Le virate piú lib che dem di Clegg, visionario realista che scommette sul futuro

di SIMONA BONFANTE – I Libdem sono al governo per la prima volta in 60 anni. Ce li ha portati Nick Clegg, l’underdog dell’ultima campagna elettorale. Il mood nel partito però non è dei migliori. Non piace l’aggressione frontale del governo lib-con a welfare e servizi pubblici; non piacciono per niente le Free School, contro le quali i delegati riuniti a Liverpool, per la prima Conference del partito dall’arrivo al potere, hanno addirittura approvato una mozione che ne prescrive il boicottaggio. Una cosa analoga, per capirsi, alle manifestazioni di piazza della sinistra ambiental-comunista contro il governo Prodi, del quale la medesima faceva parte. Il motivo di cotanto accanimento nella base libdem sui provvedimenti del governo? Il fatto che, appena tre mesi fa, ci facevano contro la campagna elettorale.

Le cose però dopo il voto prendono una piega diversa. Cameron il liberale sposa Clegg il libertario. Si fa un programma che prende il liberal side dei rispettivi partiti, e nasce un governo di coalizione che neutralizza, da una parte, il conservatorismo sui diritti civili dei tory, e dall’altra il socialdemocraticismo economico dei libdem.
Si approva il primo budget che, a parte due o tre cosette – l’estensione della no tax area per i redditi più bassi, il pupil premium per gli studenti socialmente svantaggiati, l’aumento delle pensioni – è praticamente la summa del manifesto tory. Clegg però lo rivendica come fosse suo, spiegando ai militanti allibiti, che fare politica progressista non significa lasciare alle generazioni future il conto del debito accumulato dalla generazione attuale, e che dunque i tagli non sono una scelta conservatrice, non una scelta liberal-democratica, ma semplicemente una scelta giusta.

I sondaggi tuttavia danno il partito del Vice Premier in calo di dieci punti dal risultato di maggio (dal 23 al 14%) . Non a caso si discute già l’eventualità – smentita – di una lista Lib-Con alle prossime elezioni. La risposta di Clegg? Fedeltà ai principi liberal-democratici (non si deroga alle posizioni storiche del partito, per esempio sul Trident), ma non si cambia idea sull’impianto generale del progetto lib-con. Ed alla sua famiglia politica riunita a congresso prova anche a spiegare perché: «I am incredibly proud that the Lib Dems have taken this really big, brave step. I think we will benefit from it in the end. It requires not only courage; it requires patience.»

Quello del leader libdem –mettiamola così – è un investimento sul futuro. Le politiche anti-spesa, oggi necessarie, saranno solo un lontano ricordo nel 2015, quando si ri-voterà, perché allora ne saranno già manifesti i benefici, in termini di diminuzione delle tasse e ripresa economica. E questa è una bella scommessa perché in realtà nessuno può ancora dire se con la piattaforma economica del governo la ripresa e la riduzione del deficit ci saranno davvero.

Visione prospettica, dunque. Il sottosegretario al Tesoro, il giovanissimo Danny Alexander, prova a darne un saggio: la lotta all’evasione fiscale. Proprio a Liverpool il nostro annuncia infatti lo stanziamento straordinario (quasi un miliardo di sterline) deciso dal governo per stanare i cittadini fiscalmente infedeli, e garantire fresh cash al bilancio dello Stato. Un messaggio a «quelli che credono che pagare le tasse sia una scelta di vita », un messaggio che allo zoccolo duro libdem – in gran parte fatto di dipendenti pubblici – deve essere suonato un sacco fair. E poi c’è l’apertura, annunciata da Clegg nel suo discorso conclusivo, alle tasse di scopo per le amministrazioni locali che, attualmente prive di prerogative fiscali, potrebbero acquisire inedito potere rispetto al governo centrale. Anche questa, musica per le orecchie libdem.

