USA: Il GOP va alla guerra (civile)

 – Un’altra lunga nottata di primarie è passata, lasciando alle proprie spalle una lunga scia di polemiche e strascichi che terranno sicuramente occupati analisti e commentatori politici per settimane. Col passare del tempo e l’avvicinarsi inesorabile del fatidico election day, quel 2 novembre che sembra concentrare tutte le speranze (ed i timori inconfessabili) di gran parte del mondo politico americano, ad occupare le pagine dei giornali, stampati ed online, sarà sempre di più la guerra civile strisciante che rischia di frantumare il fronte un tempo compatto che il Partito Repubblicano opporrà alla terrorizzata pattuglia democratica.

Ormai definire una “sorpresa” la vittoria di un candidato inviso all’establishment del partito ma adorato dalla galassia dei Tea Parties suona decisamente falso: fin dall’inizio di questa lunga e frammentata stagione di primarie, la sconfitta degli incumbents che chiedevano di essere riconfermati è stata la regola, più che l’eccezione. Cosa del tutto straordinaria, visto che quasi tutti gli eletti hanno sempre dato per scontata almeno la nomination del proprio partito.

Le batoste subite da Arlen Specter e Robert Bennett erano state salutate dallo stupore generale, ma quando a vincere sono stati altri candidati che certo non godevano i favori del pronostico, come Sharron Angle in Nevada, Joe Miller in Alaska o Rand Paul nel Kentucky, il fuoco che covava sotto la cenere della Beltway è divampato furibondo.

Martedì scorso, tutta l’attenzione era concentrata sulle primarie nel Delaware, stato della costa Est con una lunga tradizione centrista. Da una parte il candidato favorito, appoggiato dal partito e famoso per le sue posizioni fin troppo “elastiche” su molti temi cari ai conservatori, il politico di lungo corso Mike Castle, deputato al Congresso ed ex governatore del Delaware. Una scelta facile, di esperienza, dotata di ampi appoggi nel bel mondo del piccolo stato incastonato tra New York e Pennsylvania, roccaforti liberal.

All’altro angolo, Christine O’Donnell, una delle mama grizzlies, le splendide quarantenni di Sarah Palin, commentatrice televisiva e consulente di marketing che, dopo anni passati tra Washington e think tanks conservatori, come unica esperienza nel mondo della politica può “vantare” l’essere stata travolta 65-35 da Joe Biden nelle elezioni per il Senato del 2008. Alle sue spalle anche una causa per licenziamento senza giusta causa e una richiesta di danni milionaria ad un suo ex datore di lavoro, oltre a più di un problema nella gestione finanziaria delle due campagne elettorali del 2006 e 2008.

A favore di Castle i sondaggi, che lo davano favorito nei confronti dell’avversario democratico, il semi-sconosciuto Chris Coons, che ha preso il posto del figlio di Biden, ritiratosi quando il rischio di una scoppola memorabile alle elezioni di medio termine si è fatto concreto. A suo sfavore, il suo record di voto molto, forse troppo centrista e la frequentazione con il nemico pubblico numero uno dei conservatori, il “principe del male” George Soros. La O’Donnell sembrava spacciata, specialmente quando la campagna di Castle ha iniziato ad andarci giù pesante, ricordando le magagne nel suo passato.

L’establishment del GOP sembrava schierato a favore di Castle: in un anno cruciale come questo, quando è in gioco il controllo del Senato, non si può rischiare di perdere un seggio in maniera così stupida, dicevano loro. Dalla sua parte anche il Governatore del New Jersey, il “mangia-sindacalisti” Chris Christie, adorato da molti conservatori duri e puri.

La Right Nation e la blogosfera destra si sono divise: chi pensava che, pur di riconquistare il Senato, si potesse tollerare anche un RINO (Republican in name only) come Castle, chi diceva che bisognava fornire all’elettorato una scelta quanto più chiara possibile, epurando dal partito gente non in linea con il messaggio del nuovo GOP, ovvero responsabilità fiscale, lotta al deficit, eliminazione degli sprechi e riduzione del sempre più invadente controllo governativo sulla vita dei cittadini e sull’economia.

I toni della contesa si sono accesi quando sono scesi in campo due pezzi da novanta della galassia conservatrice: Sarah Palin e il conservative darling in persona, il Senatore del South Carolina Jim DeMint, si sono schierati entrambi a favore della O’Donnell che, secondo loro, offriva maggiori garanzie quando si tratterà di votare misure cruciali per riportare l’America sulla strada giusta. Charles Krauthammer, editorialista influente del New York Times, ha definito questi endorsement “distruttivi” ed “irresponsabili”; altri sono stati ancora meno diplomatici.

Eppure, alla fine, a spuntarla è stata proprio la O’Donnell, con ben sei punti di margine sul potente Mike Castle. La quarantenne piacente che straccia il settantenne veterano: in America succede anche questo. Da noi, invece, si discute se sia lecito “prostituirsi” per fare carriera in politica. Ogni commento è superfluo.

Apriti cielo. A volare, oltre agli stracci, pure qualche sedia, come nei vecchi congressi della DC. Il National Republican Senatorial Committee, guidato dal potente Senatore del Texas John Conryn, ha perso la testa, dichiarando che “non appoggerà la campagna della O’Donnell”. Fiumi di veleno si sono riversati sulla blogosfera, rovinando la festa ai tanti aderenti ai Tea Parties che, invece, avevano una gran voglia di far baldoria per l’ennesima, combattutissima vittoria.

Il campo è ormai definito: da una parte i sostenitori del “politics as usual”, in cerca di soluzioni centriste, ragionevoli e pronti a tutto pur di strappare il Senato agli Obama Democrats (i democratici moderati sono ormai una razza in via di estinzione); dall’altra gli eredi della “conservative revolution” di Barry Goldwater, convinti che nel paese sia in atto un movimento epocale, un abbandono irreversibile dello statalismo, della politica del divide et impera delle minoranze, degli sprechi che stanno riducendo il paese sul lastrico.

Per ora i numeri sembrano dare ragione a questi ultimi: la coerenza ideologica sta pagando, riuscendo a recuperare gare, come quella della Florida, che molti ormai consideravano perse e straperse. Vedremo se, di qui al 2 novembre, gli infiniti colpi di scena cui la politica americana ci ha abituato (inclusa quella temuta October surprise che Obama starebbe meditando) riusciranno o meno ad evitare che dal lancio delle sedie si passi allo scontro all’arma bianca.


Autore: Luca Bocci

38 anni, giornalista e traduttore professionista, ha scritto per La Nazione, L'Avanti, L'Opinione e La Padania. Dopo aver seguito le primarie del 2004 per il sito www.primarie-usa.com, continua ad occuparsi di politica americana su apolides.wordpress.com.

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