimarranno all’interno della famiglia beneficeranno della sua protezione e dei suoi sistemi di potere e di coloro che sono al di fuori della famiglia o che se ne andranno al di fuori di essa … chissenefrega.

Questo è l’assunto teorico del cosiddetto “familismo amorale”, il senso e il potere del clan, ossia il peggio del peggio che la cultura sociale e politica italiana abbia potuto produrre e riprodurre negli ultimi secoli.
Il solo fatto, in poche parole, di raccontare la fine di un partito come uno “scene da un matrimonio” in cui Lei decide di andarsene perchè scontenta di Lui, mi puzza un po’, è una allegoria che finisce per lasciare appiccicata qualche sottotesto, della serie, “che peccato, certo, se fossero rimasti uniti ora la famiglia sarebbe ancora forte”.

Ora, sfatiamo ogni dubbio. Un partito non è e non deve essere una famiglia. Se un partito “è famiglia” vuol dire che la politica è ammalata, come spesso lo è stata quella italiana. Per un partito il concetto di vincolo genetico implica che il partito stesso ha rinunciato alla trasformazione, alla riflessione e produzione, e che non esiste più per contenuti dinamici (come sempre dovrebbero essere quelli di un partito), ma che continua a persistere sono per autoattestazione, per rimanere “su” in quanto familistico sistema di potere.

In un partito non ci si sta per “appartenenza”, ma per condivisione. L’appartenenza senza condivisione e senza produzione e circolazione e metabolizzazione di nuove idee, e nuove soluzioni, è un corpo morto. E’ una memoria. Come lo sono molte famiglie. Idee senza idee che servono solo e semplicemente a darsi un senso, ad avere un nido, o meglio un Totem.

In uno dei più bei drammi borghesi sulla famiglia (“Casa di bambola”), Ibsen scrisse: “La vita di famiglia perde ogni libertà e bellezza quando si fonda sul principio dell’ io ti do e tu mi dai” – ecco, il principio dell’ “io ti do e tu mi dai” è esattamente il come da molti italiani è considerata la famiglia e la sua azione. E questo è pure il principio che molti italiani applicano alla ragione stessa  di un partito o di un sindacato, qualcosa “che serve” a prescindere da quanto sia ancora vivo, fertile, compiutamente utile alla progressione di una società.

Una famiglia che non funziona non la si può buttare, è un peccato, per alcuni una bestemmia, forse bisogna fare di tutto per preservarla, per trovare sempre e comunque soluzioni. In futuro la famiglia, probabilmente, ci salverà l’anima e ci nutrirà lo spirito. E allora per salvare la famiglia si va in analisi. Si prova con terapia di coppia. Si va da un sessuologo. Si cambia lavoro. Si smette di fumare. Si fa un altro figlio sperando che serva a cementare le crepe. Giustissimo.

Ma un partito sano non è una famiglia o quantomeno “non solo” una famiglia. E non deve esserlo. Neanche per scherzo. Neanche per metafora. Il partito/famiglia è la morte della politica. O almeno di quella che in molti amiamo, quella con senso etico che potremmo definire protestante : “la famiglia è la fonte delle fortune e delle sfortune dei popoli ” fu una frase di Lutero, se non erro.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

2 Responses to “Se il partito è una famiglia, allora è un corpo morto. PdL docet”

  1. Fabio scrive:

    per fortuna il partito non è una famiglia ! i cognati fanno già abbastanza disastri…

  2. libertyfighter scrive:

    Punto primo, quel che lei chiama “familismo amorale” è in realtà il VERO senso della famiglia.
    Non si capisce perché qualcuno dovrebbe obbedire e magari tradire chi li ha messi al mondo o coloro che han messo al mondo…. per cosa?
    Per il bene di un politico? Per il bene di una strana e marcia “società” che coloro che detengono il potere si ostinano a chiamare “civile” solo per legittimare i loro furti e il loro parassitismo?

    A chi dovrei portare più rispetto? A mio padre, a mio figlio, oppure a una gigantesca massa di ESTRANEI?

    Altro che familismo amorale, la “famiglia-clan” è anzi, un baluardo contro il socialismo totale, alla 1984 per intenderci. E difatti lì si mettevano i figli contro i padri per il beneficio del Party.

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