Ecco quindi come differenziarsi dai tory senza accanirsi sulla distruzione del partito rivale: concentrarsi sul cambiamento radicale – negli assetti democratici e nell’economia pubblica – di cui il paese ha bisogno. È così che, secondo Clegg, il partito si assicurerà il futuro elettorale: non enfatizzando le diversità con i partner, ma mostrando coraggio sulle riforme, fermezza sui tagli, attenzione al futuro.

Praticamente, la linea centrista della responsabilità siculo-nazionale! Uguale, salvo il dettaglio che il futuro in questione, nella prospettiva cuffarian-miccicheana, non è quello dell’isola e neppure quello del paese ma, va da sé, quello loro personale e delle rispettive, devastanti costituency. L’assist del Premier, d’altra parte, ha offerto proprio a quei campioni del ‘professionismo politico’, l’opportunità di ballare ancora un po’ sul Titanic che affonda. Che si divertano pure, per carità. Ma, ci chiediamo: e tutto questo a che pro? Ah, già, fargliela pagare ai finiani!

Torniamo in Uk. La linea Clegg è la fairness liberale. Un esempio? L’opposizione del sottosegretario all’economia, Vince Cable, al cap sull’immigrazione imposto dai tory. Fissare per legge un tetto agli ingressi – è sua opinione – può funzionare a sedare gli impulsi di chi, per la sua personale sicurezza o per semplice timore della competizione, vuol vedere in giro meno stranieri, ma non certo per dare una soluzione razionale ai problemi di competitività del tessuto produttivo nazionale. Opporsi al cap per ragioni economiche significa per i libdem capitalizzare consenso tra gli innovatori di destra, cioè nel bacino di Cameron.

Volando ancora più alto, l’ambizione del leader libdem è mostrare al grande pubblico che il suo partito è ormai fit to run the country. O meglio, «che una politica diversa è possibile, che la politica delle coalizioni è possibile. È questo il big prize. »

Il big prize – va da sé – verrà assegnato il prossimo maggio, quando si celebrerà il referendum sulla legge elettorale. Libdem e Tory stavolta giocano sulle opposte metà campo, e sarà quello il momento della verità, anche perché la battaglia per l’Alternative Vote, Clegg può ancora vincerla. L’AV prevede la possibilità di esprimere una doppia scelta sulla scheda elettorale: una first choice ed un second best. Questo modello, attualmente in vigore solo in Australia, non modifica la struttura uninominale dei collegi ma offre più spazio ai partiti terzi. Se l’AV sostituisse il tradizionale First Pass the Post, il modello coalizionale da eccezione diventerebbe la regola. Ed allora sì che per i libdem – e la democrazia bipartitica del Regno Unito – comincerebbe davvero tutta un’altra storia.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

3 Responses to “Le virate piú lib che dem di Clegg, visionario realista che scommette sul futuro”

  1. Simona,

    first off – come diresti tu – grazie per gli aggiornamenti su politica UK. Li leggo molto volentieri: a Londra ho uno “scantinato” ma quando vado in una settimana lavoro per 100 ore, zero tempo per leggere i giornali e guardare la tele.
    Conosco poco Clegg, mi hanno colpito due espressioni: visione prospettica e volare alto, quello che distingue miope politico da statista.
    Approfitto per chiederti un parere autorevole su una questione che mi sta molto a cuore: l’approdo del Presidente di HSBC Stephen Green nella squadra di Cameron (sarà secondo me uno straordinario Ministro del Commercio Internazionale). Come vedi la politica del commercio estero UK e come vedi – se vedi – Stephen Green, un ministro di altissimo profilo. Nel rapporto con Osborne, è come se avessi in Italia Profumo Ministro del Commercio Estero e Nicola La Torre nel ruolo di Osborne.

  2. altra cosa Simona: occhio all’alternative vote. comprendo le ragioni di clegg, ma in Australia ha prodotto un pareggio con tanto di governo di minoranza creato grazie al sostegno dei verdi e di deputati alla nucara. è anche vero che in australia è proprio il paese ad essere spaccato. in ogni caso io in UK non toccherei meccanismo elettorale, ma è la mia opinione.

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